Mondo

Se il manuale Cencelli sostituisce il Libretto rosso

  • Abbonati
  • Accedi
Asia e Oceania

Se il manuale Cencelli sostituisce il Libretto rosso

Nell’autunno 2017 il PCC, il Partito comunista cinese al governo nella Repubblica popolare cinese, terrà il suo diciannovesimo congresso. Malgrado le sue intenzioni e i suoi obiettivi specifici, questo evento quinquennale è l’equivalente cinese di un’elezione americana per la presidenza.

Con due differenze rilevanti.

La prima è che le dinamiche politiche cinesi sono assolutamente incomprensibili per noi osservatori occidentali. La Cina, con 1,38 miliardi di abitanti, è il paese più popoloso del mondo ed è un’energica locomotiva per la produzione globale. Nonostante ciò, della sua politica interna si sa molto poco. Come in numerose autocrazie, l’attività della politica interna cinese è sia ufficiosa sia strettamente controllata dalla sua élite. All’apparenza il PCC, fulcro della Repubblica popolare cinese, è un’organizzazione politica molto esclusiva e monolitica, composta da circa 90 milioni di affiliati accuratamente selezionati, ed è un’organizzazione sulla quale il segretario generale Xi Jinping esercita il controllo con mano molto salda.

La seconda differenza è che le poste in gioco quest'anno sono decisamente più grandi in Cina che negli Stati Uniti. Dove sta il punto? Gli studiosi cinesi, come il professor Andrew Nathan della Columbia University, credono che le possibilità effettive di un drastico aumento della concentrazione del potere nelle mani dell’attuale presidente siano ormai notevoli. Molti osservatori interni e internazionali temono che gli equilibri politici dell’elegante “leadership collettiva” immaginata dal leader assoluto Deng Xiaoping, marchio distintivo delle politiche interne del PCC dopo il 1990, possano essere arrivate bruscamente al termine per volontà dell’attuale presidente cinese nonché numero uno del partito, Xi Jinping. Oggi la Cina è la seconda economia più grande del mondo, con un prodotto interno lordo equivalente più o meno alla metà di quello statunitense (circa novemila miliardi di dollari nel 2013), e di conseguenza quello che accade nella politica cinese non resta confinato alla sola Cina.

Grazie a un processo politico trasparente ufficiale, a tempestive informazioni prontamente disponibili sulle elezioni, a organi di informazione liberi, conosciamo abbastanza bene in che modo funzionino le democrazie a livello interno e chi sia responsabile nei confronti di chi. Naturalmente, però, niente di ciò è vero nel caso della Cina: perfino eventi come il diciannovesimo Congresso del PCC appaiono fenomeni inspiegabili. È possibile farci un’idea di come è strutturato a livello interno questo importante attore della scena geopolitica?

Per comprendere la politica cinese, a noi italiani forse sarebbe utile tornare col pensiero alla nostra recente storia politica. Per quanto la cosa possa sorprendere, di fatto sorprende soltanto in un primo momento.

In Italia siamo più che abituati a vedere grandi partiti divisi internamente in varie fazioni che operano in base a regole e affiliazioni definite con precisione. Si pensi alle correnti interne della Democrazia Cristiana durante la Prima repubblica, o all’attuale lotta intestina di potere nel Partito democratico. Per di più, siamo tristemente assuefatti anche al concetto di nepotismo e di intere reti clientelari in politica, e all'idea che la promozione di un potente personaggio politico possa essere determinante per il successo dei suoi subordinati.

Ebbene, tutto ciò vale anche per la politica dell’élite cinese.

Esistono almeno due fazioni importanti che studiosi del calibro di Li Cheng del Brookings Institution di Washington D.C. hanno individuato nel PCC post-1990: la prima è quella di Shanghai, un gruppo di politici che ha lavorato nell’amministrazione municipale di Shanghai e che ha nell’ex segretario generale Jiang Zemin il suo più importante protettore di riferimento. È semplice individuare chi ha legami con la il gruppo di Shanghai: i rapporti di lavoro possono essere facilmente desunti dai curricola dei quadri dei massimi dirigenti del Partito, tutti accessibili su internet. La seconda fazione è quella dei tuanpai (la “lega”), formata dai quadri della Lega comunista giovanile cinese, l’organizzazione giovanile più importante affiliata al PCC. La tuanpai comunemente è associata al successore di Jiang, Hu Jintao, figura di spicco della lega, scelto da Deng in persona.

Esistono anche altri gruppi influenti tra i politici del PCC, compresi i cosiddetti principini, i rampolli di illustri veterani del partito ai tempi di Mao Zedong. I principini godono ancora di conoscenze familiari estremamente solide all’interno del sistema cinese, e costituiscono una sorta di aristocrazia politica. Ne è un esempio l’attuale segretario generale stesso, e così pure Bo Xilai, il politico caduto in disgrazia e arrestato in relazione all’omicidio nel 2012 di un uomo d’affari britannico. In una recente ricerca portata avanti con i miei colleghi dell’Università della British Columbia, Patrick Francois e Kairong Xiao, abbiamo dimostrato tuttavia che i principini non si comportano proprio come una fazione politica: in sostanza, sono un gruppo di imprenditori politici di grande successo a livello personale, le cui carriere sono sufficientemente sorrette dai rapporti tra le varie famiglie così da non aver bisogno del sostegno dei patrocinatori delle fazioni.

Ma il gruppo di Shanghai e i tuanpai, che costituiscono approssimativamente il 20 per cento di tutti i politici dell’élite che stiamo studiando, operano effettivamente come fazioni. Entrambe evidenziano tassi di promozione dei loro affiliati molto più veloci quando i rispettivi protettori acquisiscono maggior potere. Cosa ancora più interessante, queste fazioni seguono uno schema di assegnazione reciproca delle cariche politiche che fa sì che il PCC sembri quasi una scacchiera nelle sue posizioni più importanti. Se in un dipartimento molto potente interno al PCC individuiamo un appartenente ai tuanpai, significa che vi è una fortissima probabilità ( superiore a quello che potrebbe accadere per puro caso) che il politico che occupa la carica a lui più vicina appartenga alla gang di Shanghai. Se una posizione si colora di “rosso” per una fazione, la posizione immediatamente vicina nella catena di comando quasi certamente si colorerà di “blu”. Non capita mai di vedere “rosso” con “rosso” (soltanto il 2,2 per cento dei casi possibili) o “blu” con “blu” (0 per cento dei casi). E, dal momento che molte posizioni del PCC sono assegnate come in una diarchia (si pensi ai due re di Sparta o ai due Consoli dell’Antica Roma, mentre in Cina ci sono un segretario di partito e un governatore di provincia), è facile prendere atto di questo patchwork di colori.

Nell’ambito del sistema repubblicano italiano non abbiamo nulla di paragonabile a questo tipo di diarchia, ma è come se per ogni Presidente della Camera dei Deputati appartenente al partito di opposizione vi fosse sistematicamente un Presidente del Senato appartenente alla coalizione di maggioranza. Tutto ciò non vi fa venire in mente nulla? Forse il “Manuale Cencelli” tornerebbe utile anche per comprendere la politica cinese.

Dopo le epurazioni anti-corruzione del suo primo mandato, adesso molti temono che il presidente Xi possa usare il suo potere per un'operazione che riporti al personalismo pre-Deng, smantellando fazioni e condivisione del potere. Dal momento che la portata dei cambiamenti probabili all’interno del PCC è un’incognita perfino per molti addetti ai lavori cinesi, è difficile azzardare previsioni su quanto potere riusciranno a ottenere le fazioni in questo nuovo scenario. Il presidente Xi non è chiaramente allineato con nessuna delle due. Al momento, i tuanpai controllano ancora almeno cinque dei 25 seggi del Politburo, mentre la gang di Shanghai ne controlla sei, e tutti i rimanenti sono “neutrali”. In base alla nostra analisi, qualsiasi brusca deviazione da questi livelli nel prossimo mese di ottobre potrebbe stare a indicare in modo inequivocabile un cambiamento strutturale di regime in Cina. Forse, potrebbe addirittura segnalare un’inversione di tendenza e un ritorno a un’autocrazia più individualistica alla Mao Zedong.

A ottobre sarà fondamentale tenere d’occhio i rapporti con le fazioni dei nuovi membri del Politburo, e indagare se la logica alla base del “Manuale Cencelli” cinese abbia ancora ragion d’essere.

Traduzione di Anna Bissanti

Patrick François, Francesco Trebbi e Kairong Xiao hanno pubblicato nel 2016 “Factions in Nondemocracies: Theory and Evidence from the Chinese Communist Party” NBER working paper 22775.

© RIPRODUZIONE RISERVATA