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Nel mondo c’è meno pace (e l’Italia fa peggio di Sierra…

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IL «GLOBAL PEACE INDEX 2018»

Nel mondo c’è meno pace (e l’Italia fa peggio di Sierra Leone e Botswana)

L’anno scorso la pace nel mondo si è deteriorata dello 0,27%, con 92 Paesi che hanno fatto peggio rispetto al 2016, mentre altri 71 sono migliorati, tra i quali l’Italia. Che pur salendo di una posizione si trova 38ma, dopo Sierra Leone e Botswana, e subito prima del Madagascar. La precisione chirurgica di questi dati arriva dal “Global Peace Index 2018”: creato dal serissimo think thank australiano Iep (Institute for Economics and Peace), da 13 anni questo speciale indice classifica 163 Paesi al mondo per il loro livello di “pacificità” passando al setaccio un’enorme mole di dati attraverso 23 indicatori quantitativi e qualitativi.

Il report sottolinea come la pace produca benessere, mentre la guerra brucia ricchezza. I dati raccolti dall’Iep nelle 100 pagine dello studio rivelano infatti che l’impatto economico della violenza costa l’enorme cifra di 14,76 trilioni di dollari l’anno (a parità di potere d’acquisto), ovvero il 12,4% del Pil mondiale. Quasi duemila dollari per ogni essere umano del pianeta, neonati compresi. Un costo per giunta aumentato del 16% in soli cinque anni.

Negli ultimi settant’anni, inoltre, la crescita economica dei Paesi più pacifici è stata in media tre volte superiore a quella delle regioni tormentate da guerre e violenze. Con una relazione diretta visibile anche nelle variabili macroeconomiche: lo studio sottolinea infatti come tassi d’interesse e inflazione tendano a essere inferiori negli Stati più pacifici, mentre gli investimenti esteri in media sono il doppio rispetto a quelli delle regioni “tormentate”.

Ma come si fa a misurare la pace nel mondo? I 23 indicatori scelti dall’Institute for Economics and Peace si possono raggruppare in tre macrocategorie: sicurezza, militarizzazione e conflitti in corso. Il primo cluster include per esempio la stabilità politica (e le eventuali tensioni), la percezione della criminalità, l’intensità dei confitti interni, le relazioni con i Paesi confinanti, la diffusione di armi, i delitti violenti, quelli a sfondi sessuale e l’impatto del terrorismo.

Vediamo più in dettaglio la classifica. Sul podio svetta l’Islanda, regina del “Peace Index” da ben 11 anni consecutivi, seguita da Nuova Zelanda e Austria. Poi al quarto posto, a sorpresa, troviamo il Portogallo, quindi Danimarca, Canada e Repubblica Ceca, seguiti da Singapore, Giappone e Irlanda, con la Germania al 17° posto.

L'Italia, come anticipato, è salita di una posizione ma si trova comunque 38ma, subito dopo l’Uruguay e subito prima del Madagascar. Ma c’è chi fa decisamente peggio. Gran Bretagna e Francia, per esempio, sono rispettivamente al 57° e 61° posto, mentre gli Stati Uniti si ritrovano negli inferi del 121° posto. Ancora più in basso ecco Russia e Turchia, non lontano dal terzetto che chiude la classifica: Iraq, Afghanistan e la maglia nera Siria.

Come si spiega la catastrofica performance degli Stati Uniti? Non è difficile capire perché la prima economia mondiale se la cavi così male nella valutazione del “Peace Index”: a pesare sono l’instabilità politica, il tasso di criminalità, l’export e il possesso di armi, l’aumento delle spese militari e le guerre combattute oltreconfine. Incredibile scoprire che il confinante Canada è al sesto posto, ovvero 115 posizioni al di sopra dei suoi ingombranti vicini meridionali, e che persino il Messico è in grado di battere Washington. Con buona pace di Trump.

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