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Trump verso il voto di metà mandato tra l’economia che vola e il rischio impeachment

NEW YORK - La bandiera a stelle e strisce sul feretro. Tre ex presidenti - Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama - in prima fila tra i banchi della Cattedrale di Washington. John McCain, eroe di guerra in Vietnam, senatore repubblicano, ex candidato alla Casa Bianca, uomo simbolo del Paese e dei suoi valori, è stato salutato sabato con tutti gli onori. Non è mai stato presidente. Ma è come se lo fosse stato. Un tributo bipartisan con un messaggio di unità. Unico assente, ospite non gradito, il presidente Donald Trump. Ai minimi di popolarità in questo periodo con le nubi dell’impeachment che incombono.

Ma l’America profonda, l’America che tiene la Bibbia nel comodino accanto alla pistola, ha votato Trump e continuerà a farlo nelle prossime elezioni di midterm, di metà mandato, in programma il 6 novembre per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. I numeri dell’economia sono dalla parte del presidente.

Da quando l’8 novembre 2016 il miliardario ha conquistato a sorpresa la Casa Bianca gli indicatori sono quasi tutti in positivo. A partire dai mercati. Con gli indici di Borsa schizzati verso l’alto: l’S&P 500 salito del 35,7%, il Dow Jones del 41,7%, il Nasdaq addirittura del 56,2%. Nell’ultimo trimestre il Pil è aumentato del 4,2%: il tasso di crescita maggiore dal 2014. La disoccupazione è scesa al 3,9%, ai livelli più bassi da 20 anni. Con l’inflazione invece salita dallo 0,9% al 2,9%. E il saldo della bilancia commerciale peggiorato, nonostante i dazi e il protezionismo dell’America First.

Nelle elezioni di midterm, dice la storia americana recente, il partito del presidente perde sempre. È avvenuto nelle ultime tre tornate elettorali: nel 2010 e nel 2014, con Barack Obama alla Casa Bianca, vinsero i repubblicani. Nel 2006, con George W. Bush, ebbero la meglio i democratici.

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Trump spera di invertire il trend. Nei prossimi due mesi vuole girare per gli States «sei giorni su sette», più di quanto non fece Obama nel 2010. «Sarà la più aggressiva campagna nella storia presidenziale recente», avverte il consigliere John Destefano. Più dell’80% degli americani che ritengono di stare meglio ora rispetto a un anno fa sono propensi a votare i repubblicani.

Trump è aiutato nella campagna elettorale dal fiume di donazioni che arrivano dai miliardari e dalle grandi corporation americane favoriti dai tagli fiscali, la riforma introdotta a inizio anno che ha ridotto le tasse societarie dal 35% al 21%. Ha fatto aumentare il deficit federale, ma ha portato nelle casse della Corporate America 1.500 miliardi di dollari, dati del Tesoro Usa. Un quarto dei beneficiari della riforma, secondo il Congresso, sono stati i cittadini con un reddito annuo superiore al milione di dollari.

Le elezioni decideranno se i democratici riusciranno a ottenere la maggioranza alla Camera o se i repubblicani continueranno a mantenere il controllo del ramo legislativo. Alla Camera i Dem devono conquistare 24 seggi per avere i 218 deputati necessari per avere la maggioranza. Si voterà anche per scegliere 36 governatori in altrettanti stati. Vincere i seggi governatoriali e averne il controllo legislativo sarà cruciale per entrambi gli schieramenti in vista delle presidenziali del 2020. «È difficile al momento immaginare come un populista vincente come Trump possa essere battuto - spiega Nadia Urbinati della Columbia University -. Trump avrà ancora tanto sostegno. Soprattutto nelle aree che più lo hanno appoggiato due anni fa: Midwest, zone industriali, le zone distanti dalle grandi metropoli».

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Accanto alla Deep America e al fronte repubblicano sembra avanzare la “blue wave”, l’onda democratica che concentra il proprio bacino elettorale nelle due coste East e West, più emancipate, liberal e radicali. Secondo Rachel Bitecofer, dell’Università della Virginia, le chance dei democratici di riconquistare la Camera bassa «sono molto alte». I Dem hanno guadagnato 7 punti nei sondaggi, e la studiosa prevede possano conquistare più dei 24 seggi di cui hanno bisogno. Al coro dei possibilisti si aggiungono altri due politologi: Lynn Vavreck dell’Università della California e Seth Masket dell’Università di Denver. Ricordano che storicamente il midterm non è condizionato dall’economia. Fanno l’esempio del voto del 1950 sotto la presidenza di Henry Truman: il Pil allora, in pieno boom, cresceva dell’8,7%, ma il partito democratico di Truman perse 28 seggi alla Camera.

Il maggiore timore di Trump nelle elezioni non è però tanto legato alla vittoria o alla sconfitta dei repubblicani. Ma piuttosto al fatto che un successo dei democratici, oltre a scompaginare le maggioranze e complicare la vita del suo governo nei prossimi due anni, aprirebbe la porta a un impeachment. Paul Manafort, il lobbista che ha guidato la sua campagna elettorale nel 2016, è stato appena condannato per evasione fiscale, frode bancaria ed esportazione illecita di capitali. Una vittoria per Robert Mueller, il procuratore speciale che conduce l’inchiesta sul Russiagate. L’altra mina innescata è quella delle possibili rivelazioni dell’ex avvocato Michael Cohen, che in tribunale ha ammesso sotto giuramento di avere violato la legge elettorale «su indicazione del candidato» per pagare una pornostar e una coniglietta di Playboy in cambio del silenzio sulle relazioni con Trump. L’avvocato difensore, Lanny Davis, ha già fatto sapere che il suo cliente «è a conoscenza di certi avvenimenti che potrebbero essere di interesse della commissione di inchiesta» guidata da Mueller. Per uno sconto di pena Cohen potrebbe parlare - la sentenza è attesa a dicembre. Il pericolo di incriminazione per una «possibile cospirazione che ha modificato il sistema democratico americano nelle elezioni 2016» rischia di materializzarsi nei prossimi incandescenti 60 giorni pre-elettorali, o subito dopo.

«Il grande danno fatto alla cultura civile e americana da Trump - ha scritto Peter Wehner del think tank conservatore Ethics and Public Policy Center - è diventato l’emblema di come la corruzione e il cinismo possano condizionare la vita politica americana».

«Truth isn’t truth», la verità non è la verità, infelice frase pronunciata dall’avvocato difensore del presidente, Rudolph Giuliani, è il simbolo di un’America che ha messo da parte decenni di multilateralismo, l’America che ha fatto la guerra per salvare l’Europa dai totalitarismi e che ora pensa solo a se stessa, ai tagli fiscali, ai muri e alla deregulation. «Il peggio deve ancora arrivare» dice convinto Wehner, che ha lavorato nelle amministrazioni di tre presidenti repubblicani: Ronald Reagan, Bush senior e George W. Bush. Per lo storico William Steding l’individualismo americano dell’era di Trump non è altro che «lo specchio di un Paese profondamente cambiato. Segno dei tempi. Difficile da estirpare da un giorno all’altro».

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