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Di Maio e l’autogol di «tagliare i fondi all’Unione europea»

Il caso Diciotti, la nave della Guardia Costiera bloccata per giorni al porto di Catania, ha scatenato l’ennesima turbolenza fra il governo italiano e Bruxelles. Il vicepremier Luigi Di Maio ha minacciato via Facebook di «tagliare i fondi che diamo all’Unione europea», sostenendo che Bruxelles richiederebbe «20 miliardi di euro dai cittadini italiani».

In realtà la cifra versata dall’Italia al budget comunitario è un po’ diversa: per il 2017 si parla di 12 miliardi di euro versati a fronte di 9,8 ricevuti, pari a un saldo netto (differenza entrate-uscite) in positivo di 2,2 miliardi. Lo ha sottolineato anche il il commissario europeo al bilancio, Guenther Oettinger: «Dobbiamo correggere quelle cifre - ha detto -Non sono 20 miliardi, quel numero è una caricatura. L'Italia paga 14, 15, 16 miliardi l'anno ma se si prende in conto quel che ricevono dal bilancio Ue, questo lascia un contributo netto di circa 3 miliardi l'anno».

Quanto alla proposta di «tagliare i fondi», dipende da che cosa intende fare Di Maio. Se si parla di interrompere i contributi italiani alla Ue per il budget annuale, il rischio è di una sanzione nell’ordine di svariati milioni di euro. Se si parla di un veto al quadro finanziario pluriennale 2021-2027, l’Italia potrebbe accaparrarsi forse un potere negoziale maggiore. Ma a un prezzo ostico, non solo per ragioni di contabilità.

Non paghi i contributi? Arriva la multa
L’Unione europea finanzia i suoi progetti con un budget annuale (quello del 2018 è di circa 160 miliardi di euro), proposto dalla Commissione europea e successivamente ratificato da Parlamento e Consiglio. Il bilancio è ricompreso, a sua volta, nel quadro finanziario pluriennale: un piano settennale che decide come e dove saranno investiti i soldi Ue, calibrando anno per anno i massimali degli esborsi. Quello in corso programma le spese comunitarie dal 2014 al 2020, quello successivo (2021-2027) è in fase di negoziazione e dovrebbe ricevere il via libera nel 2019. Le risorse arrivano da tre fonti: i dazi doganali raccolti dai paesi membri (che possono trattenerne una quota del 20%), risorse basate sul prelievo dalla raccolta Iva (con riscossione pari allo 0,30% del totale) e le risorse proprie tradizionali, parametrate sul reddito nazionale lordo attraverso un'aliquota fissa. L’Italia, ad esempio, ha versato nel 2017 l’equivalente di 2,1 miliardi di euro in prelievi Iva e 8,8 miliardi di euro in base al proprio reddito nazionale lordo.

La scelta di defilarsi dai contributi, avanzata da Di Maio, rischia di trasformarsi più in un boomerang sui nostri conti che in un segnale politico ai «burocrati di Bruxelles». Sia che si parli di boicottare il budget 2019 sia che si annunci un veto per l’intero quadro finanziario del 2021-2027. Nel primo caso, l’Italia potrebbe «far sentire la sua voce» esprimendosi contro al bilancio nella sede del Consiglio europeo, uno delle due istituzioni intitolate a ratificare il budget. Cosa cambierebbe? Per il resto dell’Unione nulla, visto che l’approvazione non richiede l’unaminità degli Stati membri. «Se non vogliono approvare il bilancio del prossimo anno, il bilancio viene approvato comunque. L'Italia è tenuta a pagare, pena sanzione in caso contrario» spiega Daniele Viotti, europarlamentare socialdemocratico e membro della Commissione bilanci. Non è facile stabilire a quanto ammonti la sanzione, ma i precedenti non sono dei più rassicuranti. Fabio Colasanti, direttore negli anni ’90 del dipartimento Budget della Commissione europea, ha rievocato in un post su Facebook il caso di una infrazione (involontaria) dovuta a un errore di digitazione della cifra da versare. Il risultato era stata una multa pari all’equivalente di 5 milioni di euro.

L’autogol dello stop al quadro finanziario pluriennale
Le conseguenze sarebbero anche più drastiche in caso di un stop al quadro finanziario pluriennale, la «manovra» che stabilisce come spendere i soldi europei sul lungo termine. La procedura vuole che il Consiglio adotti il budget pluriennale dopo l’approvazione del Parlamento europeo. In questo caso serve l’umanimità dei membri, vincolo che rende decisiva la posizione di qualsiasi stato:  se un paese si oppone, come l’Italia, il bilancio settennale non viene approvato. L’assenza di un budget di lungo termine non significa, però, che i lavori della Ue si fermino (o che si allarghino i margini di trattative del paese che ha fatto ostruzionismo).

Se viene bocciato un nuovo quadro finanziario pluriennale, scatta l’obbligo di estendere i massimali previsti dall’ultimo anno disponibile (2019) e si arrestano tutti i progetti in corso di finanziamento. L’Italia e il resto degli Stati membri dovrebbero sobbarcarsi così per sette anni un budget stimato a 164,1 miliardi di euro in impegni (il 2,09% in più rispetto al 2018) e vedrebbero svanire tutti i progetti cofinanziati dalla Ue. «Stiamo parlando di chiudere i rubinetti dei finanziamenti a progetti come la Torino-Lione o l’Erasmus - fa notare Viotti - Forse bisognerebbe capire che gli investimenti europei sono una questione di valore aggiunto, non un calcolo aritmetico fra quanto si dà e quanto si ricevere».

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