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Jackson Hole, sale l' attesa per Yellen e Draghi, oggi i discorsi

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il Simposio annuale della Fed

Jackson Hole, sale l' attesa per Yellen e Draghi, oggi i discorsi

Se l’eclissi solare di lunedì scorso, passando anche tra le montagne di questo spettacolare angolo del Wyoming, le ha lasciate solo per poco nel suo cono d'ombra, il Simposio annuale della Federal Reserve nel parco nazionale del Grand Teton, iniziato ieri sera con l’arrivo di banchieri centrali americani e internazionali, non potrà dissipare altrettanto facilmente le ombre che perseguitano l’economia: la crescita ancora debole e diseguale e quella testarda, deludente bassa inflazione che ne appare il sintomo. Nonostante un’espansione che per la prima volta dal 2007 coinvolge tutti e 45 i Paesi monitorati dall’Ocse e che vede 33 nazioni, il numero più cospicuo dal 2010, in accelerazione sull'anno scorso.

È questo il “nocciolo duro”, parso intrattabile a politiche monetarie per quanto accomodanti, con cui l’appuntamento fa i conti. Con l’obiettivo dichiarato di affilare al meglio le armi per aiutare un'espansione longeva che necessita di rafforzamento; per «stimolare un'economia globale dinamica», come dichiara fin dal suo titolo.

All’appello della due giorni presso la Jackson Lake Lodge - evento nato come conferenza agricola della sede di Kansas City della Fed e trasformatosi negli anni in influente forum globale - hanno risposto sia Janet Yellen per l’istituzione di casa, forse all’ultima visita se Donald Trump non la riconfermerà entro la scadenza del mandato agli inizi del 2018, che Mario Draghi per la Bce. Sia la chairperson di una Banca centrale, quella americana, già avviata per quanto gradualmente sul cammino della normalizzazione, tra modeste strette sui tassi e imminenti riduzioni del portafoglio titoli gonfiato dal Qe. Che il presidente di un istituto centrale che prepara ma tuttora deve sollevare il sipario sul suo prudente cammino di rientro di stimoli straordinari.

Non sono attese sorprese alla conferenza, svolte non ancora telegrafate ai mercati. Gli ultimi usi “aggressivi” del Simposio a simili fini risalgono all’ormai lontano 2010, con Ben Bernanke e il Qe americano, e a tre anni or sono con Draghi e il Qe europeo in risposta a emergenze. Yellen, in particolare, non ha fatto mistero di preferire sedi più istituzionali, i vertici formali, per annunci di politica monetaria.

Fed e Bce, inoltre, oggi sono alle prese non con urgenze di crisi ma con la complessa realtà di una ripresa che le ha spinte alla cautela e sulla quale anche operatori e investitori cercano faticosa chiarezza più che immediate mosse. La Fed ha per le mani una crescita statunitense al passo del 2%, considerato troppo modesto per gli Stati Uniti e le su dinamiche demografiche e sociali. La Bce ha di recente inanellato performance migliori delle attese ma dopo lunghi affanni.

Entrambi gli istituti vorrebbero intervenire senza rischiare shock sui mercati o strozzature dell’economia le cui incertezze sono visibili, oltre che nell’inflazione inconsistente nonostante il calo della disoccupazione - cioè nella tenuta o meno della curva di Phillips - in perduranti sperequazioni, squilibri e iniqua diffusione del riscatto dalla crisi. Così, in omaggio alla complessità di queste sfide di fondo, le immediate direttive di politica monetaria dovrebbero rimanere contrassegnate dalla prudenza; mentre Yellen ha fatto sapere che affronterà precetti di stabilità finanziaria e Draghi che si atterrà al tema del convegno.

Mickey Levy, economista di Berenberg e Fed watcher, riassume il contesto e le aspettative (anche se a distanza, dato che la Fed da anni ormai non invita più economisti di Wall Street a Jackson Hole). «Le condizioni economiche globali appaiono abbastanza positive, con un sincronizzazione della crescita, ma ci sarà dibattito sulla bassa inflazione. Anche se il compito appare oggi più facile per Yellen che per Draghi, perché ha già in atto una normalizzazione».

Gli interrogativi di ampio respiro sollevati da Jackson Hole - più di quelli legati a calibrare le prossime scelte - sono tuttavia centrali e in cerca di risposte. Nelle parole del Simposio stesso: «La crescita è stata anemica in molti Paesi dalla crisi finanziaria. Allo stesso tempo, i guadagni della crescita spesso non stati condivisi ampiamente». La diagnosi riflette le carenze nel definire ricette efficaci: «Una varietà di fattori potrebbe aver contribuito a questa performance sottotono, tra cui cambiamenti nella struttura del business, nei modelli di flussi commerciali e dei capitali, e politiche monetarie e fiscali».

Come se non bastasse, per assicurare dinamismo è critica la marcia della produttività', oggi parsa stagnante negli Stati Uniti, e mercati concorrenziali, dove «una concentrazione crescente in alcune industrie potrebbe pesare» con conseguenze negative nel lungo periodo. La soluzione, suggerisce la dichiarazione di apertura del consesso che potrebbe valere anche per la sua conclusione, va cercata in articolati equilibri di azioni efficaci e sostenibili: «Strutture di business dinamiche, accompagnate da appropriate politiche di sostegno fiscali, commerciali e monetarie».

In rapida successione è con questo che si confrontano oggi e domani Yellen, che apre i lavori, seguita da una tavola rotonda su mercati competitivi e business dinamici con il docente di Chicago Chang-Tai Hsieh, Pete Klenow di Stanford e Gita Gopinah di Harvard. Toccherà poi alla diseguaglianza nel reddito e al ruolo dell'interscambio, con Nina Pavknik del Dartmouth College e David Dorn di Zurigo, e a ruota ad un panel sull’evoluzione del commercio internazionale con Ann Harryson della UPenn, Catherine Mann dell’Ocse, Peter Schott di Yale e John Van Reenen dell'Mit.

A Mario Draghi spetta l’atteso intervento principale durante il pranzo. Sabato la discussione prosegue sugli stimoli fiscali con la partecipazione tra gli altri di Jason Furman di Harvard, ex consigliere economico di Barack Obama, e sulle prospettive di una crescita equilibrata. Il vero e sfuggente sogno delle Banche centrali - e non solo - all’ombra delle vette del Grand Teton.

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