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Addio a John McCain, eroe di guerra, senatore e grande nemesi di Trump

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Addio a John McCain, eroe di guerra, senatore e grande nemesi di Trump

NEW YORK - Avvezzo a mille battaglie, John McCain ha perso l’ultima: quella con il cancro. Il senatore repubblicano, tra i più influenti leader di più d'una generazione e fino all'ultimo grande avversario politico e morale del presidente Donald Trump nel movimento conservatore, si è spento all'età di 81 anni. Solo pochi giorni dopo aver annunciato di aver sospeso le cure per lasciare che la vita e la malattia, un aggressivo tumore al cervello simile a quello che nel 2009 aveva piegato Ted Kennedy, facessero il suo corso. Parole sobrie che diventano anche un testamento di quella rara dignità e franchezza con le quali ha sempre combattuto, militare prima e politico poi. Repubblicano ma soprattutto un cosiddetto “maverick”, indipendente per vocazione, spesso scomodo al suo stesso partito anche se incuteva rispetto.

Ricordarle tutte, le sue battaglie, è difficile. Ma i titoli dei principali giornali americani cercano così di rendergli omaggio e giustizia: “Il Sen. John McCain, eroe di guerra che diventò un gigante della politica, muore a 81 anni”, apre a tutta pagina il sito del Wall Street Journal. “John McCain, eroe di guerra, senatore e candidato alla presidenza, muore a 81 anni”, titola il New York Times. E il Washington Post: “Senatore e candidato repubblicano alla presidenza nel 2008, guidato da un codice d'onore, muore a 81 anni”.

Il testamento politico di McCain, difendere Usa da Trump

L'ultima crociata, quella contro Trump, è stata forse la più dura e ha le sue radici nella campagna elettorale del 2016: McCain denunciò Trump come inadatto alla Casa Bianca per carattere e capacità e pericoloso per la sicurezza nazionale. Trump attaccò con toni scioccanti, per gli stessi repubblicani, McCain, apostrofandolo come falso eroe di guerra; ridicolizzando, lui che mai ha fatto il servizio militare, gli anni di prigionia e torture subite da McCain in Vietnam. «È un eroe perchè è stato catturato. A me piace chi non viene catturato», aveva detto Trump.

L'animosità non si affievolì successivamente. Tanto che ieri notte Trump, in un gesto tacciato dai critici come dimostrazione di pochezza umana prima ancora che politica, ha inviato condoglianze di routine alla famiglia senza neppure spendere una parola per ricordare John McCain e la sua figura.

Nelle sue recenti memorie McCain mette in chiaro tutto ciò che lo divide da Trump: denuncia, ad esempio, l’ammirazione del presidente per i dittatori e il suo disprezzo invece per immigrati e rifugiati.

Nè McCain si è battuto solo a parole. Nel dicembre 2017, già malato, tornò inoltre in Senato e con il suo voto bocciò la legge che avrebbe cancellato la riforma sanitaria Obamacare. Nella prima metà dell'anno scorso, agli inizi della presidenza Trump, viaggiò per oltre centomila chilometri in giro per il mondo, in 15 nazioni, per incontrare alleati preoccupati della imprevedibile politica estera di America First per cercare di rassicurali che l’America non era solo Trump. In discorsi appassionati criticò poi «l'isolazionismo, il protezionismo, il nativismo». In una conferenza a Monaco parlò di «tempi pericolosi». Difese la stampa dagli assalti del presidente che la apostrofa come «nemica del popolo».

La diagnosi la ricevette nel pieno di questi sforzi per raddrizzare il timone politico del Paese anzitutto sul palcoscenico globale. Era il luglio 2017: glioblastoma. Ma, seppure ormai a casa da dicembre scorso, fu ancora in grado di condannare i toni amichevoli del recente summit di Trump cn Vladimir Putin a Helsinki affermando che «nessun presidente si è mai prostrato così davanti a un tiranno». E Trump subito dopo nel firmare una legge sul budget militare intitolata a McCain ha evitato accuratamente di fare il suo nome. McCain è spirato ieri a casa alle 4:18 di pomeriggio, ora dell'Arizona.

Anche un breve e incompleto racconto della sua vita e carriera è rivelatore del rilievo conquistato da McCain nella politica americana. Era considerato uno degli ultimi veri leoni del Senato, che difendeva come istituzione da rispettare davanti alla fede di partito, capace di azioni bipartisan quando ci credeva come dimostrato creando un gruppo misto di otto senatori sulla riforma dell’immigrazione. O esprimendosi chiaramente contro l’uso della tortura quando altri tacevano. Mai scevro di ambizione, contando su questa immagine, per due volte aveva anche tentato, senza riuscirvi, di diventare presidente nonostante i rapporti complessi con numerosi suoi colleghi.

John McCain III era nato a Panama da una famiglia di tradizioni militare e più precisamente nella marina. Nonno e padre, John Senior e John Junior, sono stati la prima coppia padre-figlio a diventare entrambi ammiragli. Il nonno è stato miniere delle portaerei nella Seconda Guerra Mondiale, al comando della copertura aerea durante l’invasione delle Filippine. Il padre fu a capo di tutte le forze americane del Pacifico alla fine degli anni Sessanta, comprese quelle nel Vietnam. Dopo una carriera scolastica ribelle e mediocre ma che mostrò doti di leadership naturale, John McCain III entrò a sua volta nella marina, chiedendo di essere assegnato al fronte in Vietnam. Nel 1967 fu abbattuto nei cieli di Hanoi e, catturato e seriamente ferito, per quasi sei anni soffrì torture, senza o con scarsa assistenza medica e due anni di isolamento. Resistette a lungo senza piegarsi e rifiutando di essere rimpatriato, un'offerta fatta dai nordvietnamiti quando scoprirono chi era suo padre. Alla fine si piegò e firmò una falsa confessione di crimini di guerra e atti di pirateria. Tornò a casa solo nel 1973, dopo la fine del conflitto, a 36 anni ma con handicap fisici permanenti (non poteva alzare le braccia sopra la testa) e con i capelli interamente bianchi. Per alcuni anni fu liason della marina al Congresso e lì scoprì il suo amore per la politica. Lasciata la marina da capitano nel 1981, corse per un seggio alla Camera in Arizona, dove si era stabilito con la moglie, e pochi anni dopo vinse una poltrona al Senato, dove sarebbe rimasto per 35 anni.

La sua carriera negli anni Ottanta di repubblicano reaganiano quasi deragliò per uno scandalo: fu tra cinque senatori che cercarono di intercedere il banchiere e truffatore Charles Keating, uno dei protagonisti del collasso della casse di risparmio americane. Sopravvissuto al caso, però, si costruì un'identità da indipendente e nemico degli interessi speciali e da esperto di politica estera. Nel Duemila cercò di vince la nomination repubblicana per la Casa Bianca contro George W. Bush ma perse, scottato anche da campagne false e denigratorie che fecero circolare voci nel sud degli Stati Uniti, anzitutto in South Carolina, su un figlio illegittimo afroamericano, sulla tossicodipendenza della moglie e sulla sua omosessualità e sue malattie mentali.

Nel 2008 ottenne invece la nomination e si scontrò alla urne per la Casa Bianca con il democratico Barack Obama alle elezioni, perdendo però nettamente. McCain fu capace in quell'occasione di ammettere errori: la selezione di Sarah Palin quale vicepresidente, impreparata e populista dei tea party, il carattere irascibile che crea facilmente avversari, un certo opportunismo quando ad esempio difese l'uso della bandiera confederata sempre in South Carolina. Un suo atto di coraggio politico però resta assai più significativo in quelle elezioni, ancor più oggi quando l'attuale presidente, Trump, è prono ad aggressioni tinte di razzismo ed è l'ex capofila mai davvero pentito del movimento che mise in dubbio la nascita di Obama negli Stati Uniti. Durante un rally a favore di McCain, una donna apostrò Obama come un “arabo” e non un autentico americano. McCain la mise a tacere rispondendo che Obama era un cittadino che amava l’America come lui con il quale «mi capita di avere disaccordi su questioni fondamentali». Chissà se McCain riuscirà adesso nell'ultima, grande impresa: quella di lasciare in eredità alla politica del futuro, con il suo esempio, un duraturo antidoto da riscoprire al clima avvelenato sotto la presidenza Trump.

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