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A Praga rieletto il filorusso Zeman

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A Praga rieletto il filorusso Zeman

  • –Riccardo Sorrentino

«Sarò più umile, meno arrogante. Anche se di alcune persone non penserò niente di buono». Milos Zeman, il presidente uscente, filo-russo, ha vinto le elezioni nella Repubblica Ceca. Ha raccolto, al secondo turno, il 51,4% dei voti, contro il 48,6% di Jiri Drahos, l’indipendente che era riuscito a prevalere sugli altri candidati al ballottaggio e che ieri ha riconosciuto la vittoria dell’avversario: «Vorrei congratularmi con il vincitore delle elezioni Milos Zeman», ha detto.

Si rinforza così l’asse di Visegrad, euroscettico, filoputiniano, che si è stretto tra la Polonia, l’Unrgheria, la Slovacchia, e la Repubblica Ceca, e che sta sfidando Bruxelles su molti temi, a cominciare dai principi stessi delle democrazie liberali, come la divisione dei poteri.

È stata un’elezione dai toni particolarmente aspri. In gioco - anche se il presidente ha poteri limitati rispetto al primo ministro - c’era la collocazione internazionale della Repubblica Ceca. Zeman ha una posizione decisamente filo-russa, tendenzialmente autoritaria: sono famose le sue battute sulla necessità di uccidere i giornalisti, e gli inviti ai cittadini ad acquistare armi per difendersi dal nemico islamico (ma tra gennaio e novembre sono state presentate solo 116 domande di asilo). Zeman ritiene che il Paese debba distanziarsi da Nato e Ue e non esclude un referendum per l’uscita dall’Unione. Drahos, invece, avrebbe voluto ricucire i rapporti con Bruxelles, sebbene - se non altro per ragioni elettorali - si opponeva alle quote di migranti imposte dall’Unione.

La scelta di Zeman potrebbe avere ricadute sul governo. L’attuale primo ministro, il miliardario Andrej Babis, eletto in ottobre, ha subìto il 16 gennaio un voto di sfiducia da parte della Camera e si è conseguentemente dimesso, mentre è in corso un’inchiesta penale, autorizzata dagli stessi deputati, per aver ricevuto illegalmente due miliardi di sussidi dall’Unione europea. Zeman ha chiaramente espresso il proprio sostegno a Babis, che guidava però un governo di minoranza, e ora potrebbe tenerlo in carica per l’ordinaria amministrazione.

L’esito delle presidenziali non cancella le divisioni del Paese. A testimoniarne la profondità della frattura è la stessa storia dei due candidati: Zeman è originario di Kolin, nel cuore della Boemia, sul fiume Elba, che oggi ospita un impianto della Toyota Peugeot Citroen, ma che è tradizionalmente il centro di un distretto agricolo. È stato “epurato” dal Partito comunista dopo la Primavera di Praga e ha poi svolto la sua carriera politica nel Partito socialdemocratico, di cui da anni è un alto dirigente. È stato il primo presidente ceco ad essere eletto direttamente dal popolo nel ’93. Rappresenta il tentativo della “vecchia” politica di superare la sfiducia dei cittadini cavalcando temi radicali e passioni tristi.

Drahos è invece il classico rappresentante della società civile. Originario della Slesia, una regione al confine con la Polonia, è un chimico coautore di una ventina di brevetti, ed è stato presidente dell’Accademia delle scienze di Praga. Ha annunciato l’intenzione di scendere in campo a marzo del 2017, riuscendo a guadagnarsi il sostegno dei Popolari e del partito Sindaci e indipendenti - un’altra formazione espressione della sfiducia verso i partiti tradizionali e del desiderio di una politica “nuova” - e a raccogliere 142mila firme per sostenere la candidatura.

La spaccatura del Paese non sembra nascere comunque da questioni economiche: con una disoccupazione al 2,5% - la più bassa dell’Unione europea - non si può parlare di un Paese economicamente sotto stress. Dopo la recessione del 2011, il Pil è cresciuto a un ritmo medio dello 0,9% trimestrale, sia pure con una notevole volatilità: in estate, per esempio, è salito del 2,5%, il ritmo più veloce di Eurolandia, in autunno dello 0,5 per cento.

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