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Zimbabwe, arriva l’annuncio: «Mugabe si è dimesso»

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dopo 37 anni al potere

Zimbabwe, arriva l’annuncio: «Mugabe si è dimesso»

È finito oggi, dopo 37 lunghi e sofferti anni, il regno di Robert Mugabe, padre padrone dello Zimbabwe. Il più anziano capo di Stato del mondo lascia il potere a 93 anni. Non senza aver lottato fino all’ultimo. Lui che sosteneva di essere stato designato da Dio, e che solo Dio lo avrebbe rimosso. Sempre lui, che ripeteva di essere quasi eterno, di essere morto e di essere risorto molte più volte di Gesù Cristo. Che si riteneva così intoccabile da affermare pubblicamente che «l’unico bianco di cui ti puoi fidare è un uomo bianco morto».

A dare l’annuncio che ormai tutti si attendevano è stato lo speaker del Parlamento dello Zimbabwe, Jacob Mudenda, precisando di avere ricevuto una lettera dell’anziano leader. « Il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe si è dimesso con effetto immediato». Si è così interrotta la procedura di impeachment - chiesta all’unanimità da tutti i partiti politici - contro il presidente, messo sotto custodia dall'esercito dopo un morbido colpo di Stato la scorsa settimana.

Da eroe a dittatore
La gente incredula è scesa in strada a festeggiare. Le persone più anziane ricordano con amarezza la rapida metamorfosi di quello che ai loro occhi si era inizialmente rivelato come il simbolo del nazionalismo africano nella lotta contro il colonialismo. Gli anziani ricordano ancora l’arresto (1963) e gli 11 anni passati da Mugabe in prigione, in Rohodesia, quando proclamava un colpo di Stato violento contro il governo guidato Ian Smith, leader della minoranza bianca.

Poi l’indipendenza, conquistata nel 1980. Quella che era iniziata come un’avventura verso un avvenire radioso, in cui Mugabe era stato accolto come un eroe liberatore, si è poi trasformata in una dittatura spietata, particolarmente brutale quando si trattava di reprimere l’opposizione politica. E Mugabe, il “leone”, si è tolto presto la maschera. Dopo soli due anni, già nel 1982, accusò il suo collega politico, che faceva parte della stessa coalizione, Joshua Nkomo, di tramare per rovesciarlo. Cominciò una repressione militare che uccise in poco tempo 20mila persone nella sola regione di Matabeleland (dati di Genocidewatch.org). Quasi tutti della tribù del suo rivale.

Lo Zimbabwe di Mugabe era presto divenuto uno Stato chiuso, quasi isolato, appesantito dalle sanzioni internazionali, scattate per i gravi violazioni dei diritti umani, che ne avevano messo in ginocchio l’economia, già provata dall’endemica corruzione e dalla spericolata riforma agraria voluta dal presidente in persona. Che nel 2000 confiscò le grandi proprietà terriere a centinaia di proprietari bianchi.

Il dopo Mugabe e la disastrosa crisi economica
La domanda che gira per le strade della capitale Harare è oggi quasi sempre la stessa. E ora cosa accadrà?
In teoria il potere dovrebbe essere trasferito - sostiene una sparuta minoranza - al capo del Parlamento. Ma la pista più credibile è che il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, diverrà presidente ad interim. E se in teoria la sua funzione principale sarà quella di traghettare verso libere elezioni un Paese che non ha conosciuto altri capi di Stato se non Mugabe, la vera emergenza è la disastrosa crisi economica che ha trasformato questo Paese potenzialmente ricco, dotato di miniere di diamanti e terreni molto fertili, in uno dei Paesi più poveri dell'Africa, con un’aspettativa di vita alla nascita di soli 55 anni e due terzi della popolazione che vivono ben al di sotto della soglia di povertà, con un tasso disoccupazione che sfiora il 95% per cento.
In difficoltà per le sanzioni, Mugabe decise di stampare soldi per non affondare. L’inflazione toccò livelli incredibili; nell'ottobre del 2008 era volata a un tasso di 231 milioni per cento. Per non fermarsi più, fino a 90 miliardi per cento. Oggi in Zimbabwe non esiste una valuta locale, si usa il dollaro americano. Ma le cose non sono migliorate.

Torture, repressioni contro la popolazione, arresti arbitrari, violazioni dei diritti umani, abuso di potere. Le accuse contro Mugabe e la sua spregiudicata moglie Grace (52 anni) sono tante, e gravi. Eppure il presidente non finirà il resto dei suoi giorni al confino, o agli arresti domiciliari. Se si dimesso è perché avrebbe ottenuto delle garanzie. Come aveva anticipato ieri l’emittente televisiva Cnn. In cambio lui e la moglie Grace otterrebbero la piena immunità. E il diritto di conservare il proprio patrimonio. Cosa che non farà piacere a molti dei suoi oppositori.

La lotta per la sua successione
La caduta di Mugabe è stata l’ultimo episodio di un accesa lotta clandestina per il controllo del patito politico di maggioranza, lo Zanu Pf, la cui leadership era contesa da parte dell’esercito che appoggiava il vicepresidente Emmerson Mnangagwa (per quasi 50 anni leale braccio destro di Mugabe che tuttavia lo ha defenestrato la scorsa settimana) e da un'altra fazione conosciuta come «Generazione-40» che voleva che Grace succedesse al marito Robert, ormai 93enne.

Un successore ufficiale quindi ancora non c’è. E i servizi ancora fedeli al presidente potrebbero approfittare del vuoto di potere per seminare il caos.
Il presidente dell’Angola , Joao Lourenco e quello del Sudafrica, Jacob Zuma (i due Stati più potenti dell’Africa meridionale) , si recheranno domani in Zimbabwe per incontrare «gli attori principali» della crisi politica che sta sconvolgendo il Paese dell'Africa australe.

Lo Zimbabwe ha bisogno di un presidente, il più presto possibile. E di quella classe politica - che non ha mai avuto - in grado di traghettarlo davvero verso un futuro migliore.

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