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Referendum sull’aborto, l’Irlanda sfida uno dei suoi tabù

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«la rivoluzione tranquilla»

Referendum sull’aborto, l’Irlanda sfida uno dei suoi tabù

L’Irlanda – un tempo “cattolicissima” - ha votato per dare forse una spallata a un vero e proprio tabù, sociale e politico: il divieto di abortire. Il referendum, indetto a tre anni da quello che legalizzò le nozze gay, ha chiesto ai cittadini di esprimersi sull’abolizione del cosiddetto “ottavo emendamento”, il bando assoluto all’aborto inserito nella Costituzione – sempre tramite consultazione popolare – nel 1983 e parzialmente alleggerito cinque anni fa per i casi in cui la vita della madre è in pericolo.

Si tratta di un divieto che, garantendo nei limiti del possibile uguali diritti alla madre e al feto, faceva fino a oggi dell’Irlanda uno dei Paesi con la legislazione più restrittiva in Europa. Con un effetto collaterale, denunciato dal fronte abolizionista: sarebbero circa 3mila all’anno le donne che vanno in Gran Bretagna per abortire, da quando, nel 1992, è diventato legale perlomeno fornire informazioni sull’interruzione di gravidanza all’estero ed è stato ufficializzato il diritto di spostarsi in un altro Paese per abortire.

Due irlandesi su tre per il «sì»
I risultati definitivi della consultazione hanno confermato la chiara vittoria preannunciata dagli exit polls: due irlandesi su tre si sono detti a favore dell’abolizione del bando, 66,4 contro il 33,6% di contrari. E ora, la legge per regolamentare il diritto di abortire sarà tutta da scrivere. Il governo di minoranza del giovane premier Leo Varadkar ha reso pubblica una bozza di normativa che consentirebbe l’aborto senza restrizioni nelle prime 12 settimane di gravidanza, fino a 24 settimane solo in casi particolari (se cioè la donna rischia la vita o anche solo danni alla salute). Ma la futura legge non entra in vigore automaticamente con il “sì” al referendum: dovrà passare attraverso l’iter di approvazione parlamentare. Tutt’altro che scontato visto il carattere divisivo del tema: basti pensare che oltre metà dei parlamentari del Fianna Fail, il principale partito di opposizione che però appoggia dall’esterno il governo, ritengono che il governo si sia spinto troppo in là con la sua proposta.

Un argomento per anni tabù
Per anni la questione è stata accuratamente evitata dai partiti perché considerata particolarmente rischiosa, soprattutto in alcuni bacini elettorali più tradizionalisti come quelli rurali. A cambiare la prospettiva è stata, nel 2012, la vicenda di Savita Halappanavar, una trentunenne di origini indiane morta per setticemia una settimana dopo la richiesta di aborto - respinta - presentata alla clinica universitaria di Galway, dove la donna era stata ricoverata alla 17esima settimana di gravidanza con forti dolori alla schiena. Una vicenda che ha aperto la strada prima all’alleggerimento del divieto – una legge del 2013 che consente l’aborto quando la madre rischia la vita – poi all’istituzione, nel 2016, dell’Assemblea dei cittadini, un organismo consultivo formato da un centinaio di rappresentanti della società civile e scelto dall’allora governo di coalizione per riflettere su una serie di temi, tra cui appunto l’aborto. Le raccomandazioni dell’assemblea sono diventate la base del referendum.

Irlanda al voto per aborto libero

Una campagna senza esclusione di colpi
La campagna è stata molto accesa, con gli abolizionisti impegnati a presentare il referendum come un altro passo verso la modernizzazione del Paese e gli anti-abortisti che continuano a considerare il bando attuale una salvaguardia inviolabile dei diritti umani. Il premier Varadkar, medico di professione, non ha fatto mancare il suo sostegno al “sì”, mettendo in guardia dal pericolo rappresentato oggi dall’utilizzo clandestino di pillole per l’interruzione della gravidanza.

La mobilitazione degli expat: #hometovote

Come già accadde per il referendum sulle nozze gay, molti irlandesi all’estero – perlopiù sostenitori del “sì”- si sono mobilitati per tornare a casa e votare, all’insegna dell’hashtag #hometovote (il voto per posta o nelle ambasciate non è consentito). E, a testimonianza della delicatezza del tema, i colossi del web - Facebook, Google e YouTube – hanno oscurato ogni di tipo di inserzione pubblicitaria sulla rete.

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