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vertice di bruxelles

Migranti e futuro dell’Europa: la crisi di fiducia nel «sistema Schengen»

Il fronte euroscettico fa leva sulla gestione dei migranti per mettere in discussione Schengen e l’agenda europea. Nella foto il commissario per l’Immigrazione e gli affari interni Dimitris Avramopoulos - ANSA/OLIVIER HOSLET
Il fronte euroscettico fa leva sulla gestione dei migranti per mettere in discussione Schengen e l’agenda europea. Nella foto il commissario per l’Immigrazione e gli affari interni Dimitris Avramopoulos - ANSA/OLIVIER HOSLET

Ritorno a Schengen, nella sua essenza iniziale o addio a Schengen? È l’interrogativo che vede da un lato Commissione europea e Consiglio convinti dell’importanza del sistema Schengen e, dall’altro lato, diversi Paesi Ue che, dalla sospensione per un periodo limitato all’applicazione di Schengen, puntano addirittura alla sua abrogazione.

Contrasti che potrebbero portare al colpo definitivo non solo all’integrazione europea, ma alla stessa Unione. A ben vedere, però, le richieste di alcuni Stati più che alla totale eliminazione del sistema Schengen, puntano a una modifica dei soli aspetti legati alle regole sulle frontiere esterne e, quindi, più propriamente collegati all’immigrazione.

Accordo simbolo della costruzione europea
L’accordo di Schengen, concluso nel 1985, al quale si è aggiunta la Convenzione di applicazione, operativa dal 1995, è il simbolo di una svolta decisiva nella costruzione europea con l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne e la creazione di frontiere esterne comuni. Basato sul principio della fiducia reciproca tra gli Stati, l’accordo, integrato nel quadro giuridico Ue con il Trattato di Amsterdam, fa ormai acqua da tutte le parti. Sono 26 gli Stati aderenti al sistema Schengen, che vuol dire 400 milioni di cittadini: mancano da sempre all’appello alcuni Paesi Ue come Regno Unito, Irlanda, Cipro, Bulgaria, Romania e Croazia, ma hanno aderito 4 Stati extra Ue: Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein.

L’accordo si muove su due binari principali: abolizione dei controlli alle frontiere interne ossia tra due Stati Schengen e controlli armonizzati alle frontiere esterne. L’accordo ha anche armonizzato le condizioni di ingresso e le concessioni dei visti per i soggiorni brevi e rafforzato la cooperazione di polizia e giudiziaria.

Le possibili limitazioni
Per garantire la sicurezza interna è stato istituito anche il Sis ossia il sistema di informazione Schengen. Con il Trattato di Lisbona, è stato inserito il Protocollo n. 19 sull’acquis di Schengen integrato nell’Unione europea. Per modificarlo, poiché è parte integrante del Trattato, è necessario attivare le regole sulle procedure di revisione dei Trattati, con l’unanimità dei Paesi membri e la successiva ratifica. Una strada, quindi, difficilmente percorribile. Diverso è il caso delle regole sul codice delle frontiere Schengen adottato con il regolamento n. 2016/399. Il testo già prevede la possibilità per gli Stati, in casi eccezionali, legati a motivi di ordine pubblico e sicurezza, di chiedere un ripristino temporaneo dei controlli, con diverse procedure (articoli da 25 a 29). È prevista, ad esempio, una sospensione nell’applicazione dell’accordo per un periodo massimo di 6 mesi prorogabile non più di 3 volte per ulteriori 6 mesi al massimo, se perdurano le circostanze eccezionali (articolo 29), con la possibilità che lo stesso Consiglio chieda la sospensione su proposta della Commissione. In passato, già Germania e Austria, avvalendosi dell’articolo 26, avevano ripristinato i controlli causa emigrazione. Era seguita la Francia che aveva innescato la marcia indietro per via della lotta al terrorismo, in conseguenza della facilità con cui alcuni terroristi erano passati dal Belgio a Parigi, poi Danimarca e Svezia. Senza dimenticare che, già in passato, il 23 luglio 2015, alcuni eurodeputati, tra i quali Marine Le Pen, avevano chiesto di abrogare Schengen «che consente la libera circolazione di immigrati clandestini e di potenziali terroristi».

Scarsa fiducia degli Stati sul controllo delle frontiere esterne
Dalle deroghe attivate è così chiaro che gli Stati non hanno più fiducia nel sistema di controllo alle frontiere esterne e, quindi, le richieste di modifica sono indirizzate su questa parte con riferimento al regolamento del codice delle frontiere con modifiche da inquadrare nel contesto della procedura legislativa ordinaria e, quindi, con proposta della Commissione e approvazione successiva di Consiglio e Parlamento.
La stessa Commissione ha presentato una proposta di modifica del codice delle frontiere Schengen “con controlli sistematici obbligatori dei cittadini dell’Ue alle frontiere esterne terrestri, marittime e aeree”, pur chiedendo, nella Comunicazione “Ritorno a Schengen- la tabella di marcia” di porre fine alle misure di salvaguardia messe in campo dagli Stati. Il Consiglio, il 7 marzo 2017, aveva approvato una prima versione del testo, poi modificata e approvata il 15 giugno di quest’anno.
Adesso non resta che attendere il vertice del 28 e 29 giugno. Senza dimenticare, però, che l’addio a Schengen avrebbe costi economici, politici e sociali non solo per l’Unione, ma anche per i singoli Stati membri, con danni per i lavoratori Ue, per le aziende e per il sistema di cooperazione giudiziaria e di polizia.

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