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Israele, una federazione di sogni che si contraddicono a vicenda

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settant’anni fa nasceva lo Stato di israele

Israele, una federazione di sogni che si contraddicono a vicenda

Theodor Herzl  (Afp)
Theodor Herzl (Afp)

Aveva uno sguardo intenso, colmo di una nostalgia indecifrabile. Nel suo ritratto ufficiale, che non ha nulla di solenne ma un che di struggente, è affacciato sul “suo” Danubio. Il profilo dritto, la barba nera e curata, tutto in lui tradisce un'eleganza mitteleuropea che il vento della storia avrebbe spazzato di lì a poco via. Ma gli occhi guardano verso una lontananza estrema, forse irraggiungibile. Theodor Herzl (1860-1904), il “padre” dello Stato d'Israele che oggi compie settant'anni, era ben più di un talentuoso giornalista un po' dandy, del fondatore del sionismo, il movimento ebraico di ritorno alla propria terra che auspicava la nascita di un ebreo nuovo capace di diventare un popolo come gli altri e sfuggire al destino di perseguitato.

Theodor Herzl era prima di tutto uno di quei visionari che vedono più lontano degli altri: la Bibbia li chiama profeti. E chissà se da quel balcone di Budapest, la città dov'era nato in una famiglia ebraica della buona borghesia, riusciva già a immaginare che un giorno le sue spoglie sarebbero state traslate a Gerusalemme, su una collina che da lui avrebbe preso il nome, e che tutt'intorno alla sua lapide di marmo nero sarebbero stati sepolti i grandi della nazione, i caduti in guerra.

«Se lo volete non sarà un sogno» è la frase con cui Theodor Herzl siglò il movimento sionista: sta scritta nella sua opera principale, Altneuland, “Vecchia nuova terra”, e la ripeté al primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897. «Se lo volete non sarà un sogno» è diventato il mantra dei pionieri che partivano dall'Europa in fuga dai pogrom per venire in quella che era la Palestina prima nell'Impero ottomano e poi sotto mandato britannico, a lavorare la terra, a «costruire ed essere costruiti» per cambiare il proprio destino e avere finalmente uno Stato.

Quello che in ebraico si chiama Eretz Israel, “terra d'Israele”, ma assai più spesso è detto Ha-Aretz, cioè “la Terra” per antonomasia, quella da cui un ebreo “scende” quando va all’estero e “sale” quando vi torna, il 14 maggio compirà settant'anni, che a ben pensarci sono pochissimi per uno Stato, ma non in questo caso: nella numerologia ebraica settanta è il numero dell'infinitezza. E Israele è giovane, sì, ma ha delle radici che affondano negli abissi di una storia. Provate a mettere un bambino israeliano davanti al Pentateuco: leggerà e capirà con disinvoltura pagine che hanno almeno duemilacinquecento anni, perché è la sua stessa lingua, quella che parla con papà e mamma, che studia a scuola.

L’ebraico è anche la lingua di tre grandissimi scrittori che sono non solo l'emblema di una letteratura contemporanea unica, ma anche la coscienza intellettuale e morale di questo piccolo (più o meno come la Lombardia) e grande Paese: Amos Oz, A. B. Yehoshua e David Grossman. Ne discutiamo con loro per capire come si può raccontare oggi quel 14 maggio.

«Lo Stato d’Israele? Aveva ragione Herzl. È un sogno», risponde per primo Amos Oz con la sua voce morbida. «Un sogno realizzato. Se non che, l'unico modo perché i sogni restino tali è che non si avverino. Quando succede, un po' di delusione è inevitabile. Per questo Israele non può essere così meraviglioso. Lo ricordo spesso a me stesso e al prossimo. Fino a qualche generazione fa Tel Aviv era un toponimo da romanzo. Gerusalemme stava solo dentro ai libri. L'utopia che diventa realtà comporta delusione. Ma, come disse mio zio Yosef in quella mezzanotte fra venerdì 14 e sabato 15 maggio del 1948: “Dopo un intervallo di circa millenovecento anni abbiamo nuovamente un governo ebraico autonomo”».

«I sogni che si avverano comportano un prezzo pesante», gli fa eco David Grossman, che oggi ha 64 anni, ma che a suo tempo è stato l'enfant prodige della letteratura israeliana. Mentre scandisce la frase non si può non pensare al suo Uri, il figlio ventenne che ha perduto in guerra nel 2006. «Per me la nascita dello Stato d'Israele settant'anni fa – a differenza di Amos e Bulli (così tutti chiamano Yehoshua) non ero ancora nato – evoca la parola “miracolo”. La Shoah s'era portata via un terzo del popolo ebraico. Bisognava creare uno Stato. Ci siamo riusciti. Abbiamo assorbito milioni di profughi ebrei, prima dall'Europa e poco dopo dai Paesi arabi da cui furono cacciati. Abbiamo creato un'economia, un sistema statale, una cultura. Abbiamo messo in piedi un esercito, e non dimentichiamo che questo Paese sopravvive grazie all'esercito che lo difende. Altrimenti sarebbe stato annientato da decenni: la regione era, e in gran parte è ancora, violenta e ostile. Tutto questo per me è una specie di prodigio».

«Per me», interviene A. B. Yehoshua, «la conquista più importante di questi settant'anni è la legittimità dell'esistenza dello Stato ebraico sia nel contesto mondiale, compresa una parte del mondo arabo e islamico, sia all'interno dell'ebraismo: oggi Israele esiste perché deve esistere, perché è ovvio che esista. Questa legittimità ce la siamo conquistata non solo con la forza delle armi, ma anche nella capacità che questo Paese ha dimostrato di assorbire milioni di profughi. C'è ancora tanto da fare, sono ancora in molti a negare il suo diritto all'esistenza. Ma ci siamo e ci saremo». Tutto ciò era stato reso possibile dalla risoluzione dell'Onu del 29 novembre 1947, che sanciva la nascita di due Stati nella Palestina sotto mandato britannico: uno ebraico e l'altro arabo. Il fronte arabo rifiutò la decisione, la società ebraica palestinese esultò.

«Lo Stato d'Israele sarà aperto all'immigrazione ebraica, incrementerà lo sviluppo per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come detto dai profeti d'Israele... Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra», sta scritto nella Dichiarazione d'Indipendenza che David Ben Gurion lesse la notte del 14 maggio. Intanto il Paese era invaso da colonne di fanteria, artiglieria e mezzi corazzati di molti eserciti arabi.

«Avevo dodici anni quel giorno», racconta Yehoshua, «con mia madre e mia sorella eravamo nel rifugio sotto casa, insieme a tanti altri profughi di Gerusalemme. La città era assediata dai giordani e dai palestinesi, non avevamo acqua, corrente, viveri. C'era tanta paura. Per sei settimane restammo isolati così». «I proiettili piombavano sui quartieri ebraici di Gerusalemme al ritmo di uno ogni due minuti», racconta Amos Oz, che rievoca quei momenti vissuti da bambino (aveva nove anni) in Una storia di amore e di tenebra. Settant'anni di storia costellati di guerre, di un conflitto con cui confrontarsi giorno dopo giorno. Qual è il volto del Paese oggi? David Grossman declina ancora laicamente la parola “miracolo”: «Il miracolo d'Israele è la sua democrazia. I modelli di duemila anni fa, a cui si riconduce la rinascita dello Stato ebraico, non erano democratici. Tuttavia i padri fondatori decisero che sarebbe stata una democrazia. Ma la radice profonda della nostra identità si dipana dalla Bibbia: qui il popolo ebraico è “straniero” al mondo, come Abramo che è il primo a essere definito “ebreo”, alla lettera “colui che sta dall'altra parte”. Ci portiamo ancora dietro questa incertezza, questo senso di provvisorietà connaturato all'esistenza».

«Da settant'anni non siamo solo un sogno realizzato», dice Oz, «siamo una federazione di sogni, dove ciascuno ha il suo. E molti di questi sogni si contraddicono a vicenda. C'è di tutto in questo Paese: la Mitteleuropa, il Medio Oriente, l'ortodossia ebraica più stretta, il libertarismo, la Città Santa, Gerusalemme, e quella più gay friendly del mondo, Tel Aviv. Per me la natura più bella d'Israele è il suo pluralismo. Qui tutto è aperto. Si litiga, ma quasi mai con le mani: siamo per lo più degli attaccabrighe vegetariani. Questo Paese è un immenso dibattito in corso. E il pluralismo è un'autentica manna per la cultura, per questa letteratura di cui vado molto fiero».

E il futuro? Come si prospetta? Malgrado il vecchio adagio, «se ci sono due ebrei, ci sono almeno tre opinioni diverse», a questo proposito sembrano tutti d'accordo che, senza risoluzione del conflitto con i palestinesi, non ci sarà «guarigione completa», per usare le parole di Grossman. Yehoshua è come sempre diretto, nitido nella sua analisi: «Il nostro futuro dipende dalla risoluzione della questione palestinese. Più di cinquant'anni di occupazione per mezzo milione di palestinesi. Vedo ormai difficile una spartizione in due Stati. Il futuro d'Israele dipende dalla nostra capacità di offrire ai palestinesi una degna condizione nel contesto di uno stato binazionale. Per arrivare a questo ci vogliono dei cambiamenti istituzionali, bisogna passare dal sistema accentrato attuale a una forma più federale. Una sorta di Svizzera con i suoi cantoni più o meno autonomi». «Finché non ci sarà risoluzione della questione palestinese», incalza Grossman, «neanche noi ci sentiremo perfettamente a casa. Continueremo ad avere un po' paura del futuro, malgrado il nostro strabiliante high tech, la nostra economia in crescita, il nostro esercito, la nostra cultura».
«Ho paura per il futuro», gli fa eco Oz, «Ho paura del fanatismo e della violenza. Ma sono contento di essere cittadino di uno Stato che conta otto milioni e mezzo di profeti, otto milioni e mezzo di primi ministri, otto milioni e mezzo di messia. Non ci si annoia, qui. Ci si arrabbia, ogni tanto arrivano frustrazione e collera, ma non di rado anche fascinazione ed entusiasmo. Questo è uno dei posti più interessanti del mondo».

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