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REFERENDUM

Nella cattolica Irlanda trionfa il «sì» alla legalizzazione dell’aborto

Una vittoria schiacciante, oltre ogni aspettativa, per i “sì” alla legalizzazione dell'aborto. Se gli exit poll diffusi ieri dopo la chiusura delle urne saranno confermati dallo scrutinio, al via alle 9 di stamattina, gli irlandesi avranno dato una spallata inequivocabile a quello che per anni è stato un vero e proprio tabù. Segno di una società un tempo fortemente permeata dall'influenza della Chiesa cattolica e ora decisamente incamminata verso la modernizzazione, come già aveva dimostrato un altro referendum, quello che tre anni fa legalizzò le nozze gay.

I sì all'abolizione del divieto all'interruzione di gravidanza (inserito nella Costituzione nel 1983) sono stati il 68% ( a fronte di un 32% di contrari) secondo l'exit poll realizzato dall'Irish Times, ancora di più – 69,4 contro 30,6% - secondo il sondaggio post-voto realizzato dalla televisione Rte. E a trainare la vittoria non sono stati solo, come era prevedibile, giovani, donne e centri urbani; anche le zone rurali – immaginata roccaforte del fronte del “no” – stando all'Irish Times hanno assegnato un'inequivocabile vittoria (60 a 40) al “sì”.
Diversi segnali facevano presagire del resto già ieri una giornata storica per gli abolizionisti: i numerosi irlandesi in partenza dagli aeroporti europei con destinazione Dublino, mobilitati dall'hashtag #hometovote (il voto per posta o nelle ambasciate non era consentito) e a volte immortalati da festose foto di gruppo con striscioni e magliette inneggianti al sì; l'alta affluenza, a metà giornata maggiore di quella del referendum sul matrimonio omosessuale di tre anni fa; la presa di posizione a favore del “sì” da parte di molti leader di partito, su un tema che la politica per anni aveva accuratamente evitato per timore di pagare dazio alle elezioni.

Sebbene poi, all'interno degli stessi schieramenti, si riscontrassero anche importanti spaccature, specchio di una divisione che la campagna elettorale – senza esclusione di colpi – aveva fatto presagire più netta.
A spendersi in prima persona è stato soprattutto il giovane primo ministro, Leo Varadkar, leader del Fine Gael e lui stesso emblema del cambiamento della società irlandese (è figlio di un immigrato indiano e dichiaratamente gay): “Grazie a tutti quelli che oggi hanno votato – ha twittato ieri sera il premier -. E' un esempio di democrazia. Sembra che domani faremo la storia”.
Il bando all'aborto contenuto finora nell'ottavo emendamento della Costituzione, garantendo uguali diritti alla madre e al feto, faceva dell'Irlanda uno dei Paesi con la legislazione più restrittiva in Europa, sebbene fosse stato parzialmente alleggerito nel 2013 ( dopo una tragica vicenda di cronaca che fece grande scalpore) per i casi in cui la vita della madre era in pericolo. L'effetto collaterale di una normativa così severa è stato il vero e proprio esodo di donne in Gran Bretagna per interrompere la gravidanza: 3mila all'anno, secondo la campagna referendaria a favore del “sì”.

Abolito il bando dovrà ora essere approvata una legge che regolamenti l'interruzione di gravidanza. Il governo di minoranza aveva reso pubblica nei giorni scorsi una bozza di normativa che consentirebbe l'aborto senza restrizioni nelle prime 12 settimane di gravidanza, fino a 24 settimane in casi particolari (se cioè la donna rischia la vita o anche solo danni alla salute). Un principio di civiltà secondo gli abolizionisti, un pericoloso via libera all'aborto “on demand” per il fronte del “no”. La battaglia è appena cominciata.

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