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La «strana» teoria di Erdogan su tassi e inflazione

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CRISI IN TURCHIA

La «strana» teoria di Erdogan su tassi e inflazione

Strane teorie. «Dovremmo tagliare i tassi di interesse», ha detto ieri il presidente turco Recep Tayyip Erdogan due ore prima della stretta della Banca centrale, che ha portato i tassi dal 17,75% al 24%. «I tassi di interesse sono la causa, l’inflazione l’effetto», ha poi aggiunto, sottintendendo che il rialzo farà aumentare l’inflazione - oggi quasi al 18% - invece di contenerla. «E se dite l’opposto, amici miei, non capite il problema».

Un’idea controintuitiva
«È a causa degli errori della banca centrale che l’inflazione è salita», ha poi aggiunto. Non è la prima volta che il presidente ha insistito sul fatto che la relazione tra costo del credito e prezzi va in senso opposto a quello a cui generalmente si pensa.

L’eredità di Irving Fisher
Comodo, come approccio. È ovvio che i politici vorrebbero sempre tassi bassi; e pazienza per le conseguenze, l’inflazione soprattutto, che sono una sorta di tassa cieca, che colpisce i più poveri. Perché però elaborare addirittura una teoria, talmente controcorrente da rischiare il ridicolo? Perché una teoria -o meglio un’ipotesi - del genere esiste davvero, e prende il nome di neo-fisherismo, dal nome dell’economista americano Irving Fisher (morto nel 1947).

Un uso spregiudicato e opportunistico
Sia chiaro: Erdogan - come molti politici in molti campi - sta usando in modo opportunistico un’ipotesi scientifica oggi discussa nel mondo accademico ma non accettata da tutti in quanto non trova conferme sufficienti. Anche perché - e giustamente - nessuna banca centrale ha l’intenzione di sperimentarla, rischiando risultati opposti a quelli desiderati.

Neo-fisherismo e bassa inflazione
La prova che l’uso di Erdogan di questa teoria sia opportunistico è da trovare nel fatto che è riemersa negli Stati Uniti durante la fase di bassa inflazione e i suoi sostenitori chiedevano un rialzo dei tassi. Non c’è alcun dubbio che, se il problema della Turchia fosse la deflazione o la lowflation, al presidente non piacerebbe più così tanto. È però vero che il neo-fisherismo si applica anche ai casi di inflazione elevata.

L’idea di fondo
L’idea di base del neo-fisherismo è semplice. Se i tassi reali sono determinati dall’economia “reale” e sfuggono al controllo della politica economica - come pensa qualunque banchiere centrale - alzare i tassi ufficiali (nominali) implica un aumento dell’inflazione, almeno nel medio periodo. Così, al contrario, un taglio dei tassi implica un calo dell’inflazione.

La relazione di Fisher
I tassi nominali sono infatti - e questa è la relazione di Fisher - la somma dei tassi reali e dell’inflazione: se i primi sono fermi (o meglio, determinati dall’economia reale) è la seconda a doversi muovere quando la banca centrale “decide” una stretta. Un’analisi puramente esplorativa dei dati non dirime la questione: mostrano che un’inflazione più alta si accompagna a tassi nominali più alti, ma qual è la causa e quale l’effetto? La teoria è stata anche testata sui modelli economici più utilizzati e sembra funzionare, ma solo entro certi limiti.

Cochrane e Bullard tra i sostenitori
Tocca in ogni caso agli economisti, e non certo ai politici, definire la questione e dare eventualmente un via libera. La teoria è da qualche tempo discussa in sede accademica. Sostenitori sono John Cochrane dell’Università di Chicago (che vede tra l’altro l’inflazione legata ai bilanci pubblici), o Stephen D. Williamson, della Federal reserve di St. Louis, ma anche Jim Bullard, che è stato banchiere centrale a Washington.

Il test della Bundesbank
Hanno esplorato l’ipotesi anche Stephanie Schmitt-Grohé e Martín Uribe della Columbia University; mentre alcune banche centrali, per esempio la Bank of Canada o la Bundesbank, l’hanno valutata criticamente, senza riuscire a corroborarla in modo univoco. David Beckworth, sia pure in un tweet e non in un lavoro scientifico, ha osservato che la storia monetaria del Giappone confuta la teoria. Alcuni economisti dell’Università di Istanbul sono invece giunti alla conclusione - ma nel 2012 - che in Turchia l’ipotesi è valida, anche se solo nel lungo termine.

«Non è così matto»...
Le parole di Erdogan - che oltretutto non sono nuove - non sono passate inosservate ai sostenitori del neo-fisherismo. Williamson, per esempio, considera la storia monetaria recente della Turchia come un caso a favore della teoria. «Direi che il presidente Erdogan - ha scritto in un lungo post su Ankara - non è così matto come la gente lo descrive, almeno nel campo della politica contro l’inflazione» (Williamson è ben consapevole che si tratta di un leader autoritario che ha calpestato i diritti umani in Turchia).

Il caso turco a sostegno della teoria
«La Turchia - ha aggiunto - è un esempio molto interessante, perché ha seguito le regole della politica monetaria ortodossa. Ci sono molti paesi, il Giappone è il più estremo, in cui l’inflazione è stata cronicamente al di sotto degli obiettivi di inflazione. Perché in Turchia, seguendo le regole, l’inflazione è cronicamente sopra gli obiettivi di inflazione?». Secondo Williamson la risposta - ma ovviamente occorre un’analisi scientifica, non un semplice grafico - è proprio negli alti tassi.

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