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Madrid annulla il referendum ma Barcellona va a votare

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Madrid annulla il referendum ma Barcellona va a votare

BARCELLONA - La battaglia per l’indipendenza della Catalogna si combatte oggi seggio per seggio, urna per urna, a Barcellona e ancora di più nelle cittadine dell’interno della regione. Da due giorni decine di migliaia di attivisti del fronte separatista - per loro la battaglia è «per la libertà e il diritto a decidere» - si sono mobilitati occupando anche di notte le scuole dove sono organizzati i centri di voto, con l’intenzione di proteggere chi vuole partecipare al referendum e impedire che le schede e le urne vengano sequestrate.

Altri seggi saranno improvvisati negli ospedali, negli spazi e negli edifici pubblici che la Generalitat può mettere a disposizione. Il governatore catalano ha chiamato tutti i cittadini a «uscire di casa determinati a cambiare la storia», ribadendo che il referendum si farà.

Da giorni i Mossos d’Esquadra, gli agenti della polizia regionale, stanno controllando i movimenti dentro e fuori i seggi. E sono pronti a intervenire bloccando le operazioni di voto a partire da questa mattina alle sei. Per il governo di Madrid - nella battaglia «in difesa della legge, dello Stato di diritto e della democrazia» - il referendum è «già stato di fatto annullato», perché la Guardia Civil, la polizia nazionale, ha neutralizzato il sistema informatico per registrare e contare i voti che erano stati predisposti.

Sono in tutto 5,3 milioni gli elettori catalani, ma l’affluenza alle urne sarà, di certo, molto ridotta: voteranno solo i sostenitori del Sì mentre chi non vuole staccarsi dalla Spagna boicotterà un referendum «illegale» per le autorità e la legge spagnola. I controlli e i sequestri di materiale elettorale e il blocco ai siti internet faranno da ulteriore freno: per gli indipendentisti «raggiungere il milione di votanti sarebbe un grandissimo successo». La Generalitat ha garantito che ci saranno più di 200 seggi a Barcellona, 800 nella città metropolitana, e altri 1.300 seggi nella regione, soprattutto a Terragona, Lleida e Girona, per un totale di 2.300 seggi e 6.250 urne.

«Credo che siamo davvero vicini a realizzare il nostro sogno di indipendenza e ci arriveremo in modo pacifico, in una giornata che sarà molto tranquilla nonostante le minacce e la repressione dello Stato spagnolo», dice Jordi Vives, coordinatore del movimento Universitats per la Republica, nato lo scorso maggio «per sostenere il referendum e il processo verso l’indipendenza». Ha 26 anni, sta finendo il suo secondo master alla facoltà di Storia, saluta mille altri studenti, si ferma a parlare con loro mentre fa la spola tra l’Università, il quartier generale della mobilitazione, e tre scuole che ospiteranno i seggi nel centro di Barcellona il Colegio Auro, il Colegio Llores e quello di Diputaciò. «Stiamo crescendo, sono sempre di più i catalani che non si sentono spagnoli e che non sono più disposti a subire le politiche di Madrid. Ne hanno abbastanza della corruzione, del centralismo spagnolo, hanno voglia di vera democrazia».

Anche la polizia - in tutto nella regione ci sono oggi almeno 30mila agenti - dovrà muoversi seggio per seggio, urna per urna. Con molta attenzione, per evitare che la situazione possa sfuggire di mano e diventare violenta. I Mossos hanno ricevuto l’ordine di non usare la forza in nessun caso. «Sappiamo che tutti i servizi telematici predisposti per lo svolgimento del referendum illegale sono stati bloccati e siamo al lavoro per individuare tutti i centri di votazione, per parlare con le persone che stanno presidiando i seggi. Ciascuno può manifestare ed esprimere pacificamente le proprie idee, ma dobbiamo spiegare bene che chi favorirà il voto e toglierà i sigilli ai locali, che verranno messi sotto sequestro, si metterà contro la legge e dovrà accettarne le conseguenze», afferma Enric Millo, il delegato del governo spagnolo in Catalogna.

Ma cosa accadrà quando gli attivisti del Sì e gli agenti di polizia si affronteranno? «Solo il 10% dei seggi sono occupati e non credo - dice Millo - che ci saranno gravi problemi. Tranne nel caso di poche persone che si considerano fuori dal sistema». In ogni caso per Millo «la Generalitat non può mantenere le sue promesse: non si potranno utilizzare liste elettorali, non si potranno contare i voti, non ci potrà essere un referendum con garanzie, con efficacia giuridica e vincolante».

Il referendum sembra aver reso ancora più dura la battaglia di Barcellona contro Madrid. Per Luis Rodriguez Vega, presidente dell’Associazione dei magistrati in Catalogna, «lo Stato spagnolo si è già in parte ritirato e oggi è quasi impercettibile in molti luoghi della Catalogna. E noi dovremo presto scegliere tra il tradimento e l’esilio». La Catalogna non è già più una regione come le altre dentro alla Spagna. La rottura è diventata troppo profonda. Impossibile tornare indietro. Ma l’indipendenza sembra ancora molto lontana.

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