Mondo

Dazi Usa-Cina, 4 motivi per cui non minacciano la…

  • Abbonati
  • Accedi
guerre commerciali

Dazi Usa-Cina, 4 motivi per cui non minacciano la crescita globale (per ora)

Gli effetti della guerra commerciale fra Cina e Usa potrebbero essere più tiepidi del previsto. Almeno per ora, ed escludendo la degenerazione multilaterale dello scontro che si sta consumando sull’asse Washington-Pechino. Una ricostruzione del Financial Times ha riepilogato i motivi che ridimensionano l’impatto dell’escalation di dazi fra le due potenze economiche, riacceso dall’ultimo botta e risposta fra Usa e Cina: la Casa Bianca ha avviato tariffe per 200 miliardi di dollari, Pechino ha replicato con ritorsioni su beni per 60 miliardi di dollari.

Anche in caso di ulteriori escalation, le conseguenze sugli equilibri globali si annunciano abbastanza contenuti, per motivi che riguardano soprattutto le dinamiche commerciali che si sono venute a creare ben prima dell’ascesa di Trump e dello scoppio di ostilità con (quasi) tutti i partner extra-americani.

1) Il commercio internazionale di beni incide meno sul Pil
Nonostante la crescita vertiginosa degli ultimi decenni, l’export di beni e servizi ha iniziato da qualche tempo a pesare di meno rispetto agli output dell’economia globale. Dati della Banca Mondiale evidenziano un’incidenza in calo dal 30% abbondante dei livelli pre-crisi (2007-2008) al poco più del 28% nel 2016. A influire, secondo l’analisi del Financial Times, sono sia fattori strettamente economici (turbolenze valutarie e il cambio del costo nelle materie prime) sia il clima generale di ostilità al processo di globalizzazione, con un revival di dazi e misure antidumping che ha preceduto la scalata politica dello stesso Trump.

2) Gli scambi Usa-Cina contano meno di quanto si pensi
I dazi annunciati da Trump incidono, per ora, su beni cinesi per 250 miliardi di dollari. Dopo l’ultima reazione di Pechino, con controdazi per 60 miliardi, la Casa Bianca è pronta a colpire ancora beni per 267 miliardi di dollari, arrivando a coprire per intero i volumi dell’import dal gigante asiatico (circa 500 miliardi di dollari nel 2017). Sono cifre imponenti, ma si ridimensionano in maniera brusca quando le si proietta in un contesto globale. Anche se Trump desse seguito alle sue minacce, colpendo il 100% degli acquisti dalla Cina, l’impatto sull’import globale si fermerebbe a circa il 5%.

3) Il commercio è infraregionale
Va bene, la globalizzazione. Ma l’apertura dei mercati non significa che gli scambi intercontinentali abbiano preso il sopravvento sui rapporti con i partner della propria regione. Ad esempio, in Europa, circa il 70% del commercio si svolge nel perimetro del Vecchio Continente. Nel caso di America e Asia la percentuale cala, ma resta saldamente sopra al 50% e al 60%. Per quanto eclatanti possano suonare le minacce della Casa Bianca a Pechino, si parla di una fetta di scambi che conta meno rispetto a quella consolidata con i vicini di casa dell’uno e dell’altro.

4) Il Sud Est asiatico ne gioverebbe
I flussi di beni cinesi colpiti da dazi potrebbero “dirottarsi” su altre destinazioni, privilegiando zone vicine e del tutto interessate ad aumentare i propri scambi con Pechino. È il caso del Sud-est asiatico, regione che ha già visto l’export con la Cina crescere a ritmo sostenuto nell’ultimo decennio. Nel caso del Vietnam, l’incidenza dell’export sulla Cina è salito da meno dell’8% nel 2007 a oltre il 14% del 2017, salendo oltre a quote del 10% sul totale anche nel caso di Indonesia, Malesia e Thailandia.

© Riproduzione riservata