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Chiude il Village Voice, voce arrabbiata e irriverente di New York

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EDITORIA ALTERNATIVA

Chiude il Village Voice, voce arrabbiata e irriverente di New York

(Ap)
(Ap)

NEW YORK - Il Village Voice chiude i battenti. E il giornalismo americano - e non solo americano - perde definitivamente una “Voce” storica e iconica. Il primo settimanale alternativo - indipendente, irriverente e progressista - dell'era contemporanea, se ne è andato in silenzio, al termine d'una lunga agonia.

Non si puo' nemmeno dire che abbia fermato le presse, aveva già cessato l'edizione cartacea l'anno scorso lasciando vuote le rosse cassette di plastica dov'era distribuito e che ancora pullulano agli angoli delle strade, quasi a non volerci credere. Da maggio era rimasto di fatto senza direttore. Adesso, con un'eufemismo che non può nascondere la crudezza della realtà, ha annunciato che smetterà di pubblicare ogni «nuovo materiale», licenziando metà di una redazione ormai ridotta all'osso, a una ventina di persone. I sopravvissuti rimarranno impegnati in un omaggio sepolcrale: la trascrizione in forma digitale, testamento per generazioni future di lettori e giornalisti, d'un immenso archivio.

E immenso lo è davvero perché il Voice, nelle leggendarie vesti di “Alt-Weekly”, vide la luce oltre sessant'anni or sono, nel 1955, a firma d'un gruppo di giovani intellettuali newyorchesi tra i quali spiccava Norman Mailer e che si ritrovavano in un appartamento di due stanze nel Greenwich Village. Le sue pagine negli anni hanno ospitato innumerevoli scrittori, giornalisti, critici musicali e di arte d'avaguardia - autori di inchieste, editoriali, reportage e rubriche spesso graffianti, a volte buone per premi Pulitzer (tre, oltre a onori quali il National Press Foundation Award e il George Polk Award).

Tra le firme comparse sulle sue pagine basti ricordare gli scrittori e poeti Ezra Pound e Henry Miller nonché James Baldwin, Allen Ginsberg e Tom Stoppard; la vignettista Lynda Berry; i critici Robert Christgau e Andrew Sarris pionieri rispettivamente del rock e del cinema d'autore. Fu i Voice a creare gli annuali Obie Awards per il teatro alternativo e off-Broadway. Ripetutamente dimostranandosi parte vitale e integrante d'una citta' che e', ieri come oggi, il vero cuore pulsante culturale, politico e economico del Paese.

È suo tuttora uno dei tesori piu' preziosi e attuali: il lavoro di uno dei grandi “muckracker” contemporanei, erede di quella tradizione di giornalisti dediti a denunciare malaffare e rovistare senza timori nel torbido della politica e della corruzione. Wayne Barrett, per 37 anni al Voice, è stato il “biografo” scomodo di Donald Trump, autore di articoli e libri ricchi di documentazione e fonti che prima di chiunque altro denunciavano i lati oscuri dell'ascesa di The Donald. E' scomparso nel 2017, alla vigilia dell'inaugurazione di Trump da Presidente, ma i suoi reportage vivono nelle critiche alla Casa Bianca, echeggiano negli articoli che prendono di petto Trump, i suoi attacchi e il suo disprezzo per la libertà di stampa, incoraggiati dalle minuziose inchieste dell'uomo che per primo lo prese sul serio.

Da questo fine settimana la testata che era stata il rifugio di Barrett, quella che gli aveva consentito una testarda attivita' investigativa, e' a sua volta scomparsa. E' diventata l'ultima, celebre vittima della crisi epocale dell'editoria che ha devastato le pubblicazioni locali. Travolta da Internet, dalla sparizione della pubblicita' cartacea a cominciare dai cosiddetti “classified” - le inserzioni di servizio su impieghi e case in affitto che riempivano pagine e pagine del Voice assieme agli annunci personali. Vittima, anche, di giravolte nella proprieta' e della definitiva resa alle regioni del business dell'ultimo patron del Voice, Peter Barbey.

Barbey è stato un proprietario un po' improbabile - ma non il solo - per una rivista che nel suo passato aveva visto passare al comando, senza mai snaturarsi, figure controverse quali il conservatore Rupert Murdoch e il re dei mangimi per animali domestici Lenard Stern. Il 60enne Barbey e' un magnate dell'abbigliamento, la cui famiglia vanta quote in aziende quali North Face, Vans e Timberland e un patrimonio da sei miliardi che risulta tra i primi cinquanta del Paese. E con la passione per l'editoria, gia' dirige il Reading Eagle in Pennsylvania.

Questa passione non gli è bastata e l'avventura è finita male, almeno per i dipendenti del Village Voice.«È un giorno triste - ha ammesso Barbey, che negli ultimi tre anni aveva promesso di salvare la rivista - Il Voice è stato un pilastro del giornalismo di New York, letto ovunque. Il primo giornale alternativo moderno, capace di definire un nuovo genere di editoria». Un'era su cui adesso cala il sipario. E che pero', sembra auspicare lo stesso Barbey, lascia forse un'eredita' “arrabbiata” ancora in grado di stimolare successori.

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