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I miliardari russi in terra ostile a «Londongrad»

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dopo il caso dell’ex spia avvelenata

I miliardari russi in terra ostile a «Londongrad»

(Reuters)
(Reuters)

Il giorno in cui la primo ministro britannica Theresa May ha espulso 23 diplomatici russi per indignazione nei confronti del Cremlino, i banchieri della City a Londra erano impegnati ad annotare alacremente le commissioni relative all'emissione di bond russi per svariati miliardi di dollari. Poche ore dopo la violenta reazione di May per l'avvelenamento del doppio agente russo a Salisbury, Gazprom ha emesso a Londra un eurobond da 750 milioni di dollari. Il giorno seguente, sempre a Londra, il governo russo ne ha emesso uno da quattro miliardi di dollari.

«Procede tutto come al solito?» ha chiesto l'ambasciata del Regno Unito in Russia. La risposta a questa domanda è poco chiara per i molti russi che abitano nel Regno Unito e che adesso si trovano nella scomoda posizione di vivere nel clima glaciale delle relazioni tra Londra e Mosca, esposti a un nazionalismo in forte crescita in entrambi i paesi e soprattutto al risentimento in UK nei confronti dell'élite dorata nella capitale. Altrettanto nervosi nella City sono gli avvocati, i contabili, i banchieri privati, gli sviluppatori immobiliari, gli addetti alla sicurezza nelle aziende e molti altri che hanno gonfiato a dismisura i portafogli offrendo i loro servizi ai russi più facoltosi. Alcuni sono convinti che questa crisi sfumerà nel nulla: gli affari in ballo sono semplicemente troppo redditizi per tutti.

L'anno scorso, malgrado le sanzioni imposte a Mosca dopo l'annessione della Crimea nel 2014, l'emissione di obbligazioni russe a Londra ha quasi sfiorato il record. Oggi sono 57 le società quotate alla London Stock Exchange con proprietari di maggioranza russi. Più che in qualsiasi altro luogo al mondo lontano da Mosca.

«Abbiamo sempre offerto i nostri servizi a tutti» ha detto un consulente per la sicurezza che ha clienti russi. Secondo lui, i russi sono stati gli ultimi arrivati nella lunga sfilza di arrampicatori danarosi, dai “baroni ladri” americani di fine Ottocento ai magnati greci del settore navale ai principini cinesi. «Noi facciamo proprio questo: assimiliamo le varie ondate di ricchi che vengono da noi».

Quando si hanno gli amici giusti
Il denaro russo è riuscito ad arrivare fino a Westminster, e l'esempio più recente è quello di Oleg Deripaska. Oligarca vicino a Vladimir Putin, Deripaska in passato aveva fatto fatica a garantirsi un visto per gli Stati Uniti, ma in seguito ha assunto l'ex ministro conservatore dell'energia Greg Barker e l'azienda amministrata dall'illustre laburista Peter Mandelson perché lavorassero per la sua società energetica EN+.

Adesso altri illustri connazionali che hanno fatto altrettanto, tra i quali Robert Skidelsky, David Owen e Paul Myners, hanno posti di lavoro assai redditizi e una poltrona nei consigli di amministrazione di società russe controllate spesso da oligarchi vicini al Cremlino.

Questa settimana, il partito conservatore britannico è stato accusato di aver ricevuto dal 2010 a oggi contributi che possono essere fatti risalire alla Russia per più di tre milioni di sterline, comprese le 160mila sterline pagate l'anno scorso dalla moglie dell'ex viceministro delle finanze di Putin per il privilegio di giocare a tennis con Boris Johnson, il ministro degli esteri.

Alcuni politici, in ogni caso, credono che l'enorme indignazione di questi giorni stia iniziando a neutralizzare gli anni della generosità russa. “Penso che il governo stia cominciando a recepire il messaggio” ha detto Chris Bryant, un parlamentare laburista che presiede il gruppo trasversale che si occupa di questioni russe e vuole che si applichino controlli molto più rigidi ai capitali russi in arrivo. «Dobbiamo dare una bella ripulita al nostro operato».

Biglietti d'oro
Negli anni Novanta le cose andavano in modo assai diverso: a quei tempi la City in piena espansione aveva appena iniziato ad attirare persone di talento da tutto il mondo. Il Regno Unito in un certo senso srotolò il tappeto rosso per i russi facoltosi, molti dei quali avevano messo insieme le loro fortune durante le frenetiche manovre di privatizzazione degli asset pubblici che avevano fatto seguito al crollo del regime sovietico.

Fondamentale fu la decisione di John Major di introdurre un visto speciale per chiunque avesse investito un milione di sterline nel Regno Unito, soglia poi alzata a due milioni. Per i benestanti russi, in fondo, quella era una modesta cifra da pagare in cambio della possibilità di usufruire delle tutele legali di Londra, delle scuole pubbliche e del suo distretto finanziario, con l'impegno di allora ad applicare una regolamentazione “light”.

Secondo Transparency International, un quarto di tutti i visti concessi dal governo britannico tra il 2008 e il 2015 è andato infatti a cittadini russi, il che equivale a investimenti nell'ordine minimo di 729 milioni di sterline. Buona parte di quella cifra è finita in proprietà immobiliari londinesi di gran pregio.

Billionaires' Row
Ne è un esempio la baronesca proprietà immobiliare di Roman Abramovich, l'oligarca per eccellenza, nella cosiddetta “Billionaires' Row” — una strada privata che attraversa i Kensington Palace Gardens, lungo la quale si trovano le residenze degli ambasciatori, pattugliate in permanenza da agenti della polizia col mitra in spalla.

Nel 2003 Abramovich, che aveva fatto fortuna acquistando le azioni di società petrolifere e di gas e rivendendole poi al governo in cambio di parecchi miliardi, annunciò il suo arrivo a Londra con l'acquisto della squadra di calcio del Chelsea. «”Ombroso tycoon siberiano” quasi certamente era il soprannome più lusinghiero che avesse mai avuto. Oggi è considerato un rispettabile uomo d'affari britannico» dice Roman Borisovich, ex pezzo grosso nel campo delle assicurazioni che adesso fa campagna per una migliore governance della Russia tramite il suo gruppo ClampK.org group.

A Londra il vicino di casa di Abramovich è Sir Len Blavatnik, nato in Ucraina, che ha finanziato una nuova scuola di government a Oxford – con la donazione più ingente che l'università abbia mai ricevuto –, una nuova ala del Tate Modern Art Museum, e molto altro ancora.

Transparency International ha calcolato che i russi sarebbero responsabili di circa un quinto degli investimenti pari a 4,4 miliardi di sterline in proprietà immobiliari nel Regno Unito grazie a quella che ora è considerata essere una “ricchezza sospetta”. Gli acquirenti non necessariamente occupano quelle proprietà, si legge in un suo rapporto, ma usano i loro possedimenti in territorio britannico alla stregua di cassette di sicurezza per i loro capitali all'estero.
Facendo riferimento al complesso immobiliare ultra-lussuoso da 1,15 miliardi di sterline che Nick e Christian Candy hanno finito di realizzare nel 2008, e i cui alloggi sono richiestissimi dalla clientela russa, Natasha Semyonova Bateman, la cui società Axton UK aiuta i russi a trasferirsi in Gran Bretagna, ha chiosato: “Chi altri farebbe acquisti all'One Hyde Park?” Semyonova Bateman conferma anche un inaspettato afflusso di cittadini russi iscritti nelle scuole pubbliche britanniche, “purché abbiano un campo da golf e assomiglino alla scuola di Harry Potter”.

Il fronte gelido
Adesso alcuni hanno la chiara impressione che stia per finire un'era, se già non è finita. «Il mondo è cambiato» ha detto Gary Hersham, un agente immobiliare londinese considerato uno dei pezzi grossi nelle contrattazioni commerciali con i russi. Nel primo trimestre di quest'anno la Cina è balzata al primo posto per ciò che concerne l'assegnazione dei visti agli investitori da parte del Regno Unito, ricevendone 24 rispetto ai 16 emessi per altrettanti cittadini russi. Hersham – fondatore di Beauchamp Estates che ha uffici a Mayfair, in Costa Azzurra, a Firenze e Mykonos – immagina altre acquisizioni a Londra da parte dei russi per somme di denaro a otto cifre.

Prima dell'ultima crisi, però, Hersham ha notato che i capitali russi avevano iniziato a defluire dal mercato immobiliare del Regno Unito, e ora presume che questo trend proseguirà. «Ci eravamo abituati a ricevere dalle venti alle trenta richieste telefoniche a settimana, mentre adesso siamo fortunati se ne arrivano una o due» ha detto.

«Sono dell'idea che molto presto assisteremo a una vendita in blocco di tante proprietà immobiliari da parte dei russi» ha detto, aggiungendo che il Cremlino sta esercitando pressioni affinché i russi più facoltosi tornino indietro. «Si sono sentiti chiedere senza mezzi termini che cosa ci fosse di sbagliato nel sistema della pubblica istruzione russa».

Per alcuni russi che abitano a Londra, la stragrande maggioranza dei quali non appartiene all'oligarchia e non sostiene per forza di cose il governo di Putin, la crisi di questi giorni è una sorta di brusco risveglio. Alcuni hanno fatto sapere di sentirsi profondamente feriti, proprio come è accaduto agli espatriati francesi e italiani colpiti dalla Brexit.

Le frequenti battute scherzose degli amici, che ipotizzano che possa aver avvelenato il tè di qualcuno, “sono umilianti” ha detto Olga Vysokova, che si è trasferita a Londra nel 2002 per frequentare una scuola di business e ha poi deciso di restare. L'amica Anastasia Gunn a sua volta lamenta il fatto che “è molto difficile vedersi stigmatizzare e sentirsi dire che il tuo è denaro sporco”. Le due amiche hanno già sentito circolare la notizia di alcuni conoscenti che si spostavano regolarmente tra Mosca e Londra senza problema e che adesso sono stati trattenuti dagli agenti della polizia doganale britannica. Borisovich organizza visite guidate in autobus alle residenze londinesi degli oligarchi e mette in discussione il fatto che Londra possa accusare profondamente il colpo della partenza dei russi più ricchi. Secondo lui, in termini economici la partenza degli oligarchi russi avrebbe un impatto inferiore a quello che sembra di primo acchito.

Uomini come Abramovich e Deripaska appartengono a una tribù nomade, che tende a passare dalle proprietà immobiliari agli yacht sparsi per il mondo.
Buona parte delle loro ricchezze resta sempre lontana e al sicuro, per esempio a Cipro o nelle Isole Vergini Britanniche, e non arriva mai a Londra per restare a tempo indeterminato. Se si eccettuano le squadre di calcio e munifici gesti di filantropia, in genere i russi facoltosi non tendono a comprare o investire nelle società britanniche.

Per di più, con l'avvento delle sanzioni, si dice che alcune banche private britanniche abbiano diradato i loro affari con i russi. Le commissioni derivanti dagli scambi azionistici di società quotate in Russia sono soltanto un'esigua parte del giro d'affari complessivo della Borsa di Londra. «La percezione che ne abbiamo è falsata dal turbine di attività che tutti ricordano prima della crisi finanziaria» dice Borisovich. A ben vedere, infatti, anche l'offerta di bond della settimana scorsa è stata meno considerevole di quello che poteva sembrare in un primo tempo. L'offerta sovrana è stata gestita interamente da una banca russa, VTB Capital, che ha incluso una clausola insolita che consentirà a Mosca di ripagare parte degli utili in rubli, se ce ne fosse bisogno. Come dire, forse, che molti acquirenti potrebbero essere cittadini russi che stanno rimpatriando le loro ricchezze per ordine del Cremlino.

Traduzione di Anna Bissanti
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