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Nella Bei post-Brexit il rischio di minori risorse per Italia e Spagna

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banca europea degli investimenti

Nella Bei post-Brexit il rischio di minori risorse per Italia e Spagna

Tra i festeggiamenti della Bei, che quest’anno compie 60 anni, ce n’è uno tutto italiano. Dal 1958, anno di fondazione di questa speciale banca con la missione di promuovere gli obiettivi dell’Unione europea, l’Italia svetta al primo posto per ammontare di finanziamenti, pari a 210,7 miliardi. È una lunga storia, quella che lega l’Italia alla Banca europea degli investimenti. Dal 1959 al 1972, più del 60% dei prestiti Bei ai suoi Stati membri andò all’Italia, per progetti infrastrutturali come l’Autostrada del Sole. Da allora ne è passato di tempo, eppure puntualmente l’anno scorso Italia e Spagna si sono confermate ai primi due posti della classifica degli Stati beneficiari: a loro va un finanziamento su tre.

Non c’è molto da sorprendersi quindi se in occasione del terremoto Brexit, destinato a scuotere l’azionariato della Bei, con l’uscita del Regno Unito, un gruppo di Stati europei “core” (non quelli della cosiddetta periferia) abbia colto al volo l’occasione per chiedere una revisione della governance della Banca: una certa insofferenza verso i primati di Italia e Spagna avrebbe ispirato questa iniziativa, secondo fonti bene informate, anche se sta nella missione della Bei dare sostegno finanziario a chi ne ha più bisogno, comunque attraverso progetti bancabili, mai a fondo perduto.

La mossa resta subdola. Due lettere inviate questa estate al presidente della Bei, il tedesco e membro del partito liberale Werner Hoyer, sono venute a galla e a conoscenza del grande pubblico attraverso due scoop del Financial Times. Sei Paesi europei core, prima, e più recentemente una missiva del socialdemocratico ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz, hanno chiesto di avviare un dibattito interno, sollevando la questione dell’opportunità di mettere la Bei ancor più sotto l’ombrello della vigilanza europea dell’Ssm/Bce, sia pur non come una qualsiasi banca.

La tesi ufficiale è quella di voler perseguire un obiettivo prudenziale, in quanto la Bei attraverso il piano Juncker è stata portata su una strada che prevede di correre qualche rischio in più. Sebbene tutti gli interventi della Bei e del Fei nel Piano Juncker siano garantiti dal budget europeo attraverso il fondo Efsi, e sebbene il rischio di default nel portafoglio della Bei non arrivi all’1% (e che la Banca sia uscita dalla Grande crisi totalmente illesa e intoccata), il trend in atto porta questi azionisti poco amanti del rischio a chiedere una stretta sulla vigilanza in risposta a un crescente spostamento dalle infrastrutture alla ricerca, innovazione e sviluppo, e maggiore impegno verso Pmi e start-up.

Questa almeno è la facciata. Stando a fonti bene informate, non sarebbero Italia e Spagna nel mirino ma piuttosto la Bei stessa in rapporto alla tedesca Kfw, in quanto la Banca avrebbe un campo di azione più esteso rispetto a quello della cassa depositi e prestiti della Germania. Questo argomento si scontra però con le recenti iniziative che hanno creato “piattaforme” per mettere in collegamento la Bei proprio con le Kfw e le Cdp nazionali, per raggiungere un numero più esteso di potenziali investimenti. Oltretutto, pretendere di aggiungere un nuovo strato di vigilanza Ssm (la Bce già si occupa di Bei in quanto partecipa alle operazioni di rifinanziamento principale) quando tutte le banche europee si lamentano per un eccesso di vigilanza bancaria è una posizione che va sicuramente controcorrente.

Il progetto di lungo termine, e che non rientra per ora nel pacchetto “Brexit” in discussione, vedrebbe comunque alcuni azionisti core più favorevoli a introdurre criteri orizzontali per assegnare sempre più finanziamenti per macroaree (digitalizzazione, cambiamento climatico, robotica ecc...), sfuggendo alle logiche territoriali. Ma più vigilanza rischia di tradursi in più capitale accantonato a fronte di maggiori rischi e quindi meno finanziamenti.

Il vero nodo della questione, che è Brexit, non è però passato in secondo piano. La Bei intanto si è preoccupata di mettere al sicuro capitale e potenza di fuoco. Non è ancora certo se il Regno Unito uscirà dalla Ue, ma la Bei è pronta se questo dovesse accadere: i 27 azionisti che resteranno nel capitale Bei si sono già impegnati all’unanimità a subentrare e ripartirsi la quota britannica, che è pari a 39,2 miliardi, di cui però solo 3,5 sono effettivamente versati (paid-in) e andranno rimpiazzati con un esborso, mentre i rimanenti 35 miliardi sono sotto forma callable capitale (contingent liability), una garanzia che scatta solo se escussa nell’eventualità di perdite effettive.

Il Regno Unito inoltre si è impegnato a restare nel capitale della Bei fino a quando esistono finanziamenti aperti su progetti britannici in corso di attuazione. Se Brexit dovesse andare avanti, la AAA della Bei sarà preservata perché il capitale non subirà scossoni. C’è chi va oltre, sostenendo che quella AAA va preservata anche con una supervisione più invasiva di Ssm/Bce. Non tutti sono d’accordo e l’unanimità su questo non è scontata.

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