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Papa: «L’accordo con la Cina l’ho voluto io, non…

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il pontefice sull’aereo di ritorno da tallinn

Papa: «L’accordo con la Cina l’ho voluto io, non è improvvisazione»

Quattro giorni di viaggio nei tre paesi baltici, un viaggio intenso quello di Papa Francesco ai confini nord dell'Europa, tra cattolicesimo profondo e laicità radicata. Ma il viaggio è stato segnato dall'annuncio il 22 settembre dell'accordo tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi, un'intesa storica frutto di anni di dialogo e negoziati. Sul volo Tallinn-Roma Papa Francesco parla dell'accordo, e di molto altro.

Santo Padre sull'accordo tra Vaticano e Cina può dare qualche informazione? Perché alcuni cattolici e in particolare il cardinale Joseph Zen l'accusano di aver svenduto la Chiesa al governo?
«Questo è un processo di anni, un dialogo tra la commissione vaticana e la commissione cinese, per sistemare la nomina dei vescovi. La squadra vaticana ha lavorato tanto, vorrei fare alcuni nomi: monsignor Claudio Maria Celli, con pazienza ha dialogato per anni, per anni. Poi Gianfranco Rota Graziosi, un umile curiale di 72 anni che voleva farsi prete per andare in parrocchia ed è rimasto in Curia per aiutare in questo processo. E poi il Segretario di Stato (cardinale Parolin, ndr), che è un uomo molto devoto, ma ha una speciale devozione alla lente: tutti i documenti li studia: punto, virgola, accenni. Questo mi dà una sicurezza molto grande. Questa squadra con queste qualità è andata avanti. Voi sapete che quando si fa un accordo di pace, ambedue le parti perdono qualcosa. Questa è la legge: ambedue le parti. Si è andati con due passi avanti, uno indietro… due avanti e uno in dietro. Poi mesi senza parlarsi. È il tempo di Dio che assomiglia al tempo cinese. Lentamente, la saggezza dei cinesi. I vescovi che erano in difficoltà sono stati studiati caso per caso. E i dossier di ciascuno è arrivato sulla mia scrivania. Sono stato io il responsabile di firmare (il ritorno della comunione con il Papa per i sette vescovi cinesi, ndr). Poi il caso dell'accordo: sono tornate le bozze sulla mia scrivania, davo le mie idee, si discuteva e andavano avanti. Io penso alla resistenza, ai cattolici che hanno sofferto: è vero, loro soffriranno. Sempre in un accordo c'è sofferenza. Ma loro hanno una grande fede e mi scrivono, fanno arrivare i messaggi per dire che quello che la Santa Sede, quello che Pietro dice, è quello che dice Gesù. La fede martiriale di questa gente oggi va avanti. Sono dei grandi. L'accordo l'ho firmato io, le lettere plenipotenziarie le ho firmate io. Io sono il responsabile, gli altri hanno lavorato per più di dieci anni. Non è un'improvvisazione, è un vero cammino. Un aneddoto semplice e un dato storico: quando c'è stato quel famoso comunicato di un ex nunzio apostolico (chiaro il riferimento al caso Viganò e al noto“dossier-patacca”, ndr), gli episcopati del mondo mi hanno scritto dicendomi che si sentivano vicini e pregavano per me. Dei fedeli cinesi mi hanno scritto e la firma di questo scritto era del vescovo della Chiesa, diciamo così, “tradizionale cattolica” e il vescovo della Chiesa “patriottica”, insieme tutti e due e entrambe le comunità di fedeli. Per me è stato un segnale di Dio. Poi non dimentichiamo che in America Latina per 350 anni erano i re del Portogallo e della Spagna a nominare i vescovi. Non dimentichiamo il caso dell'impero austro-ungarico. Altre epoche grazie a Dio, che non si ripetono. Quello che c'è, è un dialogo sugli eventuali candidati, ma nomina Roma, nomina il Papa, questo è chiaro. E preghiamo per le sofferenze di alcuni che non capiscono o che hanno alle spalle tanti anni di clandestinità».

Ha accennato agli armamenti e considerato dove ci troviamo (paesi baltici, ndr) ci sono molti soldati dispiegati per garantire sicurezza. Cosa pensa del pericolo per chi vive ai confini dell'Europa?
«La minaccia delle armi oggi, le spese mondiali in armi sono scandalose. Mi dicevano che con quello che si spende in armi in un mese si potrebbe dare da mangiare a tutti gli affamati del mondo in un anno. Non so se è vero, ma è terribile. Industria e commercio e contrabbando delle armi è una delle corruzioni più grandi, e davanti a questo c'è la logica della difesa. Davide è stato capace di vincere con una fionda e cinque pietre, ma oggi non ci sono i Davide e credo che per sistemare un Paese si deve avere un ragionevole e non aggressivo esercito di difesa. Ragionevole e non aggressivo. Così la difesa è lecita e anche è un onore difendere la patria così. Il problema accade quando diventa un modo aggressivo, non ragionevole e si fanno le guerre di frontiera. Ne abbiamo tanti esempi, non solo in Europa, verso l'Est, ma anche in altri continenti: si litiga per il potere, per colonizzare un Paese. È scandalosa oggi l'industria delle armi davanti a un mondo affamato».

In tutti i paesi baltici lei ha parlato di apertura di fronte ai migranti, agli altri.
«Non ci sono forti fuochi populisti in Lituania, neanche in Estonia e Lettonia, sono popoli aperti, che hanno voglia di integrare i migranti ma non massicciamente perché non si può. Integrarli con la prudenza del governo. Abbiamo parlato coi due dei tre capi di Stato di questo, e nei discorsi dei presidenti la parola accoglienza, apertura è stata frequente. Questo indica una voglia di universalità nella misura in cui si possa, con lo spazio, il lavoro, l'integrazione. Nella misura in cui non sia una minaccia contro la propria identità. Questo a me ha toccato molto: apertura prudente e ben pensata. Credo che il messaggio è stato ricevuto. Il problema dei migranti di tutto il mondo è un problema grave e non è facile studiarlo, e in ogni Paese in ogni luogo ha diverse connotazioni».

Che cosa ha provato visitando il museo dove venivano uccisi i prigionieri del KGB a Vilnius?
«La vostra è una storia di invasioni, di dittature, di crimini, di deportazioni, quando ho visitato il museo a Vilnius… museo è una parola che ci fa pensare al Louvre. Ma quel museo è invece un carcere dove i detenuti per ragioni politiche o religiose erano portati. Ho visto celle della misura di questo sedile dove solo in piedi si poteva stare, celle di tortura (…) Ma vi dico, la crudeltà non è finita. La stessa crudeltà oggi si trova in tanti posti di detenzione, si trova in tanti carceri. Anche la sovrappopolazione di un carcere è un modo di torturare, di non far vivere con dignità. Un carcere oggi che non dia al detenuto l'uscita della speranza, già è una tortura. Poi abbiamo visto, in Tv, le crudeltà dei terroristi dell'Isis: quel pilota giordano bruciato vivo, i copti sgozzati nella spiaggia della Libia e tanti altri. Oggi la crudeltà non è finita. In tutto il mondo c'è, e questo messaggio vorrei darlo a voi come giornalisti: questo è uno scandalo, un grave scandalo della nostra cultura e della nostra società». E parla della trasmissione della cultura e della identità come è avvenuta nei paesi Baltici e in particolare in Lituania, con un passaggio molto netto: « Quando un governo vuole diventare dittatoriale la prima cosa che fa prende in mano i mezzi di comunicazioni».

All'incontro ecumenico ha detto che giovani di fronte a scandali sessuali non vedono una condanna netta da parte della Chiesa…
«I giovani si scandalizzano dell'ipocrisia dei grandi, delle guerre, si scandalizzano dell'incoerenza, si scandalizzano della corruzione. E in questo entra quello che lei sottolinea, gli abusi sessuali. È vero che c'è un'accusa alla Chiesa. Tutti sappiamo e conosciamo le statistiche, io non le dirò, ma anche fosse stato un solo prete ad abusare di un bambino o una bambina questo è mostruoso! Perché quell'uomo è stato scelto da Dio per portare quel bambino al Cielo. Capisco che i giovani si scandalizzano per questa corruzione. Sanno che c'è dappertutto, ma nella Chiesa è più scandalosa. Bisogna portare i bambini a Dio e non distruggerli! I giovani cercano di farsi strada con l'esperienza. L'incontro era molto chiaro: loro chiedono ascolto, non vogliono formule fisse, non vogliono un accompagnamento che dà direttive. La Chiesa non fa le cose come deve nel pulire questa corruzione? Prendiamo il report Pennsylvania (sulla pedofilia, reso noto in agosto, ndr) e vediamo che i primi settant'anni anni ci sono stati tanti preti che sono caduti in questa corruzione. Poi in tempi più recenti è diminuita, perché la Chiesa se n'è accorta che doveva lottare in un altro modo. E ce l'ha messa tutta. Negli ultimi tempi io ho ricevuto tante, tante condanne fatte dalla congregazione per la Dottrina della fede. Mai ho firmato una richiesta di grazia dopo una condanna su questo; su questo non si negozia. Nei tempi antichi queste cose si coprivano, e si coprivano a casa quando lo zio violentava la nipotina, quando il papà violentava i figli. Si coprivano perché era una vergogna molto grande, era il modo di pensare dei secoli scorsi. C'è un principio per interpretare la storia: un fatto storico va interpretato con l'ermeneutica dell'epoca nella quale è avvenuto, non con l'ermeneutica di oggi. Per esempio, l'indigenismo, le tante ingiustizie e brutalità verso gli indigeni: non può essere interpretato con l'ermeneutica di oggi che abbiamo un'altra coscienza. L'ultimo esempio è la pena di morte: il Vaticano come Stato pontificio aveva la pena di morte, l'ultimo è stato decapitato nell'Ottocento. Ma poi la coscienza morale cresce. È vero che sempre ci sono le scappatoie e ci sono condanne a morte nascoste: tu sei vecchio, dai fastidio, non ti dò le medicine, è una condanna a morte sociale di oggi».

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