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La Grecia esce dalla crisi ma il paese è a pezzi. A confronto il…

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LA FINE DEL BAILOUT

La Grecia esce dalla crisi ma il paese è a pezzi. A confronto il prima e il dopo in 5 grafici

È un paese a pezzi. La Grecia esce dalla crisi, ma ne esce decisamente male. «La politica fiscale è stata più rigida del dovuto», ha ripetuto nel suo rapporto di fine luglio il Fondo monetario Internazionale, e non si può dire che nel frattempo la struttura economica sia davvero migliorata: la produttività resta bassa. Il piano di salvataggio, insomma, non è stato disegnato nel migliore dei modi, né è stato accompagnato da quelle riforme strutturali che avrebbero fatto davvero la differenza rimettendo in modo i veri fattori dell'economia: capitale fisico, capitale umano, lavoro.

Un’economia squilibrata

SPESE PUBBLICHE
Base 2010=100 (Fonte: Eurostat)

Cosa sia successo alla Grecia, dal punto di vista macroeconomico, è noto, ma è bene ripeterlo. Il governo ha speso molto, troppo. Prima della Grande recessione, le spese pubbliche sono aumentate rapidamente, a un ritmo decisamente superiore a quello di Eurolandia o di un paese non troppo attento alle finanze pubbliche come l'Italia: il pil, complice anche un surriscaldamento del credito privato (i tassi erano bassi, prima della crisi) ha risposto allo stimolo – è aumentato a un ritmo decisamente più alto di quello italiano – e non si può dire che il loro peso, o quello del debito, comunque alto, sia andato troppo fuori strada, almeno fino al 2008. Le spese pubbliche erano pari nel 2007 al 47% del pil, contro il 45,4% di Eurolandia ( e il 46,8% dell'Italia), mentre il debito era al 103% del pil, un livello alto ma paragonabile a quello del debito italiano l'anno precedente (102,8%). Lasciavano a desiderare, piuttosto, le entrate: la pressione fiscale era appena superiore al 30% del pil, contro il 39% medio di Eurolandia.

Poco spazio di manovra

IL RAPPORTO DEFICIT-PIL
Dati in percentuale (Fonte: Eurostat)

La Grande recessione ha quindi trovato la Grecia decisamente squilibrata: il rapporto deficit/pil è sempre stato più alto che nel resto di Eurolandia e, insieme al debito eccessivo, non offriva grande spazio di manovra per contrastare la crisi. Il governo, toccando marginalmente la pressione fiscale, ha però deciso di aumentare comunque le spese pubbliche, che hanno addirittura accelerato, e il debito pubblico è esploso portandosi al 172% nel 2011. A questo punto il governo ha avuto difficoltà a rallentare le spese – e non può essere una sorpresa – e a recuperare così stesso tempo l'equilibrio, mai raggiunto prima e lontano dalla cultura economica del paese, malgrado i piani di salvataggio e la riduzione del debito: dal 2009 in poi, in termini nominali, le spese pubbliche sono calate quasi senza sosta e la pressione fiscale ha raggiunto livelli “europei”, ma il debito pubblico si è stabilizzato intorno al 177% del pil, mentre il deficit è rientrato faticosamente, fino ad azzerarsi.

Un costo sociale altissimo

RETRIBUZIONE ORARIA
Base 2010=100 (Fonte: Ocse)

La fine degli eccessi nel credito privato, e le difficoltà del settore pubblico – da cui dipendeva gran parte del piccolo “miracolo” greco – ha quindi generato una crisi pesantissima per la popolazione. La disoccupazione, che dal 12% del '99 era scesa al 7,8% nel 2008, è balzata fino al 27,5% nel 2013, mentre le spese per la protezione sociale si sono contratte del 17%. L'economia, in assenza di una svalutazione esterna, ha risposto secondo manuale. L'indice dei prezzi si è leggermente contratto, mentre le retribuzioni (e il costo del lavoro) sono calate del 16% rispetto al 2010 (la flessione è stata del 10% nel solo 2013).

Risanamento parziale e senza ripresa

PRODUTTIVITÀ: PIL PER ORA LAVORATA
Base 2010=100 (Fonte: Ocse)

Ha funzionato la cura? Sul piano finanziario in parte: il ‘salvataggio' è finito, il bilancio pubblico è in surplus, l’avanzo primario è abbondante (anche se la Grecia dovrà conservarlo fino al 2060). Il riequilibrio finanziario non si è però trasformato in una ripresa: il pil reale cresce appena, la stessa produttività (pil per ora lavorata) langue ed è ai livelli del ‘92. La disoccupazione resta elevata, al 21%, mentre il rischio di povertà e di esclusione – che in realtà è sempre rimasto a livelli alti – coinvolge ora il 35% della popolazione, contro il 23% medio di Eurolandia (e il 30% italiano, un livello record…). L'emigrazione, che è triplicata dopo la crisi (da 40mila fino a oltre 120mila persone l'anno), è ancora un problema.

Un’economia poco dinamica

IL PIL REALE
Base 2010=100 (Fonte: Eurostat)

Il punto è che l'economia non è sufficientemente dinamica. Le banche non sono del tutto risanate e hanno difficoltà a finanziare gli investimenti, i vincoli all'economia – soprattutto nel settore dei servizi, ma non solo – lasciano ampio spazio al miglioramento, per un governo sufficientemente forte da superare le resistenze dei “protetti”. La facilità di fare impresa è migliorata ma resta bassa rispetto ai partner europei, e il risanamento non ha certo reso il paese più appetibile agli investimenti diretti esteri: il flusso è tornato ai livelli pre crisi. Il capitale umano sembra essere migliorato, ma è di difficile misurazione. Sulla carta ha fatto progressi, malgrado la crisi: il livello di istruzione della componente più giovane della popolazione (25-34 anni), che negli anni dopo l'ingresso nell'area euro era un po' rimasto indietro rispetto alla media dei Paesi Ocse. I laureati erano nel 2016 il 40% del totale di quella classe di età contro il 44% registrato in Francia (e il 25% dell'Italia). L'indicatore non misura la qualità dell'istruzione: in Germania, dove le scuole superiori sono eccellenti, “solo” il 30% dei più giovani ha una laurea.

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