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Le sfide della Fed nell’era dei colossi del web

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il meeting di JACKSON HOLE

Le sfide della Fed nell’era dei colossi del web

Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell
Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell

Banchieri centrali ed economisti americani e internazionali hanno calato il sipario sul simposio della Federal Reserve. Ma uno dei panel è stato rivelatore delle preoccupazioni che rimarranno centrali ben oltre l’appuntamento di Jackson Hole: «More Amazon Effects». L’effetto-Amazon, insomma. Il ruolo delle trasformazioni nel mondo del business - rivoluzioni tecnologiche e nascita di nuovi imperi, possibili monopoli o aziende superstar - e le implicazioni per chi gioca le carte della politica monetaria sulla base di dati e previsioni.

Sono anche queste trasformazioni profonde, le loro incerte ripercussioni anzitutto su crescita e inflazione, a dettare la cautela nelle strategie Fed, che in presenza d’una robusta espansione statunitense alza sì i tassi d’interesse - divergendo da un’Europa meno brillante ancora bisognosa di politiche ultra-accomodanti - ma solo a passo graduale. La prossima stretta è telegrafata per il vertice di settembre, quella successiva è possibile a dicembre, se le condizioni la raccomanderanno.

È una fiducia prudente nella performance americana che, se non piace a Donald Trump che vorrebbe sempre e soltanto stimoli alla “sua” crescita, è stata premiata dai mercati: l’indice S&P 500 è reduce da un nuovo record, il primo da gennaio. Un giudizio a caldo sulla leadership fornita dal chairman Jerome Powell che contrasta con il nervosismo generato dall’imprevedibilità di Trump su fronti delicati quali le tensioni commerciali. «La Fed - sottolinea Mickey Levy, chief economist di Berenberg - dovrebbe aumentare la stima della crescita potenziale. Economia e mercato del lavoro possono oggi rafforzarsi senza generare pressioni inflazionistiche e un ulteriore rialzo dei tassi non strangolerebbe l’espansione».

Ma la Fed si è accollata anche una nuova, difficile sfida di più ampio respiro nel cercare di inserire, nella propria bussola, le coordinate di cambiamenti economici strutturali. Una sfida evidenziata da tre dei quattro studi che hanno fatto da filo conduttore della conferenza annuale (il quarto ha trattato il rapporto tra concorrenza, stabilità e efficienza nel sistema bancario, consigliando non limiti alla concorrenza bensì adeguata supervisione). «More Amazon Effects», di Alberto Cavallo della Harvard University, alla presenza del chief economist del colosso dell’e-commerce Pat Bajari, ha esaminato l’avvento della concorrenza online, con i «prezzi determinati da algoritmi e la trasparenza del Web», nel retail e nelle dinamiche inflazionistiche: il fenomeno «ha aumentato la frequenza di cambi nei prezzi e il loro grado di uniformità». Per la politica monetaria, le implicazioni sono che «i prezzi retail sono meno impermeabili a comuni shock», dalla benzina alle oscillazioni nelle valute. E che occorre allargare l’attenzione oltre tradizionali rigidità, quali il costo del lavoro.

Un secondo studio ha preso di petto la debolezza degli investimenti di capitale, la concentrazione di mercato e il capitale immateriale, cioè software, proprietà intellettuale, brand, processi innovativi. Proprio il crescente ruolo degli intangibles, la loro scalabilità, ha favorito concentrazione settoriale e aziende leader. Gli elementi intangibili sono anche meno sensibili ai tassi d’interesse e potenzialmente indeboliscono «tradizionali meccanismi di trasmissione». Ma il cambiamento crea assieme «opportunità per innovazioni nella politica attorno a nuovi meccanismi di mercato».

La terza analisi ha trattato le accresciute differenze tra aziende e il loro potere sul mercato. Interpreta la tendenza alla concentrazione come risultato di nuove tecnologie e globalizzazione, non di «generali cali della concorrenza» per scarso antitrust o troppe regolamentazioni. Il «modello-superstar» richiede però monitoraggio. Il monito è che, se le società possono aver ottenuto una posizione dominante per merito, non significa che «useranno sempre il loro potere per il bene dei consumatori». La stessa Fed ha messo nero su bianco il «notevole incremento di attività associate con le grandi multinazionali a fianco di concentrazione in numerosi settori». E gli interrogativi sui «cambiamenti strutturali» nell’economia globale, da minori investimenti alla lenta crescita di salari e produttività e al dinamismo in declino.

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