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Puigdemont, strada in salita verso la presidenza

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CATALOGNA, Torrent PRESIDENTE DEL PARLAMENT

Puigdemont, strada in salita verso la presidenza

La sfida per l’indipendenza della Catalogna rischia di smarrirsi, ancora una volta, tra tribunali e ricorsi costituzionali. Perdendo così buona parte della sua aspirazione ideale, oltre che molti consensi tra la popolazione. Carles Puigdemont, il presidente della Generalitat fuggito a Bruxelles per evitare l’arresto dopo aver dichiarato la secessione, intende governare la regione da Skype, in videoconferenza. Ma il premier spagnolo Mariano Rajoy è deciso a impedirlo con ogni mezzo e ha già annunciato che il commissariamento di Barcellona durerà fino a quando la Catalogna non avrà un presidente che giurerà di persona.

Oggi, nella prima seduta del Parlamento di Barcellona, i partiti nazionalisti hanno confermato di avere ritrovato compattezza: nonostante una campagna elettorale azzoppata, nel voto del 21 dicembre hanno, del resto, conquistato di nuovo la maggioranza nel Parlamento - con 70 seggi su 135 - e l’hanno fatta pesare con l’elezione del presidente dell’Assemblea, il deputato della sinistra repubblicana, Roger Torrent.

Ma soprattutto hanno concordato di fare fronte comune per la rielezione di Puigdemont dall’esilio: il patto tra Junts per Catalunya (i nazionalisti conservatori di Puigdemont, eredi della tradizione di Jordi Pujol e Artur Mas) e la Sinistra repubblicana catalana (la formazione guidata da Oriol Junqueras, storicamente più coerente nella sua rivendicazione indipendentista) ha anche trovato il sostegno della Cup, la Candidatura di unità popolare (espressione della sinistra estrema anticapitalista e antisistema).

Per Puigdemont la strada verso la presidenza sembra però tutta in salita. Come può governare senza essere a Barcellona? Come può piegare Madrid a questa anomalia? La maggioranza dei giuristi avanza forti dubbi sulla possibilità che Puigdemont venga nominato e governi dall’esilio. Su di lui e sulla Catalogna incombe inoltre l’articolo 155, cioè il commissariamento della Generalitat e l’azzeramento dell’autonomia imposto da Madrid utilizzando lo strumento più potente offerto dalla Costituzione contro una regione ribelle.

«È assurdo che qualcuno voglia diventare presidente del governo catalano da fuggitivo a Bruxelles: è questione di buon senso», ha detto il premier spagnolo, due giorni fa, parlando alla direzione nazionale del Partito popolare a Madrid. «Se il signor Puigdemont vuole essere nominato presidente della Catalogna, allora - ha aggiunto Rajoy - dovrà essere presente fisicamente in Parlamento a Barcellona. Se no, non potrà essere eletto e di conseguenza l’articolo 155 resterà in vigore. E questo non perché lo dico io, lo ha stabilito il Senato spagnolo votando perché l’articolo 155 rimanga in vigore fino al giuramento del nuovo presidente. Non ci sono margini per deleghe o per altri trucchetti. Se il signor Puigdemont non sarà in Parlamento, non potrà essere eletto presidente: siamo pronti a fare ricorso immediatamente. E intanto l'articolo 155 resterà in vigore».

Già oggi, nella seduta costitutiva del nuovo Parlament, Puigdemont e gli altri quattro dirigenti indipendentisti scappati in Belgio hanno rinunciato a chiedere il voto delegato per evitare il ricorso di Rajoy. È stato invece accettato il voto delegato dei tre deputati indipendentisti in carcere: Junqueras, Joaquim Forn e Jordi Sanchez.

Se le difficoltà economiche e il trasferimento fuori dai confini regionali di oltre tremila imprese, preoccupate per il caos istituzionale di Barcellona, avevano smorzato le ambizioni degli indipendentisti. Le elezioni convocate da Rajoy poco prima di Natale, dopo aver sciolto il Parlament, hanno ridato vigore a Puigdemont che da Bruxelles non cede né a offre alternative alla sua presidenza per riaprire il dialogo con Madrid. «Forse non è più il momento di andare allo scontro frontale, forse - dice un dirigente della vecchia guardia di Junts per Catalunya - siamo andati oltre il buon senso già con la dichiarazione di indipendenza a fine ottobre. Dobbiamo ascoltare le nostre imprese e la nostra gente. Nessuno in Catalogna vuole la guerra. E invece Puigdemont ci sta trascinando verso qualcosa di imprevedibile».

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