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Pechino, l’ineludibile convitato di pietra

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Asia e Oceania

Pechino, l’ineludibile convitato di pietra

La Cina è il convitato di pietra al tavolo del primo ricevimento dei cugini coreani da sessant’anni a questa parte. Non c’è storia tra l’incontro tra Kim e Moon e quello che, contestualmente, si svolgeva in Cina tra il core leader Xi Jinping e il primo ministro indiano Narendra Modi. «Dopo mesi di tensione tra i due vicini - hanno riportato i media statali - Pechino spera che l’incontro apra un nuovo capitolo per i legami bilaterali», ma il capitolo con l’India è storia minore.

Di certo i pensieri di Xi Jinping vagavano da tutt’altra parte, perché nel retrobottega cinese sta succedendo ciò che i suoi predecessori mai e poi mai si sarebbero augurati: una ripresa forte dei rapporti diplomatici tra le due Coree, congelati dall’armistizio degli anni Cinquanta, con la prospettiva concreta di ritrovarsi gli americani praticamente in casa. Difatti, fervono le trattative per organizzare l’atteso incontro in Nord Corea del presidente Donald Trump in casa di Kim Jong-un il che, inevitabilmente, materializzerà l’incubo di Pechino. La Casa Bianca ha fatto già sapere di avere tre-quattro opzioni.

Per neutralizzare l’incubo, il ministero degli Esteri cinese, laconico, ha fatto sapere attraverso il portavoce Lu Kang che «la Cina ha accolto con favore la dichiarazione congiunta della Corea del Nord e della Corea del Sud dopo che i loro leader si sono impegnati a lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana e dichiarare la fine ufficiale della guerra coreana del 1950-53. La Cina spera che tutte le parti possano mantenere lo slancio per il dialogo e promuovere congiuntamente il processo di risoluzione politica per la questione della penisola coreana. La Cina è disposta a continuare a svolgere un ruolo proattivo a questo proposito». Fine del comunicato.

Quali siano i veri sentimenti dei cinesi, lo si può solo intuire. Ricevendo il giovane scapestrato Kim Jong-un nella Great Hall of People per una cena protocollare con tanto di rispettive mogli al fianco ma in un clima molto disteso, Xi Jinping ha sapientemente giocato di anticipo. Non è stata, forse, la Cina, una strenua sostenitrice della denuclearizzazione della Provincia coreana?

Ora, però, il gioco si complica. Oltre lo storico incontro di ieri la Cina resta l’elemento cruciale della stabilità della penisola e dintorni, a patto che non ci siano ingerenze di altro tipo.

Non sappiamo nemmeno quanto i due leader coreani abbiano pensato a Xi Jinping, nella foga di stringersi ancora una volta la mano. Di certo l’accelerazione impressa agli eventi spinge il presidente cinese a concentrarsi sul suo vero e unico contraltare: il collega americano Donald Trump.

Consenziente al riavvicinamento delle due Coree, Xi Jinping punta al disimpegno degli Usa sul versante taiwanese, in modo tale da allentare i legami tra la Provincia ribelle e gli Usa, fino a indebolire ogni istanza di separatismo di Taipei.

Se il sangue coreano comincerà a scorrere in un corpo unico, questo deve poter succedere anche con quello cinese. La simmetria è implicita tra le righe del discorso di Xi al 19esimo Congresso. Xi, di conseguenza, non vuole ingerenze nel “suo” mar Cinese meridionale quindi, al netto delle dispute commerciali e delle accuse di ulteriori furti di segreti industriali, come attesta il monitoraggio lanciato ieri da Washington su tutte le joint ventures basate sull’intelligenza artificiale, Pechino si aspetta di poter pattugliare, come ha ripreso a fare, lo Stretto di Taiwan. Indisturbata. Com’è noto, così non è stato, gli americani non sono rimasti a guardare e l’ammiraglio Phil Davidson che prenderà il comando sull’area asiatica al posto di Harry Harris, ha un temperamento forte, proprio di quelli che piacciono a Donald Trump.

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