Mondo

Il ricercatore Djalali costretto a confessare alla tv iraniana: «Sono…

  • Abbonati
  • Accedi
PROGRAMMA NUCLEARE

Il ricercatore Djalali costretto a confessare alla tv iraniana: «Sono una spia»

Alla fine, come in un copione di una tragica storia già scritta, è arrivata la confessione in tv, probabilmente estorta. Ahmadreza Djalali, 46 anni, il medico iraniano arrestato a Teheran nel 2016 con l’accusa di spionaggio e condannato a morte a ottobre, ha «confessato» alla televisione di Stato di aver spiato il programma nucleare iraniano per conto di una nazione europea - senza nominare quale - in cambio di soldi e della residenza in Svezia. Il suo arresto e la sua condanna alla pena capitale avevano suscitato grande scalpore in Italia, dove Djalali ha lavorato, e da dove era partita una mobilitazione scientifica, politica e diplomatica in sua difesa. Accuse che il medico e scienziato ha sempre smentito fino alla confessione di oggi in tv.

Il presentatore televisivo iraniano ha citato il Mossad (l’intelligence israeliana), mentre scorrevano le immagini dei documenti svedesi dell'uomo e del Colosseo. Il medico ha raccontato di aver iniziato a lavorare con alcuni scienziati americani e europei dopo la laurea. Poi di aver iniziato a collaborare sotto copertura con un servizio di sicurezza europeo. «Mi chiedevano informazioni sulle attività iraniane e le persone che lavoravano ai progetti nucleari», ha detto. Nel servizio televisivo si è affermato che l’uomo ha incontrato «almeno 50 volte» gli 007 stranieri e di essere stato pagato 2.000 euro a incontro. Tra le informazioni richieste, ha proseguito la tv, anche quelle sul conto di Masoud Ali Mohammadi e Majid Shariari, due scienziati nucleari iraniani assassinati nel 2010.

Djalali ha lavorato per quattro anni, dal 2012 al 2015, anche a Novara, all’Università del Piemonte Orientale, come ricercatore capo del Centro di ricerca in medicina di emergenza (Crimedim). I suoi colleghi sono stati tra i primi a mobilitarsi per chiederne la liberazione, e di confessione non vuol proprio sentir parlare il professor Francesco Della Corte: «Ma quale confessione! È stato torturato finché non ha dovuto dire quanto volevano i suoi carcerieri. Non è bastato che venisse condannato a morte dal Tribunale della Rivoluzione di Teheran per reati mai commessi - ha detto Della Corte all’Ansa - ora hanno voluto che pubblicamente si accusasse, in modo da avere una scusa, di fronte all’opinione pubblica, per poterlo uccidere». Vida Mehrannia, moglie di Djalali, che vive in Svezia insieme ai due figli della coppia, ha confermato che suo marito è stato costretto a leggere una confessione prestabilita davanti alla telecamera. «Non abbiamo ricevuto soldi da nessuno e il nostro stile di vita lo dimostra. Non abbiamo una casa o un'auto. Abbiamo ottenuto la nostra residenza svedese dopo aver terminato i nostri studi qui. Inoltre mio marito non disponeva di informazioni sensibili sul programma nucleare iraniano. Se le avesse avute, gli sarebbe stato impedito di lasciare il Paese», ha detto Mehrannia. La moglie del ricercatore, in passato, aveva anche fornito un’altra versione dell’accaduto: secondo lei Djalali sarebbe stato arrestato proprio dopo essere stato avvicinato dai servizi iraniani ed essersi rifiutato di farsi reclutare come spia in Europa.

Contro la sua detenzione e la sua condanna a morte da parte del Tribunale della Rivoluzione, si era sollevata una grande mobilitazione di organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, e di istituzioni piemontesi e italiane, compresa la Farnesina e una delegazione del Senato italiano. Ai numerosi appelli per il suo rilascio, si erano aggiunti, meno di un mese fa, anche le voci di 75 premi Nobel e della European University Association, tra cui quella del Nobel per la pace iraniana Shirin Ebadi e i vincitori di quest'anno sia per la fisica che per la medicina.

Le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali per i diritti umani inseriscono regolarmente l'Iran tra i Paesi con uno dei più alti tassi di esecuzioni al mondo. Negli ultimi due anni, le guardie rivoluzionarie iraniane hanno arrestato almeno 30 cittadini a doppia nazionalità, per lo più accusati di spionaggio.

© Riproduzione riservata