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Brexit, i rischi del mancato accordo su lavoro, commercio e trasporti

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conto alla rovescia per l’addio alla UE

Brexit, i rischi del mancato accordo su lavoro, commercio e trasporti

“No deal”, ovvero un divorzio senza accordo. È lo scenario peggiore che potrebbe materializzarsi nel negoziato per la Brexit, con conseguenze significative per cittadini e imprese, tra meno di otto mesi, a partire dal 30 marzo 2019, quando Londra non sarà più un Paese Ue. Un’ipotesi che nelle ultime settimane, dopo due anni di trattative a passo lento, non viene più esclusa. Ne sono ben consapevoli il caponegoziatore per la Ue, Michel Barnier, e il ministro britannico per la Brexit, Dominic Raab, che il 16 e il 17 agosto riprenderanno le trattative a Bruxelles.

Addio alla libera circolazione
Se non si arriva a un accordo di divorzio, da fine marzo la Gran Bretagna diventerà un Paese terzo e non scatterà il periodo transitorio previsto fino alla fine del 2020 in caso di intesa consensuale. Londra dirà definitivamente addio al mercato unico. Questo significa che non sarà più possibile la libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali. Da quel momento i cittadini italiani e degli altri Paesi Ue che intendono stabilirsi e lavorare al di là della Manica non avranno gli stessi diritti dei circa 3milioni che già risiedono. E anche questi ultimi, sottolinea Bruxelles in una Comunicazione approvata il mese scorso, «non beneficerebbero di alcun meccanismo specifico». A quel punto il governo britannico potrebbe introdurre un sistema di visti di lavoro o di registrazione obbligatoria.

Verrebbe meno anche il riconoscimento delle qualifiche professionali ottenute nel Paese di origine, oggi garantito da una direttiva Ue specifica ma che a quel punto a Londra non avrà più valore. Gli studenti ospitati nelle Università britanniche rischierebbero inoltre di pagare una retta più salata, come i loro compagni di corso extra-Ue. Non solo. I rapporti commerciali tra le due parti saranno regolati dalle norme della Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio, con l’introduzione di dazi all’importazione e all’esportazione che renderanno meno vantaggiosi gli scambi, con un impatto negativo per le imprese.

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Possibile caos nei cieli
Le incognite che potrebbero presentarsi non sono finite. Un taglio netto dei rapporti con la Ue costringerà la Gran Bretagna ad abbandonare la cooperazione in numerosi ambiti, come quello sulla sicurezza, grazie alla collaborazione tra le forze di polizia europee. Che cosa succederà poi all’accordo Open Skies per la liberalizzazione del traffico aereo siglato tra la Ue e gli Usa quando Londra uscirà dall’Unione? Il rischio, paventato dalle compagnie britanniche, è quello di un’interruzione dei voli verso l’Europa. Un vero e proprio caos nei cieli.

In caso contrario, l’opzione di una soft Brexit con un periodo transitorio servirebbe a rendere meno traumatico il divorzio e a gettare basi più solide per una relazione futura. Il tempo stringe e, come ha spiegato Barnier, c’è ancora divergenza sul 20% dei dossier che riguardano il divorzio, primo tra tutti il confine tra le due Irlande. L’ipotesi di concludere le trattative entro il vertice Ue del 18 ottobre per poter dare il via all’iter di ratifica appare una strada in salita. «Fare previsioni sull’esito - dice André Sapir, senior economist del think tank Bruegel - è impossibile. Una soluzione, considerati gli effetti dirompenti di un’assenza di accordo, sarebbe una sorta di intesa-quadro che rinvia al periodo transitorio i punti ancora in sospeso». Intanto il conto alla rovescia è iniziato e nelle prossime settimane Theresa May dovrà avere un occhio a Bruxelles e un altro alla situazione di politica interna, per lei tutt’altro che favorevole.

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