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Pechino vuole riprendersi i cervelli cinesi fuggiti negli Usa

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talenti: è duello cina-usa

Pechino vuole riprendersi i cervelli cinesi fuggiti negli Usa

(Fotolia)
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I cinesi non spendono miliardi di dollari solo per acquisire le società statunitensi e la loro tecnologia. Da qualche tempo, il venture capital del Dragone ha un nuovo obiettivo, appoggiato espressamente dal partito comunista: far rientrare in patria i cervelli approdati un decennio fa in colossi della Silicon Valley del calibro di Apple, Google, Facebook e Airbnb. Rispetto ad allora, infatti, la Cina oggi può schierare una squadra di big tecnologici di tutto rispetto come Alibaba, Tencent e Baidu, assieme a una folta truppa di agguerrite start up. Per questo rivuole indietro i suoi talenti. A qualsiasi costo.

Per strappare i cervelli cinesi alle aziende americane e più in generale straniere, Pechino è pronta a staccare ottimi assegni, anche se non paragonabili ai 100 miliardi di dollari spesi solo nell’ultimo triennio in acquisizioni di aziende statunitensi. Lo dimostra per esempio la storia di Shan Guangcun, un talento del “machine learning” che fino a qualche mese fa lavorava in Germania al Max Planck Institute: quando però gli sono stati offerti da Pechino fondi per 476mila dollari, ha fatto le valigie ed è tornato nella madrepatria. Senza rimpianti.

«Hanno bisogno di talenti e sono disposti a pagare per averli - sorride lo scienziato cinese - con l’obiettivo di innalzare la qualità e la competitività del sistema economico». Del resto, il presidente Xi Jinping l’anno scorso non aveva dichiarato che entro il 2030 la Cina vuol essere il primo Paese al mondo per le tecnologie dell’intelligenza artificiale? Per raggiungere obiettivi come questo bisogna anche essere pronti a mettere mano al portafoglio.

Uno dei tanti fondi incaricati di finanziare avveniristiche startup cinesi facendo allo stesso tempo rientrare cervelli dagli Stati Uniti è ZhenFund. Dal suo quartier generale di Pechino, il fondo ha per esempio creato il gioiello delle tecnologie wearable cinese Mobvoi: a metterlo in piedi è stato un geniale ricercatore cinese di Google laureato a Stanford, Li Zhifei, che non ha esitato ad abbandonare “Big G” quando da Pechino gli hanno fatto sapere che era pronto un assegno di 1,6 milioni di dollari per lanciare la startup.

Incredibile poi vedere come agli eventi organizzati nei campus delle università statunitensi stiano spuntando come funghi i fondi cinesi controllati dallo Stato o dalle autorità regionali: offrono ai compatrioti alloggi, uffici e soprattutto soldi per avviare promettenti start up in patria. «Ogni città cinese aspira a diventare il prossimo hub tecnologico e non bada a spese per raggiungere l’obiettivo», spiega Ayden Ye, altro cervello laureato a Berkeley che è tornato a Pechino per fondare con l’aiuto del fondo K2VC una startup dedicata alla realtà virtuale chiamata VeeR. Anche nel suo caso, senza troppi rimpianti.

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