Mondo

Turchia, le fragilità dell’economia spiegate in 6 grafici

  • Abbonati
  • Accedi
DIETRO LA CRISI DELLA LIRA

Turchia, le fragilità dell’economia spiegate in 6 grafici

I dazi di Donald Trump sono stati il detonatore. La Turchia, però, accumulava da tempo fattori di vulnerabilità che avevano già determinato una lunga flessione della valuta. L’economia del paese era decisamente «surriscaldata», avvertiva a marzo il Fondo monetario internazionale (Fmi): un monito respinto da governo e banca centrale. Già nel nel novembre 2016, quando gli investitori - subito dopo l’elezione di Trump - iniziarono a vendere titoli dei paesi emergenti, la Turchia fu uno dei mercati più colpiti.

Una crescita drogata

IL PRODOTTO INTERNO LORDO
Variazione annua; (*) previsione

L’economia turca cresce molto rapidamente. In passato, quando gli eccessi di Erdogan erano lontani, si è anche parlato di un miracolo economico turco, e molte aziende delle economie avanzate hanno investito nel paese. La ripresa, dopo la Grande recessione, è stata robusta, e se ha rallentato nel tempo è stata accelerata nel 2017 fino al 7% annuo dalle politiche espansive che il presidente ha adottato dopo il fallito colpo di Stato. L’Fmi calcola nel 3,5%-4% la crescita potenziale del Paese mentre il governo ritiene sia al 5-5,5%: una differenza che potrebbe nascondere una grossa sottovalutazione dei rischi.

Prezzi surriscaldati

INFLAZIONE ANNUA
(*) previsione

È un fatto che l’inflazione sia molto alta: 11,9% nel 2017, l’anno del boom voluto da Erdogan, contro un obiettivo della banca centrale del 5%. Il confronto con il passato - nel 2001 i prezzi crescevano a un ritmo del 68% annuo - può dar vita a un certo compiacimento, ma la situazione in realtà non è sana. Anche perchè la Banca centrale ha tenuto a lungo i tassi al di sotto dell’inflazione (i tassi reali sono negativi), e solo a giugno ha deciso di alzarli portandoli dall’8%, un livello decisamente inadeguato, al 16,5% e, a distanza di una settimana, poi al 17,75%. La credibilità dell’autorità monetaria, soprattutto sotto il regime di Erdogan, è molto bassa.

Squilibri nei conti con l’estero

IL SALDO CORRENTE CON LESTERO
In percentuale sul Pil; (*) previsione

Il campanello d’allarme, per gli investitori, è l’andamento dei saldi con l’estero. La Turchia ha da tempo un deficit corrente a livelli elevati e preoccupanti - il 5,5% del pil nel 2017 - che l’hanno resa il bersaglio principale delle turbolenze valutarie e finanziarie. Negli ultimi tempi il disavanzo è stato finanziato sempre più con il ricorso a debito a breve termine, mentre gli investimenti diretti crollavano all’un per cento del pil nel 2017.

Riserve insufficienti

RAPPORTO RISERVE/DEBITO A BREVE TERMINE
(*) previsione

Non sorprende allora che sia risultato insufficiente il livello delle riserve valutarie: le risorse “interne” in valuta, le uniche a cui è possibile fare ricorso nel caso in cui si inaridiscano i flussi dall’estero. In rapporto al debito a breve termine (è il Guidotti-Greenspan ratio) sono calate nel tempo fino al 60% - il livello ottimale minimo è del 100% - e le previsioni indicavano un’ulteriore flessione fin sotto al 50%, un livello di allarme. Ha pesato anche la decisione della banca centrale di permettere agli esportatori di rimborsare crediti ricevuti nell’ambito del rediscount credit program in lire anziché in valuta straniera.

Troppo credito

RAPPORTO CREDITO/PIL

La crescita del paese è stata finanziata con un ampio ricorso al credito. Il rapporto tra credito e Pil è una misura che la Banca dei regolamenti internazionali ritiene importante per valutare la probabilità di una crisi bancaria. Per lungo tempo il gap, la distanza, tra questo rapporto e la sua linea di tendenza è stata positiva, segnalando un surriscaldamento: è poi calata, ma è rimasta relativamente elevata, anche in rapporto a quanto avviene in altre economie Emergenti, più attente a frenare gli eccessi.

Costi crescenti per le aziende

DEBT SERVICE RATIO
In percentuale

È anche aumentato, nel tempo, il costo del servizio del credito, che ha via via pesato sempre di più. La crescita appare costante: a dicembre 2017, il 15,8% del reddito delle imprese non finanziarie è destinato a interessi e rimborsi. Era il 9,3% solo a fine 2013.

© Riproduzione riservata