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Il principe Salman corteggia gli investitori Usa ma svanisce l’Ipo di…

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LA VISITA A WASHINGTON

Il principe Salman corteggia gli investitori Usa ma svanisce l’Ipo di Saudi Aramco

Il principe ed erede al trono saudita Mohammed Bin Salman al suo arrivo a Washington (Reuters)
Il principe ed erede al trono saudita Mohammed Bin Salman al suo arrivo a Washington (Reuters)

Sarà Bin Salman il riformatore, come lui tiene tanto a presentarsi al mondo occidentale? Oppure l'ultimo baluardo contro l'espansione dell'Iran, anche questa un'immagine a lui molto cara? O ancora Salman il principe in cerca di affari che vuole cambiare volto all'economia saudita e si porta in dote l'Ipo più grande della storia? Sotto quale veste si presenterà il potente principe reggente saudita agli occhi di Donald Trump, a quelli dei businessmen americani e di un'opinione pubblica ancora diffidente?

La visita che oggi il giovane principe saudita , nominato erede al trono lo scorso giugno a soli 32 anni, compirà a Washington presenta un'agenda molto fitta.
Nell'arco di pochi giorni farà tappa a Washington e New York, per poi spingersi nella Silicon Valley. Oltre a Trump incontrerà leader politici, ma anche esponenti del mondo del business, con particolare attenzione all'hi-tech.
L'obiettivo principale sarà rafforzare quella nuova alleanza strategica forgiata con Trump lo scorso giugno, quando il presidente americano sbarcò a Riad con al seguito una nutrita delegazione di businessmen. Allora, oltre ai lucrosi contratti per la fornitura di armi americane ai sauditi (dal valore di oltre 100 miliardi di dollari), Trump e Salman gettarono le fondamenta per la loro comune strategia in chiave anti-iraniana. Ma se il fine risulta piuttosto chiaro, i mezzi per conseguirlo non appaiono così convincenti. Nessuno mette in dubbio che l'Arabia Saudita di Bin Salman stia attraversando un tentativo di riforma epocale. Ma resta sempre un tentativo.

La sempre più lontana Ipo di Aramco
Il presidente Donald Trump non aveva mai nascosto la sua grande ambizione: fare del New York Stock Exchange la piazza straniera su cui quotare il 5% della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera più grande al mondo. Da questa Ipo Riad si attendeva 100 miliardi di dollari. I pretendenti più accreditati erano New York e Londra, ma anche Hong Kong e Tokyo.
Trump aveva perfino caldeggiato Mohammed Bin Salman (Mbs) con un tweet ribadendo quanto fosse gradita la scelta di New York. Ma via via che l'Ipo del secolo assumeva i connotati di una delicata questione geopolitica, i sauditi hanno cominciato a titubare. Così l'Ipo che doveva essere lanciata nell'autunno del 2017, con ogni probabilità sarà rinviata al 2018. Se mai si farà. Perché potrebbero esserci scelte alternative capaci di provocare delusione se non risentimento tra gli alleati americani. Per esempio, come riporta il quotidiano americano Wall Street Journal, quotare prima una parte del 5% di Saudi Aramco sul Tadawul, la borsa saudita, e considerare ancora l'opzione di Hong Kong. Oppure limitarsi al Tadawul e procrastinare a tempo indeterminato la quotazione internazionale. Altre fonti parlano invece di nuove possibili opzioni: come vendere parte o tutta la quota direttamente ai cinesi bypassando i rigidi controlli delle borse anglosassoni.

Il rischio di risarcimenti per l’11 settembre
D'altronde i sauditi hanno le loro ragioni per prendere tempo.
Quotare Aramco a New York per esempio, significherebbe sottoporla alle stringenti norme in materia di trasparenza finanziaria e a far venire a galla i dati sensibili della compagnia (come lo stato effettivo delle sue riserve) che la leadership saudita custodisce gelosamente da tempo.
Senza contare un ostacolo normativo che non fa dormire sonni tranquilli ai sauditi. Si chiama «Justice against sponsors of Terrorism Act», una norma approvata dal Congresso nel settembre 2016 che consentirebbe alle vittime degli attentati dell'11 settembre 2001 di intentare cause contro Riad per ottenere risarcimenti potenzialmente miliardari. Una possibilità che preoccupa gli investitori desiderosi di aggiudicarsi una partecipazione in Aramco. Peraltro il recente rialzo dei prezzi del greggio, per quanto su livelli non ancora soddisfacenti per Riad, consente ai sauditi di guadagnare ancora del tempo.

Il sogno di un'economia sganciata dal petrolio
Probabilmente è l‘obiettivo a cui Salman tiene di più. Persuadere i businessmen americani, ancora perplessi, che il suo cammino verso le riforme è genuino e concreto. E quindi ottenere parte di quei colossali investimenti necessari a trasformare in realtà il faraonico piano «Vision 2030». Forse peccando di ottimismo, o di presunzione, Mbs punta a cambiare radicalmente volto all'economia saudita. Affrancandola, almeno in parte, dalla dipendenza dal greggio, e puntando sulle privatizzazioni e sullo sviluppo di settori tecnologici all'avanguardia, oltre che sul turismo. Soltanto per realizzare Neom, l'avveniristico polo industriale interamente digitalizzato che Salman vorrebbe creare sulle sponde del Mar Rosso, sarebbero necessari 500 miliardi di investimenti.

Le difficili riforme per riabilitare l'immagine del Regno
Per ottenere gli investimenti stranieri, Mbs sa bene che dovrà vincere la diffidenza nei confronti delle sue iniziative “forti”.
La controversa maxi retata anti-corruzione scattata lo scorso novembre, culminata nell'arresto di almeno 200 businessmen, principi e politici sauditi ha colto di sorpresa il mondo. La confisca dei loro assets e il rilascio di una buona parte di loro solo dietro il pagamento di costosissime cauzioni (in alcuni casi anche di un miliardo di dollari) , è stata anche interpretata come un'iniziativa non proprio tipica di uno Stato di diritto, finalizzata a sbarazzarsi del dissenso interno.
Al di là della corruzione, un male che sottrae alla Corona miliardi di dollari ogni anno, è apparsa insomma una sorta di resa dei conti.

Cosa che ha scoraggiato i potenziali investitori. Dopo il rilascio di diverse persone arrestate, Mbs sta ora cercando di riabilitare la sua immagine presentandosi come l'uomo delle riforme. Il principe capace di trasformare nel volgere di pochi anni un Regno arcaico e ultra-conservatore, roccaforte di una delle interpretazione più rigide dell'Islam (lo whabismo), in un Paese moderno. Certo, l'abolizione della leggi che vietavano alle donne saudite di guidare, o di andare allo stadio, sono progressi non da poco. Anche l'apertura dei cinema a tutti i cittadini sarebbe una svolta. Ma alla fine sono ancora gli strati superficiali di un regno il cui cuore resta conservatore, intollerante al dissenso e alle critiche internazionali sul mancato rispetto dei diritti umani. Un regno che guarda al modello democratico ancora con sospetto e non poche paure.

Una politica estera aggressiva ma finora senza successo
Sarà anche un riformatore, ma l'altro volto di Mbs è quello di un principe determinato a perseguire i suoi obiettivi geopolitici senza indugi, ricorrendo anche ad iniziative militari controverse ed a misure diplomatiche discutibili.
Il dossier Yemen lo dimostra con forza. La campagna militare avviata nel 2015 dall'Arabia Saudita – voluta fortemente da Mbs – volta a contrastare l'avanzata dei ribelli sciiti Houti, accusati di ricevere il sostegno dell'Iran, non sta sortendo i risultati sperati.
Quasi tre anni di bombardamenti aerei neanche troppo selettivi (in diversi casi hanno causato molte vittime civili), miliardi di dollari in sperse militari la campagna in Yemen (a cui partecipa una coalizione di nove Stati, tra arabi e mediorientali) non ha sortito i risultati sperati. I ribelli sciiti Houti controllano ancora la capitale Sanaa ed il fronte sunnita sostenuto dai sauditi si è pericolosamente frammentato.

Quanto al controverso embargo contro il Qatar, adottato lo scorso giugno da Arabia, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto, come si può definirlo un successo?
Chiudendo gli spazi aerei, terresti e navali del piccolo ma ricchissimo emirato, accusato di sostenere il terrorismo islamico e di aver relazioni troppo amichevoli con l'Iran, Mbs pensava di mettere in ginocchio in poco tempo l'Emiro di Doha. Nove mesi dopo il Qatar è ancora in piedi. Paradossalmente ha rafforzato le relazioni con l'Iran (ma anche con la Turchia di Erdogan) ed ha dato i via ad una campagna militare di acquisti in Europa con al seguito anche contratti infrastrutturali. Un dinamismo commerciale ancora più vivace di prima.

Iran per niente indebolito
L'Iran, infine, non si è affatto indebolito. Anzi. In Siria la Repubblica islamica è sempre più forte. E quanto al processo di pace isreaelo-palestinese, la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, con l'intenzione di trasferirvi l'ambasciata americana, ha messo in una posizione davvero scomoda i sauditi, fino ad ora i paladini della causa palestinese. Se non vogliono perdere consenso tra i Pasi arabi del Medio Oriente (ma anche tra quelli musulmani sparsi nel mondo) i sauditi devono trovare una sorta di soluzione di compromesso. Anche se solo apparente.
La nuova alleanza strategica tra Trump e Bin Salman comincia a presentare diversi problemi. E forse anche qualche crepa.

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