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Se Erdogan brucia tutti i ponti intorno a sè

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Se Erdogan brucia tutti i ponti intorno a sè

Nel 2003 Erdogan non consentì alle truppe americane dirette in Iraq di passare sul suo territorio, e lì nacque quella frattura con Washington che ha portato allo scontro con il presidente Usa Donald Trump sulla detenzione dal 2016 del pastore protestante americano, Andrew Brunson con l'accusa di essere un sodale del predicatore islamico Fetullah Gulen, il nemico pubblico numero uno di Erdogan.
Un rifiuto che ha portato al congelamento dei beni di due ministri turchi, quello della Giustizia e degli Interni, da parte della Casa Bianca e successivamente all'aumento dei dazi del 50% su acciaio e alluminio turchi. Una mazzata per la precaria economia del Paese della Mezzaluna sul Bosforo.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un convinto filo-islamico, viene spesso accusato di perseguire una politica estera neo ottomana così come delineata dal suo ex ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, che voleva diventare il mediatore di conflitti regionali con la formula “zero problemi” con i vicini.
Un tentativo brillante di riportare la Turchia ai fasti imperiali dei sultani e dell'impero ottomano. Per ottenere questo risultato Erdogan ha sperimentato la cosiddetta politica di “zero problemi” con i vicini, ma dopo 16 anni di governo ininterrotto i risultati sono stati fallimentari. Ankara ha conflitti in corso con la Siria (un tempo la famiglia Assad andava al mare insieme alla famiglia di Erdogan) e rapporti difficili con l'Iraq, l'Armenia, la Grecia, la Bulgaria e da ultimo anche con Israele sulla questione di Gerusalemme capitale. Senza contare le tensioni con Cipro e l'Italia sulle esplorazioni di idrocarburi nelle zone cipriote.
Insomma la politica estera di «zero problemi» con i vicini si è trasformata in «molti problemi con tutti i vicini». Erdogan è al governo ininterrottamente dal novembre 2002 e il suo potere politico si è sempre più radicato sia nel partito di maggioranza, Akp, dove non ha contendenti, sia nel paese dove l'opposizione di sinistra del Chp e del partito curdo HDP fa sempre più fatica ad esprimere una reale contrapposizione.
Come se non bastasse sale la tensione con Atene da quando il premier greco Tsipras ha accolto 8 militari turchi in fuga dopo il fallito golpe del luglio 2016 e due soldai greci sono detenuti dopo aver passato il confine terrestre inavvertitamente.
La politica estera di Erdogan ha assunto sempre più i toni autoritari che già contraddistinguono la sua politica interna.
Dunque Erdogan mostra i muscoli su Cipro e nell'Egeo perché Bruxelles intenda le ragioni turche.
Ma il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e di quello del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk non hanno mancato di far sentire la loro voce sostenendo i diritti del presidente cipriota Nikos Anastasiadis avvertendo che Bruxelles non accetterà minacce rivolte a qualsiasi paese membro quale è appunto Cipro, un'isola divisa dal 1974 in due zone di influenza e dove nella zona turca Ankara ha un contingente di 40mila uomini armati.
Sullo sfondo c'è il timore che la Ue e Israele si stiano preparando a estrarre il gas dal Mediterraneo facendo a meno della Turchia, finora considerata hub energetico indispensabile per il gas del Bacino del Levante.
Erdogan si appoggia sempre di più all'Iran della guida suprema Alì Khamenei e al presidente russo Vladimir Putin, due politici che dovrebbero essere visti con prudente distacco da un paese membro della Nato.
Ma la volubilità della politica estera di Erdogan, formalmente membro Nato, sta scavando un solco sempre maggiore di diffidenza tra partner occidentali (oltre che nei gestori di fondi di investimento) e il governo turco. Erdogan con la sua politica avventurista sta facendo tornare attuale quella che lo storico francese Fernand Braudel nel libro “Mediterraneo”, chiamava cesura di lunga durata che divideva il Mare Nostrum in due parti con una cicatrice mai del tutto rimarginata.

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