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Mnuchin avverte la Cina: no a svalutazioni competitive

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monito del segretario al tesoro usa

Mnuchin avverte la Cina: no a svalutazioni competitive

(Afp)
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Il fattore valutario entra in modo esplicito nel contenzioso commerciale tra Stati Uniti e Cina: in una intervista alla vigilia del vertice di Bali di Fmi e Banca Mondiale, il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha avvertito Pechino di evitare il ricorso a una svalutazione competitiva e indicato che il livello del cambio yuan-dollaro entrerà nelle trattative – ora in stallo – sul commercio. Mnuchin ha sottolineato che il Tesoro sta monitorando “molto attentamente” le questioni valutarie, notando che il renmimbi si è deprezzato quest'anno “in modo significativo”. “Nel considerare i problemi commerciali, è fuori di dubbio che vogliamo essere sicuri che la Cina non stia ricorrendo a svalutazioni competitive”, ha dichiarato Mnuchin. Rispetto ai massimi dello scorso marzo, la divisa cinese ha perso circa l'11% nei confronti del biglietto verde e si sta avvicinando pericolosamente alla soglia psicologica di quota 7 (viaggia intorno a 6,92 sul mercato onshore). Una scivolata verso quella soglia critica starebbe a significare il ritorno del renminbi ai livelli del 2008, nel pieno della crisi finanziaria globale.
Per la verità, le autorità cinesi hanno mostrato di provare a frenare un deprezzamento certamente legato anche all'inasprirsi della guerra commerciale in corso con gli Usa: in estate, non sono mancati ammonimenti verbali, misure tecniche e fissazioni “robuste” del cambio ufficiale finalizzate a scoraggiare la speculazione. Tuttavia negli ultimi tempi la preoccupazione per gli effetti indesiderati di un rapido deprezzamento pare affievolita rispetto all'esigenza di sostenere una economia che comincia a risentire delle tensioni sul trade. E' così spiegabile la recente decisione di aumentare la liquidità disponibile sul mercato, assieme ad altri aggiustamenti in senso espansivo che hanno ridato forza alle pressioni ribassiste sul mercato dei cambi. Molti analisti – da quelli di BankAmerica Merrill Lynch a quelli di JPMorgan Chase – hanno da poco abbassato le loro stime sul prossimo andamento dello yuan, dando al massimo sei mesi prima che il cambio con il dollaro tocchi quota sette.
I segnali da Washington possono essere interpretati anche nel senso che non sia scontato che il prossimo rapporto del Tesoro sulle valute –atteso per settimana prossima – non indichi esplicitamente la Cina come Paese che ricorre a manipolazioni valutarie. Se la definizione venisse appioppata a Pechino, rappresenterebbe una nuova forte “escalation” delle tensioni bilaterali, che stanno espandendosi ben oltre il mero fronte commerciale. Almeno fino alla pubblicazione del report – osservano vari analisti – Pechino non consentirà una accelerazione della discesa dello yuan. Un trend, del resto, certamente sgradito sul lungo termine perché comprometterebbe i piani per una maggiore internazionalizzazione della valuta nazionale e per una apertura del mercato obbligazionario.

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