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Dazi, Pechino fa scattare le ritorsioni: colpito l’import…

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Dazi, Pechino fa scattare le ritorsioni: colpito l’import di gas Usa. Cosa può succedere ora

Altro che tregua. La guerra commerciale dichiarata da Donald Trump alla Cina torna nel vivo, con l’annuncio di una nuova ondata di dazi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari. L’aliquota fissata si attesterà sul 10% dal 24 settembre, per salire al 25% dal primo gennaio 2019 in poi. Nel frattempo il clima fra i due paesi si è fatto incandescente, con conseguenze politiche anche nell’immediato. Per cominciare, rischia di saltare l’incontro fra il segretario del Tesoro Usa Steve Munchin e il vicepremier cinese Liu He, pianificato per il 27-28 settembre con l’obiettivo di distendere i rapporti fra le due potenze economiche.

Pechino colpisce import dagli Usa per 60 miliardi e ricorre alla Wto
La Cina inoltre ha deciso che adotterà dazi tra il 5 e il 10% contro importazioni americane del valore annuo di 60 miliardi di dollari. In particolare, verranno colpite le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, con una tariffa del 10 per cento. Le tariffe doganali scatteranno il 24 settembre, lo stesso giorno in cui entreranno in vigore quelle del 10% annunciate ieri dagli Usa. Pechino non si fa dunque intimidire dal presidente americano Donald Trump, che sempre ieri aveva avvertito: nel caso di ritorsioni da parte della nazione asiatica, Washington adotterà altri dazi per 267 miliardi di dollari. A quel punto, tutte le importazioni cinesi Usa sarebbero soggette a dazi. Non solo, ma Pechino ha anche presentato ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) contro la mossa di Trump.

«Nuova ondata di dazi»? Quali sono le precedenti?
Per ricapitolare. Uno dei chiodi fissi di Donald Trump è la diminuizione del deficit commerciale rispetto alla Cina, arrivato a valere l’equivalente di 375,5 miliardi di dollari solo nel 2017: gli Usa esportano beni per poco meno di 130 miliardi di dollari e ne importano dalla Cina per un valore di 505,4 miliardi di dollari. Trump aveva già fatto scattare quest’anno una doppia tranche di dazi per un totale di 50 miliardi, spalmati fra le misure al via a luglio (34 miliardi) ed agosto (16 miliardi). La Cina ha risposto a stretto giro imponendo tariffe capaci di colpire un valore analogo nell’interscambio.

Cosa cambia ora?
Ora, oltre al valore economico, si è aggravato anche l’impatto diretto sugli acquisti dei consumatori finali. I primi round di dazi avviati da Trump si riferivano a segmenti industriali come acciaio e alluminio o a prodotti (quasi) impercettibili per le tasche dei cittadini. Nella nuova lista sono finiti componenti e semilavorati vitali per le aziende Usa, oltre a prodotti di larghissimo consumo come buste della spesa e casse di legno. Per il momento sono salvi i dispositivi elettronici di largo consumo, con una lista di 300 gadget “salvati” all’ultimo (ci sono anche gli iPhone). Ma i produttori americani dell’hi-tech, e i loro clienti, non stanno dormendo sonni tranquilli. Trump ha paventato una «fase 3» di altri 267 miliardi di dazi che investirebbe l’elettronica e porterebbe, di fatto, a colpire l’intero import da Pechino.

E la Cina come potrebbe reagire?
«Potrebbe» è l’espressione adatta, perché non è ancora chiaro. Lo squilibrio commerciale fra i due fa sì che, paradossalmente, Pechino sia più debole quando si tratta di aggredire commercialmente Washington: il governo cinese non può concepire dazi per 200 miliardi di dollari visto che non importa beni per un valore pari a quella cifra. In compenso, la Cina ha dalla sua tutto l’armamentario della legislazione locale e del boicottaggio dei colossi americani interessati al mercato asiatico. Tradotto nelle pratica, le autorità locali potrebbe rendere difficile l’accesso a imprese statunitensi e bloccare operazioni di fusione e acquisizione. Un precedente già noto è quello del takeover della californiana Qualcomm sull’olandese Nxp semiconductors, affossato proprio dal niet delle autorità cinesi. In teoria gli organismi di vigilanza cinesi hanno già dichiarato che i fattori politici non hanno alcuna ripercussione sulle regole di concorrenza, ma lo scenario è tale da lasciar pensare che possa essere vero il contrario.

Che cosa spera di ottenere Trump? Cosa succederà nel concreto?
L’obiettivo di Trump, come già scritto, è ridurre la dipendenza commerciale dalla Cina. Un obiettivo che si sposa bene con le inclinazioni neoprotezionistiche della sua presidenza, ma trova - in questo caso - sponde anche nell’opposizione del Partito democratico. Per ora l’unico risultato tangibile potrebbe essere la cancellazione dell’appuntamento del 27-28 settembre, forse rinviato a un periodo successivo. L’impatto diretto sulla vita di cittadini e imprese rischia di farsi sentire anche per il voto del mid-term, le elezioni di metà mandato che si svolgeranno a novembre. L’appuntamento è da sempre ostico per il presidente in carica, ma il peso economico della trade war (guerra commerciale) potrebbe smuovere un certo numero di voti contro l’inquilino della Casa Bianca.

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