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I campi di sterminio non sono «polacchi»: perché una legge…

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polonia e antisemitismo

I campi di sterminio non sono «polacchi»: perché una legge così fa danni

Visitatori al POLIN Museo della Storia degli ebrei polacchi a Varsavia
Visitatori al POLIN Museo della Storia degli ebrei polacchi a Varsavia

VARSAVIA — «Alcuni uomini, più o meno tre settimane fa, sono entrati nel nostro cortile e hanno notato una targa sull'edificio che ne attribuisce il progetto a un architetto ebreo» racconta Malgorzata, ex insegnante della città di Cracovia. «Poi hanno detto: ‘Ah, si tratta di una casa popolare di ebrei... Vivono qui, ma non lo faranno ancora a lungo'. Le loro parole mi hanno molto colpito. Un tempo, questo antisemitismo strisciante era poco evidente, mentre adesso è vistoso, lo si nota ovunque, perfino per strada». Malgorzata non è l'unica a preoccuparsi.

Quest'anno il governo polacco ha introdotto un emendamento di legge per il quale attribuire i crimini nazisti alla nazione o stato polacco diventa un reato punibile con la reclusione fino a tre anni. La nuova legge ha innescato una discussione al calor bianco tra Polonia e Israele che, a sua volta, ha incrementato l'uso in Polonia di alcune espressioni antisemite che hanno messo profondamente a disagio molti ebrei che vivono nel paese.

Moshe Tirosh, bimbo a destra, scampato al rastrellamento nel Ghetto di Varsavia. Fu nascosto in un sacco allo zoo

Anche se alcuni leader polacchi come il presidente Andrzej Duda e Jaroslaw Kaczynski, capo del partito conservatore al governo Diritto e Giustizia, hanno condannato l'antisemitismo ripetutamente, l'ambasciata di Israele a Varsavia nelle ultime settimane ha ricevuto un numero molto maggiore di messaggi ostili rispetto al passato, e analoghi sentimenti sono trasmessi dalla televisione polacca. In verità, quando un mese fa Duda ha preso in considerazione se firmare o meno l'emendamento, un gruppo di estrema destra ha organizzato una manifestazione di protesta davanti al palazzo del presidente. Tra gli striscioni, ce n'era uno sul quale si leggeva: «Togliti la kippah e firma la legge».

La violenta reazione scatenata dalla nuova legge – che i leader di Diritto e Giustizia reputano indispensabile per proteggere il paese dalla diffamazione, ma che i suoi oppositori temono possa limitare la libertà di espressione ed essere sfruttata per edulcorare la Storia – ha portato le relazioni tra Polonia e Israele al loro punto più critico in una generazione. Oltretutto, il nuovo status quo ha sfilacciato i legami tradizionalmente molto solidi con Washington, proprio nel momento in cui Varsavia era già ai ferri corti con l'Ue per alcune riforme che, secondo il parere di molti, metterebbero a repentaglio la legalità.

Tuttavia, nella comunità ebraica polacca si paventa che le conseguenze negative peggiori potrebbero essere a livello interno, e che l'amara disputa possa compromettere la trentennale rinascita della vita della comunità ebraica nel paese dell'Europa centrale che un tempo ospitava la maggior parte degli ebrei del mondo.

«Questa è la prima volta dal 1989 che le relazioni tra polacchi ed ebrei sono sconvolte da un terremoto di questa portata» dice Anna Chipczynska, presidente della Comunità ebraica di Varsavia. «All'inizio, la si considerava soltanto una crisi politica… Di fatto, essa ha portato alla luce un antisemitismo di proporzioni senza precedenti negli ultimi anni. Occorreranno anni prima di ricostituire la fiducia. Come molte altre persone, devo ammettere con tristezza che mi sto chiedendo se non stessimo semplicemente vivendo nell'illusione che le cose andassero bene».

Manifestazione di solidarietà dei polacchi per gli ebrei vittime della Shoah. Varsavia 11 marzo 2018

La nuova legge è nata dal doloroso dibattito sulle sofferenze di ebrei e polacchi durante la Seconda guerra mondiale. Complessivamente, persero la vita circa sei milioni di cittadini polacchi, pari al 20 per cento della popolazione prebellica: tre milioni di loro erano ebrei polacchi, corrispondenti al 90 per cento della comunità ebraica in Polonia prima del conflitto. Molti morirono in campi di concentramento come Auschwitz e Treblinka che, quantunque ubicati in territorio polacco, furono costruiti e amministrati dai nazisti dopo l'invasione e l'occupazione della Polonia del 1939 da parte della Germania. Dal 2004, la Polonia si è battuta contro l’espressione “campi di sterminio polacchi” usata per descrivere i lager, sostenendo che con quelle parole si sottintende un'errata complicità della Polonia nell'Olocausto.

I suoi sostenitori affermano che la nuova legge – in elaborazione da oltre un anno – darà a Varsavia lo strumento giusto per porre rimedio all'inaccuratezza che, vista la portata della devastazione arrecata alla Polonia dalla Germania nazista, provoca reazioni profonde in molti polacchi. «Quando uscì da un campo di lavori forzati in Germania, mio padre pesava 46 chili. Mia madre, invece, fu concepita in un altro campo, nacque sottopeso, ricoperta di piaghe e con la polmonite» racconta un funzionario polacco. «Quando uscì dal campo, le somministrarono della penicillina di uno dei primi lotti ad arrivare in Polonia dopo la guerra. Ma, poiché le fecero iniezioni di antibiotico in tenera età, oggi soffre di cuore. In Polonia quasi tutti hanno alle spalle una storia di questo tipo. E poi ci dicono che i responsabili fummo noi? Fanculo!»

Sia Israele sia la Germania hanno affermato che l'espressione “campi di sterminio polacchi” è errata. Tuttavia, chi è contrario alla nuova definizione afferma che la legge è strutturata in termini talmente vaghi e ampi da poter essere utilizzata per sminuire episodi bui della storia della Polonia, anche se prevede possibili esenzioni per opere artistiche ed accademiche. Alcuni sospettano che possa addirittura impedire ai discendenti dei sopravvissuti all'Olocausto di raccontarne la storia.

Memoriale dedicato a Janusz Korczak che morì nella camera a gas di Treblinka nel 1942 coi bambini dell’orfanotrofio ebreo del Ghetto di Varsavia

«Capisco perché la gente si offenda sentendo l'espressione ‘campi di sterminio polacchi': la definizione è scorretta. Ma questa legge va ben oltre la questione» dice Rafal Pankowski dell’“Associazione mai più”, un gruppo polacco che si batte contro i crimini dell'odio. «Capisco quindi la controversia, ma penso che tutto ciò adesso venga in secondo piano rispetto al problema principale. L'intera faccenda ha innescato pregiudizi e stereotipi antisemiti: credo che per trovare un precedente analogo si debba risalire alla fine degli anni Sessanta».

In quel decennio le relazioni tra polacchi ed ebrei toccarono il minimo storico. Come altri membri del blocco sovietico, la Polonia ruppe le relazioni diplomatiche con Israele in reazione alla guerra arabo-israeliana del 1967. Sulla scia di una campagna antisemita del regime comunista, l'anno seguente più di diecimila persone lasciarono il paese, riducendo la comunità locale ebraica a poche migliaia di individui.

Nel 1989, con la caduta della Cortina di ferro, iniziò l'opera di ricostruzione dei rapporti spezzati. Polonia e Israele riallacciarono relazioni diplomatiche. La vita degli ebrei in Polonia incominciò a riprendersi lentamente, e in tutto il paese nacquero numerose organizzazioni ebraiche. Gli storici iniziarono ad analizzare alcune fasi della storia della Polonia nella Seconda guerra mondiale ignorate sotto il regime comunista.

Il governo di Varsavia non si arrese mai ai nazisti e, malgrado il fatto che i tedeschi imposero la condanna a morte per i polacchi che avessero aiutato gli ebrei, furono in migliaia a farlo: nello Yad Vashem Holocaust Memorial Centre di Israele, i polacchi ai quali si rende merito per il coraggio dimostrato nel mettere in salvo gli ebrei sono 6706, più di qualsiasi altro popolo.

Gerusalemme, 1 marzo 2018. Le delegazioni polacca e israeliana discutono la legge polacca sull’Olocausto

Gli storici, però, cominciarono anche a indagare alcuni episodi nei quali i polacchi avevano ucciso degli ebrei. Nel 2000 Jan Gross, uno studioso americano nato in Polonia, pubblicò un libro che documentava le responsabilità dei polacchi nel massacro di ebrei avvenuto nel 1941 nella cittadina di Jedwabne. Da quelle pagine si innescò un furibondo dibattito. «Jan Gross distrusse il consenso» dice Anita Prazmowska, che insegna storia internazionale alla London School of Economics. «Il suo libro affrontava quell'argomento in modo tale che non si potè far finta che non esistesse».

L'anno seguente, Aleksander Kwasniewski, all'epoca presidente della Polonia, chiese formalmente scusa per il pogrom di Jedwabne. Anche se le sue scuse provocarono forti controversie in Polonia, molti le considerarono un momento cruciale ai fini della ricostruzione dei rapporti con la comunità ebraica e con Israele.

«Le scuse formali di Kwasniewski furono un passo avanti di enorme portata e crearono le premesse per un dibattito. Prima, potevi parlare finché volevi, ma se non citavi Jedwabne o il pogrom di Kielce (nel quale nel 1946 furono uccisi una quarantina di ebrei), non c'era nient'altro di cui parlare» dice un ex diplomatico polacco.

Un'altra svolta importante, aggiunge, è stata la realizzazione del Museo Polin della Storia degli ebrei polacchi, inaugurato a Varsavia nel 2013 anche grazie al sostegno di Kwasniewski e del suo successore Lech Kaczynski. «Per la prima volta, i ragazzi israeliani che visitavano il museo hanno avuto la possibilità di imparare non soltanto qualcosa a proposito dell'Olocausto, ma anche dei quasi mille anni di storia comune che abbiamo condiviso. Il museo è stato uno dei modi migliori per allacciare rapporti. Lech Kaczynski lo aveva capito benissimo» dice il diplomatico.

Senato polacco vota legge sull'Olocausto

Oltre alle iniziative di spicco di cui si sono occupati anche i giornali, e al lavoro di personaggi autorevoli come Papa Giovanni Paolo II e l'ex ministro degli Esteri polacco Wladyslaw Bartoszewski, anche la popolazione polacca ha avuto un ruolo di primo piano nella riconciliazione post-comunista: lo afferma Jonathan Ornstein, direttore del Centro della comunità ebraica di Cracovia. «Non è stata una politica governativa calata necessariamente dall'alto, bensì l’espressione della volontà del popolo polacco» dice. «Così facendo, i polacchi hanno dimostrato il loro desiderio di avere una comunità ebraica in Polonia, accanto a loro, e di lavorare mano nella mano per contribuire alla rinascita della vita degli ebrei».

Malgrado ciò, a fronte della tempesta scatenata e alimentata dalla nuova legge, molte persone che appartengono alla comunità ebraica polacca – che oggi conta circa diecimila individui – si chiedono se sia effettivamente possibile mantenere ciò che è stato acquisito. Chipczynska riferisce che alcuni hanno iniziato a riflettere seriamente sul loro futuro in questo paese. «Mi pongo domande, mi chiedo se qui possiamo avere un futuro. Molti genitori stanno facendo altrettanto» dice. «Tanti ebrei si stanno chiedendo se potranno ancora esprimere apertamente la loro appartenenza all'ebraismo».

A differenza di altri paesi europei come la Francia, che negli ultimi anni ha assistito a un'impennata dell'antisemitismo, le autorità della comunità ebraica polacca dicono di non essere a conoscenza di episodi di violenza a danni di ebrei. Tuttavia, il dibattito pubblico si sta facendo sempre più fosco e incoraggia la comunità ebraica polacca a prendere maggiori precauzioni.

“Nella Seconda guerra mondiale morirono sei milioni di polacchi, tre milioni erano ebrei polacchi ovvero il 90% della comunità ebraica in Polonia prima del conflitto”

 

«Per anni siamo andati orgogliosi del fatto che, mentre in Europa occidentale il modo migliore per individuare una sinagoga era cercare il carro armato parcheggiato di fronte, qui sicurezza voleva dire sentirsi chiedere ogni tanto di aprire la borsa per un controllo, quando se ne ricordavano» racconta Konstanty Gebert, columnist del quotidiano Gazeta Wyborcza. «Adesso, se pensiamo alla sicurezza, siamo un po' più preoccupati».

I diplomatici e le autorità polacche stanno facendo di tutto per trovare una via di uscita dalla crisi. Sebbene con la sua firma abbia trasformato l'emendamento in legge, Duda l'ha poi inviata al tribunale costituzionale polacco per una verifica, passo che potrebbe preparare la strada per un cambiamento. Con un gesto ulteriore molto importante, giovedì scorso il presidente Duda ha espresso “profondo dolore” per gli allontanamenti del 1968, e ha chiesto perdono. Una delegazione polacca si è recata in visita in Israele per intavolare colloqui.

Anche gli Stati Uniti adesso esercitano pressioni su Varsavia affinché pervenga a una soluzione. In ogni caso, se si tiene conto delle apprensioni e delle emozioni infiammate che dilagano sia in Polonia sia in Israele, sarà difficile trovarne una. «La Polonia corre in due direzioni contrarie a una stessa velocità e con una stessa determinazione» dice il rabbino capo del paese, Michael Schudrich. «Parte della popolazione sarebbe felicissima di porre fine a ogni relazione, ma l'altra metà si sta battendo con grande vigore per riportare i rapporti tra i due paesi dove erano in passato, e lotta accanitamente per una discussione improntata alla ragione. All'interno del governo sono in molti a voler garantire che questa relazione resti positiva».

Eppure, anche nel caso in cui le autorità polacche riuscissero a trovare un modo per troncare la controversia con Israele, molti osservatori temono che la comunità ebraica in Polonia possa aver bisogno di molto più tempo per riprendersi del tutto. «All'apparenza, la situazione potrebbe appianarsi. Tutti hanno l'interesse a far sì che la situazione non degeneri. In ogni caso, sarà estremamente difficile ricostruire la storia di fiducia che ha richiesto gli ultimi trent'anni per consolidarsi» dice l'ex diplomatico polacco.

«Stringere amicizia significa fare molti piccoli passi. Non si tratta di un processo spettacolare. Si raggiunge l'amicizia vera solo perseverando e usando determinazione. Negli ultimi trent'anni i piccoli passi avanti sono stati moltissimi e ci si è impegnati a livello personale. Avevamo ottenuto molto, ma adesso quel molto è andato in briciole. La prossima generazione dovrà ricominciare a ricostruire, proprio come facemmo noi dopo il 1968».

(Traduzione di Anna Bissanti)

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