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«La produttività resta il nodo da sciogliere»

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«La produttività resta il nodo da sciogliere»

Jason Furman a 47 anni ha sempre l’aria giovane e gioviale. Un aspetto che però nasconde un veterano rotto a tutte le esperienze della politica e della politica economica americana: rimane l’ex capoconsigliere per l’economia di Barack Obama, anche se oggi è docente a Harvard e senior fellow del Peterson Institute. E il suo giudizio arriva netto sulle sfide per la crescita - americana, europea e globale. Le scelte dell’Amministrazione Trump rappresentano un ostacolo immediato. Che complica anche il lavoro sui rebus di più lungo termine al cospetto delle banche centrali e non solo, a cominciare da quello sulla scarsa produttività motore di una sana e migliore espansione.

«Le politiche di Donald Trump hanno finora avuto un impatto negativo - accusa durante una pausa del Simposio annuale della Fed - Hanno generato incertezze su questioni cruciali quali il commercio e l’immigrazione, dove il Presidente e la sua amministrazione si sono mossi nella direzione sbagliata». Offre anche raccomandazioni, condivise anche da non pochi conservatori: «Quel che servirebbe sarebbe una riforma delle imposte aziendali, dove al contrario ha fatto ben poco». E sottolinea che tra i repubblicani sono circolate anche proposte che potrebbero trovare consensi ampi, su deduzioni di spese e tagli delle aliquote, ma che i piani rimangono vaghi e impresentabili.

Furman - oltre alla comune opposizione a deregulation e protezionismi - vede anche tendenze oggettive al lavoro dietro la saldatura dell’alleanza tra Fed e Bce, almeno finché Yellen sarà alla guida della Banca centrale Usa. La politica monetaria per entrambe è tuttora alla prese con una deludente inflazione che ammette rimanere un enigma «senza adeguate spiegazioni». Questo lo convince a prendere posizione «nel dibattito tra rigide regole di politica monetaria e decision making»: «nessuna regola può rimpiazzare quest’ultimo e i dati hanno ragione sui modelli». La Fed, a suo avviso, sotto Yellen ha seguito questo cammino. La Bce «ha ora fatto proprio un simile atteggiamento, lo sta mettendo in pratica» e non dovrebbe ripetere «l’errore di effettuare strette troppo rapide».

Il corso appropriato di politica monetaria oggi deve restare prudente e più dipendente dai dati e meno legato a modelli anche davanti alle sfide di più lungo periodo dell'economia, «che è cambiata e sta ancora cambiando molto». In Europa «la crescita è stata finora generata anzitutto da chiusure di output gaps, non da crescita della produttività, e questo in prospettiva non basta. Le ricette possono variare di paese in paese, ma aspetti importanti sono le riforme del mercato del lavoro e dei capitali, con i piani per il digital market che rappresentano passi nella giusta direzione. Come anche gli accordi di libero scambio». Anche negli Stati Uniti la produttività è un problema da risolvere, afflitta da una «bassa crescita legata a una stagnazione secolare», con il contributo intellettuale e pratico della Fed e strategie più lungimiranti del nazionalismo economico evocato da Trump.

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