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Crisi emergenti, perché la Turchia potrebbe essere la prima a cadere

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Crisi emergenti, perché la Turchia potrebbe essere la prima a cadere

Crisi emergenti, perché la Turchia potrebbe essere la prima a cadere (Epa)
Crisi emergenti, perché la Turchia potrebbe essere la prima a cadere (Epa)

La svalutazione della lira turca, che ha lasciato sul terreno più del 40% del suo valore da inizio anno, è solo un'anteprima dei problemi del debito che potrebbero travolgere numerosi mercati emergenti come Argentina, Brasile, Sudafrica e Indonesia. La Turchia di Erdogan potrebbe essere il primo dei birilli del bowling mondiale a cadere nel grande gioco provocato dal rialzo dei tassi della Fed e, a ruota, della Bce. Vediamo perché.

Innanzitutto perché ci sono 180 miliardi di dollari di debito estero turco che andrà in scadenza tra quest'anno e il luglio 2019, equivalenti a quasi un quarto del suo Pil annuo.

Lo afferma uno studio della banca di investimento americana JPMorgan evidenziando il rischio di una forte contrazione per l'economia colpita dalla crisi valutaria da inizio anno. Certo l'economia del paese della Mezzaluna sul Bosforo corre al 7% annuo ma l'indebitamento estero è troppo elevato e la corsa andrebbe raffreddata per evitare i pericoli del surriscaldamento come l'inflazione al 18% nel mese di agosto.

La montagna di debito estero
Le società private turche si sono indebitate ma ora potrebbero non avere i dollari e gli euro necessari per ripagarli. Questo è dovuto al fatto che la Fed sta attuando una politica monetaria restrittiva. Il dollaro più forte rende sempre più costoso per i debitori turchi rimborsare i loro debito in valuta forte mentre incassano in lire svalutate. Due filiali austriache di banche turche hanno fatto funding in Austria, offrendo tassi interessanti, e lending in Turchia, ma ora sono sotto stretta osservazione dell'autorità di vigilanza austriaca sui mercati (Fma).
Mentre le precedenti crisi del debito sono state causate dai mutui subprime e, in seguito, dei debiti sovrani europei, questa volta, e sarebbe la terza crisi in dieci anni, la preoccupazione si concentra sulle società dei mercati emergenti che hanno preso a prestito dollari ed euro. Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), il sistema bancario italiano è esposto per 16,9 miliardi di dollari verso la Turchia, cifra gestibile. Le nostre banche vengono nettamente dopo la Spagna (il Paese più esposto con 84 miliardi di dollari), la Francia (37), la Gran Bretagna (18,8) e gli Stati Uniti (17,7), e la Germania (17,5). In totale l'esposizione delle banche internazionali verso la Turchia è pari a 264,8 miliardi di dollari.

Il debito pubblico
Il debito del governo turco non è grande (42,7% del Pil secondo Eurostat) rispetto alle dimensioni dell'economia del paese della Mezzaluna sul Bosforo. Ma lo stato ha garantito ingenti somme di prestiti del settore privato spesso per infrastrutture faraoniche che, in caso di insolvenze aziendali, potrebbero trasformare una responsabilità privata in un incubo dell'Erario. In un segnale di crescente cautela degli investitori, il costo per l'assicurazione dei titoli di stato turchi (Cds) contro l'insolvenza è triplicato da inizio anno.

Il rischio contagio
La settimana scorsa Moody's ha tagliato il rating di 20 istituzioni finanziarie turche. L'agenzia di rating citava “un sostanziale aumento del rischio” per le banche. Tra le vittime della crisi turca ci potrebbero essere anche alcune banche europee, in particolare le istituzioni spagnole che hanno prestato alla Turchia oltre 82 miliardi di dollari.

Trump ed Erdogan
Come se non bastasse il presidente americano Donald Trump ha annunciato il raddoppio delle tariffe Usa sulle importazioni di acciaio e alluminio dalla Turchia. Trump è intervenuto nel tentativo di ottenere la liberazione di un pastore evangelico statunitense detenuto in Turchia con l'accusa di spionaggio a favore di Fetullah Gulen, un predicatore islamico auto-esiliatosi in Pennsylvania e nemico di Erdogan.
La risposta di Erdogan è stata di adottare nuovi dazi contro prodotti americani e di accusare gli Stati Uniti di sabotare un alleato Nato. La risposta del leader autoritario alla crisi ha incluso la richiesta di un boicottaggio dei prodotti elettronici degli Stati Uniti. Senza contare la contrarietà di Erdogan a chiedere aiuto al Fmi visto come longa manus di Washington. Insomma la risposta peggiore per un paese in crisi di fiducia con i mercati,

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