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L’Europa contro Londra: truffa da 2,7 miliardi sull’import dalla Cina

A meno di una settimana dalla «umiliazione» di Salisburgo, Londra torna nel mirino di Bruxelles. La Commissione europea ha annunciato di aver inviato un secondo avvertimento al Regno Unito sul caso di una «truffa» a danno del bilancio Ue: L0ndra non è riuscita a recuperare e mettere a disposizione del budget comunitario l’equivalente di 2,7 miliardi di euro evasi alla propria dogana, attraverso fatture fittizie e dichiarazioni inesatte sul valore delle merce importate dalla Cina.

È il secondo passo di una procedura di infrazione aperta nel marzo 2018, sulla spinta di un rapporto dell’Ufficio europeo per la lotta anti-frode (Olaf). Ora il Regno Unito ha un margine di due mesi di tempo per rispondere. In caso contrario, il braccio esecutivo della Ue potrebbe decidere di portare il caso di fronte alla Corte di giustizia della Ue e procedere - in teoria - verso la riscossione dell’intera somma entro la fine della legislatura nel 2019.

L’accusa: prezzi abbassati per versare meno dazi a Bruxelles
L’annuncio dell’avvertimento, voluto dal commissario al Bilancio Günther Oettinger, è stato rinviato ad oggi per non sovrapporsi con il vertice informale di Salisburgo e i fronti già aperti sul tavolo negoziale fra Londra e Bruxelles. La sostanza, però, non è cambiata. Secondo l’accusa prodotta dal report dell’ufficio antifrode europeo, le aziende britanniche si sarebbero rese protagoniste di uno schema di frode basato sulla «sottovalutazione» delle merce in arrivo nei porti britannici dalla Repubblica popolare cinese. La tattica, attuata «su larga scala» fra 2011 e 2017, consisteva nel dichiarare un prezzo più basso dei prodotti importati dalla Cina, così da ridurre il livello dei dazi e il conseguente gettito per le casse della Ue. Le autorità britanniche, dichiara la Commissione, non sono mai intervenute in maniera efficace per prevenire la frode nonostante fossero state informate fin dal 2007 «dei rischi di frode relativi all’import di tessuti e calzature dalla Cina» , con tanto di richieste in sede Ue di «intraprendere le misure di controllo adeguate».

La Commissione stima che l’infrazione delle regole Ue abbia generato appunto un buco di 2,7 milardi di euro per il bilancio comunitario, con l’aggiunta degli interessi e di ulteriori perdite derivanti da un’ulteriore infrazione alle leggi Ue sull’Iva.

Perché è grave, perché la procedura è scattata ora
I dazi doganali, insieme al prelievo sull’Iva e alle aliquote fisse sul reddito nazionale lordo, confluiscono nelle cosiddette «risorse proprie» della Ue: il bacino che fornisce il 98% dei soldi destinati al budget comunitario. I sistemi di evasione dispiegati nei porti britannici hanno sottratto a Bruxelles i capitali che ogni Stato membro deve versare per finanziare progetti comuni, peraltro a fronte di una condizione già privilegiata. Il Regno Unito, prima di avviare il suo divorzio dalla Ue, ha sempre goduto dei cosiddetti «rebates», i rimborsi ai paesi considerati come i contributori netti principali su scala comunitaria . Nel casodi Londra si parlava di un risarcimento pari addirittura al 66% della differenza tra il suo contributo al bilancio Ue e l'importo ricevuto. L’accelerazione alla procedura, comunque aperta a marzo, sembra testimoniare il clima di diffidenza che aleggia sui rapporti fra l’Isola e il Vecchio Continente. In altre parole Bruxelles vuole incassare il denaro in tempi rapidi, o comunque prima dell’ultima chiamata possibile: maggio 2019, quando i cittadini europei torneranno alle urne. Per la prima volta, senza la Gran Bretagna.

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