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Nafta: chi è Chrystia Freeland, la «negoziatrice» che…

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La ministra degli esteri canadese

Nafta: chi è Chrystia Freeland, la «negoziatrice» che dice no a Trump

Due visioni del mondo. Lontane e inconciliabili. Che da mesi cercano di avvicinarsi per arrivare a una sintesi. Un «win-win agreement». Un accordo commerciale buono per entrambe le parti.

GUARDA IL VIDEO / Un anno fa, Trudeau: lavoriamo per buon accordo su libero scambio

Il ministro degli Esteri canadese Chrystia Freeland è tornata a Washington per ricominciare a trattare sul Nafta, il patto trilaterale con Messico e Stati Uniti che nel 1994 ha liberalizzato il commercio nel Nord America, e che è stato messo nel limbo da quando Trump è arrivato alla Casa Bianca. I negoziati, con diversi round, vanno avanti da oltre un anno. Senza arrivare a nulla.

Quattro round negoziali
L’ultimo round negoziale, il quarto in quattro settimane, si era concluso a inizio settembre con un niente di fatto. Neanche la conferenza stampa bilaterale al termine dei tavoli di trattative con lo «zar» del commercio americano Robert Lightizer: la giovane ministra canadese da sola aveva raccontato ai giornalisti l’ennesimo insuccesso. Washington insiste per arrivare a una soluzione entro settembre. Ma il presidente Trump, che vede come fumo negli occhi il deficit nella bilancia commerciale americana, vuole cambiare gli accordi con il Canada. Ed è disposto a far saltare il trattato trilaterale, sostituendolo con accordi bilaterali: quello con il Messico è già pronto.

«I dazi del 300% sul latte»
«Noi amiamo il Canada e i canadesi ma non possiamo continuare a pagare dei dazi del 300% sul latte e i prodotti caseari», ha detto Trump. Secondo il presidente della Camera di Commercio americana Thomas Donohue, «è molto complicato, se non impossibile», per l’amministrazione Usa puntare a un accordo solo con il Messico. «Se il Canada non entra in questo accordo, non c’è accordo». L’intesa commerciale tra Messico, Stati Uniti e Canada in vigore dal 1994 ha fatto crescere enormemente l’integrazione economica tra le tre nazioni.

Le resistenze degli agricoltori
Il governo canadese sembra sia aperto a concessioni con il governo americano, che rischiano però di creare forti malumori sul piano interno nella potente lobby degli agricoltori. «Per gli agricoltori americani il mercato canadese è una goccia in un vaso. Per noi è in gioco la sopravvivenza», ha detto di recente David Wiens, vicepresidente dei produttori latteo-caseari canadesi. Il Canada ha già perso 193 milioni di dollari americani di giro d’affari annuale, per le concessioni fatte nell’ultimo accordo commerciale con gli Stati Uniti e «non accetterà ulteriori perdite». Ma la Casa Bianca ritiene che questo punto sia essenziale per riuscire ad arrivare a un accordo.

No a un accordo a tutti i costi
Anche il primo ministro canadese Justin Trudeau crede che sia meglio non avere un accordo con gli Stati Uniti che siglarne uno cattivo. Il destino dell’intesa commerciale Usa-Canada è nelle mani di Chrystia Freeland, minuta ma energica donna di 50 anni. Che ha già mostrato di non aver timore davanti a chi, forte dello status di prima potenza economica mondiale, vuole fare la voce forte. Già il suo cognome Freeland, terra libera, parla. E poi la sua storia, quella della sua famiglia e la sua professionale. «Il Canada – ha detto prima di partire in missione – è stato estremamente cooperativo finora per cercare di modernizzare l’accordo commerciale. Siamo aperti a strade nuove, creative per arrivare a un’intesa. Siamo impegnati per questo». Ma non a tutti i costi. «Gli interessi della mia nazione vengono prima di tutto».

La negoziatrice
«La negoziatrice», così è intitolato un lungo ritratto a lei dedicato qualche tempo fa dal settimanale Toronto Life. Racconta la tenacia di questa donna arrivata alla politica non per scelta, ma per «cooptazione»: è stata invitata a candidarsi da Trudeau per il partito liberale canadese, l’attuale premier, impressionato dalla sua visione e dalle sue idee dopo che aveva letto un suo libro dedicato ai plutocrati, i nuovi potenti autoritari. Freeland si è candidata ed è entrata in parlamento nel 2013. Tre figli, sposata con il giornalista del New York Times Graham Bowley, viene anche lei dal giornalismo.

Corrispondente da Mosca per Ft
Giovanissima, è stata corrispondente a Mosca per il Financial Times negli anni a cavallo del collasso dell’Unione Sovietica. Ha lavorato al quotidiano canadese Globe and Mail come vicedirettore, e poi ha diretto la divisione digitale di Thomson Reuters a New York, prima di tornare in Canada. Durante il suo percorso di giornalista ha pubblicato due libri Sale of the Century, che racconta il passaggio della Russia dal comunismo al capitalismo, e il già citato Plutocrats che parla dell'ascesa delle nuove élite di politici populisti.

Esteri e Nafta
Nel nuovo governo, Trudeau l’ha chiamata a ricoprire l’incarico di ministro degli Esteri, affidandole anche le missioni umanitarie e soprattutto la delega per le relazioni commerciali con gli Stati Uniti. Capitolo importante e spinoso, tolto dalle mani del ministro canadese al Commercio internazionale, François-Philippe Champagne, che segue tutti gli altri partenariati commerciali, ma non quello americano. Era già stata responsabile del dicastero del Commercio nel primo esecutivo Trudeau e allora aveva guidato i negoziati per l’accordo commerciale con l’Europa.

Trieste e Harvard
L’energica e tenace Freeland parla correttamente inglese, francese, italiano e russo. Ha studiato all’United World College Adriatic di Trieste e poi all’Università di Harvard dove si è laureata in storia e letteratura russa. Larry Summers, l’ex segretario al Tesoro di Clinton è stato suo professore e ha raccontato di essere da subito rimasto impressionato dalle capacità e dalla maturità di questa sua ragazza, nonostante la giovane età. Suo padre era un agricoltore canadese, sua madre era un avvocato, attivista del movimento femminista, figlia di immigrati ucraini scappati durante la Seconda guerra mondiale dall’Europa, dopo che Stalin e Hitler firmarono il patto di non aggressione nel 1939.

In difesa del multilateralismo
Freeland è una strenua sostenitrice del multilateralismo. C’è un discorso che ha pronunciato al Parlamento canadese cinque mesi dopo l’inizio del suo incarico come ministro degli Esteri, che a detta anche dei suoi oppositori politici andrebbe divulgato nelle scuole. Il Canada storicamente, aveva argomentato in quell’occasione, ha condiviso e sviluppato i valori e le istituzioni che hanno guidato il mondo occidentale dai tempi della Seconda guerra mondiale. Il Canada ha contribuito a difendere questi valori e ha aiutato a riportarli in Europa dopo la fine dei totalitarismi, sia diplomaticamente che militarmente. «Noi siamo chiamati ora, in virtù della nostra storia, delle nostre conoscenze, dei valori e della nostra posizione geografica, a fare lo stesso in questo nuovo secolo». Nel tempo in cui avanzano i populismi e le derive autoritarie, insomma la società multilaterale e multietnica, il Canada che ha il servizio sanitario pubblico e i diritti sociali come l’Europa, contro una visione dell’America protezionistica, dei muri e delle barriere che invece porta avanti Trump, o l’autocrazia oligarchica di Putin (dal 2014 per la più alta carica diplomatica canadese vige un divieto a entrare in Russia deciso dallo stesso Putin).

G-7 in bicicletta
Freeland va al lavoro abitualmente in bicicletta, con qualsiasi condizione meteo (in Canada in inverno fa freddo): «È un modo per tenersi in forma, è economico ed ecologico». Al G-7 in Canada a giugno «costrinse» tutti i politici presenti a spostarsi in bici e non con le auto blu. Piace ai canadesi per la sua normalità di donna, madre, giornalista-scrittrice e politica. «Bisogna essere autentici, tanto più se hai una carica istituzionale», ha detto. Il Canada di Freeland è più vicino all’Europa dei padri fondatori che all’America di Trump: «L’amministrazione americana più protezionista dagli anni Trenta». Per questo non è detto che si arrivi a un accordo sul Nafta. Il suo credo si potrebbe riassumere in una frase, pronunciata in quel famoso discorso al Parlamento canadese, che dice tutto di lei e di un Paese: «Il Canada crede davvero nella società aperta».

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