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Se l’Italia gioca a Bruxelles una partita che la penalizza

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L'Analisi|l’europa in crisi

Se l’Italia gioca a Bruxelles una partita che la penalizza

Mai come quest’anno il rientro dell’Europa dalla pausa estiva è apparso tanto incerto e denso di enormi interrogativi. E non solo per il caso Italia che si staglia all’orizzonte e nella sua corsa verso l’ignoto riesce addirittura a oscurare Brexit, divorzio storico dalla Ue, gravido di conseguenze soprattutto se finirà con un salto nel buio del disaccordo negoziale.

Tra tre settimane ricorrerà il decimo anniversario del fallimento di Lehman Brothers, del terremoto finanziario che sconvolse il mondo globale e ruppe le ossa anche all’Eurozona. Che però ha resistito all’impatto, grazie soprattutto al ruolo centrale della Banca centrale europea di Mario Draghi: la Grecia ha appena celebrato il ritorno alla normalità dopo anni da incubo, tutti i Paesi dell’euro vantano un deficit inferiore al 3% e la crescita va dovunque, sia pure a ritmi diversi.

A soccombere invece è stata la politica, stritolata dall’insurrezione no-global, dal risveglio dei nazionalismi combinato con la crisi dei partiti tradizionali, dal graduale tramonto del sistema multilaterale che investe il commercio come l’Alleanza Atlantica. E la stessa Europa.

Per questo oggi, quando Angela Merkel propugna un’Europa più assertiva nella difesa dei propri interessi con l’America di Trump come con chiunque altro, capace di assumersi le sue responsabilità globali, anche sul fronte della difesa, un’Europa decisa a impadronirsi del proprio destino, dice cose sacrosante che però sembrano destinate a rimbombare nel vuoto di un uditorio distratto o incarognito, di partner indifferenti quando non apertamente ostili.

Se il cancelliere tedesco fatica a raccogliere consensi, figuriamoci il presidente francese: promessa ormai spompata di un neo-europeismo d’assalto che non ha fatto proseliti nella Ue, Emmanuel Macron ieri è tornato alla carica ponendo l’accento sulla sicurezza, meno sulla riforma dell’Eurozona perché, se si farà, sarà quasi tutta tedesca e molto poco
la sua.

Si potrebbe allora sostenere che nel disorientamento generale che disarticola l’Unione in blocchi disordinati e sordi tra loro, dove ormai nemmeno i protagonisti di sempre riescono più di tanto a determinarne giochi, equilibri di forza e politiche comuni, l’Italia, terzo Paese del club, che alza la voce per difendere i propri interessi non solo non è un’anomalia ma fa l’unica
cosa che può e deve fare.

Si potrebbe sostenerlo: se si giocasse non al libero sfascio ma secondo Trattati e regole vigenti che l’Italia ha regolarmente sottoscritto e ratificato.

Se si negoziasse, come tutti, con calma e discrezione, evitando minacce controproducenti
o schiamazzi sulla pubblica piazza.

Per anni il premier inglese Margaret Thatcher bloccò l’Unione Europea per ottenere la rettifica del suo contributo di bilancio: limitandosi a usare il grimaldello delle regole Ue, mai insulti o grida di veto.

Con un sistema-Paese fragile, un’abnorme montagna di debito pubblico, banche non tra le più robuste, investitori esteri scettici e la prossima Finanziaria destinata a passare sotto le forche caudine dei ministri dell’Eurogruppo, con una geografia che la espone a tutti i venti migratori in arrivo dal Mediterraneo centrale, l’Italia non può permettersi né il lusso dell'autoisolamento né il gusto di sfide dagli effetti boomerang. Checché si voglia far credere, per l’Italia l’Europa resta una partita a somma positiva, anche considerando i tre miliardi annui di contributi netti che versa al bilancio dellaUe.

Con la politica arruffata e confusionaria dei tira-molla senza costrutto né pesanti sponde politiche– il premier ungherese Viktor Orban non compare tra queste – si rischia di fare del male al paese. Perché si attirano i crescenti malumori dei mercati e dei partner. E perché così ci si condanna a restare fuori dalle grandi manovre in corso in Europa.

Forse alla fine Merkel e Macron non andranno lontano con i loro progetti di rilancio e riforma europei. Nel frattempo però si stanno spartendo le poltrone eccellenti in vista di elezioni europee e scadenza della presidenza Draghi. Le ipotesi per ora più accreditate parlano di un tedesco alla guida della Commissione Ue, di un francese, olandese o finlandese alla Bce e di un baltico alla testa del Consiglio.Tutti nordici o di cultura nordica, rigorista ed egoista.

Se così sarà, il cambio della guardia ai vertici delle istituzioni dell’Unione non sarà fatto per aiutarci ma per controllarci molto di più, debito in testa. Anche su questo non sarebbe bene riflettere un po’
di più?

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