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Dazi, così le aziende cinesi aggirano le sanzioni di Trump

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Servizio |FRA CODICI TRUCCATI E DUMPING

Dazi, così le aziende cinesi aggirano le sanzioni di Trump

In teoria, l’ondata di dazi scatenata da Donald Trump contro la Cina potrebbe colpire l’intero valore dell’import dal gigante asiatico. Nei fatti, le aziende cinesi si sono adeguate alle tariffe di Trump con una strategia abbastanza pratica: evaderle. Second0 un’inchiesta del Wall Street Journal, le imprese che vendono negli Stati Uniti si sono attrezzate per aggirare i balzelli doganali ingiunti dalla Casa Bianca alla controparte asiatica. Uno fra gli stratagemmi più diffusi consiste nell’alterare il codice Hts (sigla di Harmonized tariff schedule), indicazione di 10 cifre che qualifica il prodotto al momento dell’importazione.

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Il fatto che se ne contino 18.927 permette ai fornitori la merce attribuendole un codice diverso dal proprio, sfruttando magari le rassomiglianze fra prodotti nello stesso segmento merceologico. La prassi si sta diffondendo e inizia a competere con escamotage più classici come il trasbordo (la merce viene scaricata su un’imbarazione proveniente a un paese terzo), mentre si registra un aumento deciso anche del dumping: le autorità statunitensi hanno registrato un incremento di indagini pari al 60% su scala annua.

I “trucchetti” merceologici e gli hub a servizio della Cina
I casi di missclassification, classificazione distorta dei prodotti, hanno iniziato a moltiplicarsi fin dalla prima tranche di dazi promossa da Donald Trump: le aliquote del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, uno schiaffo diretto all’industria siderurgica cinese. Gli studi legali impegnati a stanare i casi di falsificazione hanno rilevato che la lamiere di acciaio made in China hanno iniziato a essere vendute come «componenti di turbine», creando dinamiche abbastanza curiose sulla bilancia commerciale Usa: nei primi sei mesi dell’anno l’import di lamiere è scivolato dell’11%, mentre quello di «electric-generating sets (set di generazione elettrica, ndr)», una tipologia di turbine, è volato improvvisamente del +121%. Il processo di evasione è agevolato da una serie di scali nel Sud-est asiatico, diventati hub per le esportazioni cinesi (e gli illeciti che a volte vengono favoriti). È il caso di paesi come Singapore, Vietnam e Malesia, dove la pratica di modificare codice di importazione o paese di origine è diventata nota per quello che è: «modificare la polizza di carico». Gli esportatori cinesi possono scambiare informazioni sui codici anche attraverso piattaforme online come Yishanghuiyou, diramazione del portale di vendite all’ingrosso 1688.com (a sua volta controllato dal gigante dell’e-commerce Alibaba).

Perdite per 550 milioni di dollari l’anno
Le autorità americane stimano che l’evasione tariffaria potrebbe costare l’equivalente di 550 milioni di dollari l’anno, ma la cifra è anche sottostimata rispetto ai volumi potenziali del fenomeno. Sempre secondo quanto riporta il Wall Street Journal, appena il 5% dei prodotti viene fisicamente aperto e controllato. Anche aumentando le verifiche, però, non si risolverebbe il problema di fondo: la quantità di codici consente di “saltare” senza troppi imbarazzi da una classificazione all’altra, giocando su sottigliezze difficili da contestare anche per gli specialisti. Un caso eclatante è quello del compensato, un semilavorato ricompreso in 88 specificità dai codici doganali. Non appena le autorità Usa hanno messo nel mirino le importazioni dalla Cina di «compensato di legno duro», le aziende del settore hanno aggirato l’ostacolo classificandolo come «compensato di legno tenero»: l’import del primo è calato del 20%, quello del secondo si è impennato del 549%. Quando le aurorità americane sono passate ai fatti, fissando una tariffa monstre del 183,4%, i volumi del «compensato tenero» sono saliti ancora: +983%. Le leggi cinesi vietano le dichiarazioni false alla dogana, ma le autorità doganali degli Usa non sembrano troppo d’accordo. «Il sistema legale cinese resta una sfida per noi» ha detto al Wall Street Journal un dirigente della Us Customs and Border Protection. La quantità e la sofisticatezza delle pratiche evasive potrebbe crescere mano a mano che lo scontro commerciale fra Usa e Cina si evolve, dopo essere arrivato già al culmine con gli ultimi botta e risposta fra Washington e Pechino. L’intenzione finale di Trump potrebbe essere quella di “coprire” di tariffe una quota di beni pari ai circa 500 miliardi di dollari in importazioni dalla Cina. A meno che i dazi non restino sulla carta, scavalcati dal codice - falso - attribuito a un container.

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