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Turchia, i numeri che spiegano perché Erdogan si è piegato a Trump

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sanzioni e recessione

Turchia, i numeri che spiegano perché Erdogan si è piegato a Trump

La Turchia di Erdogan ha ordinato il rilascio del pastore americano Andrew Branson per evitare nuove sanzioni e il conseguente peggioramento della crisi economica. La borsa di Istanbul, la lira e rendimenti dei bond turchi hanno festeggiato.

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Nuove tensioni con Washington, che aveva deciso ad agosto il raddoppio delle tariffe Usa sulle importazioni di acciaio e alluminio dalla Turchia, sarebbero state fatali. Ankara infatti si sta avviando verso una recessione economica nonostante abbia appena messo a segno un surplus mensile delle partite correnti.

Tutti gli indicatori che preoccupano
Basta guardare al dato di settembre dell’inflazione che ha toccato il 24,5% con i tassi di riferimento al 24% e a un altro importante indicatore come l’Indice PMI manifatturiero Markit che è sceso in settembre a 42,7 da 46,4 in agosto contro i 53,5 punti di un anno fa e il dato più basso raggiunto dal marzo 2009. Anche i nuovi ordini sono scesi a 38 contro i 44 punti in agosto e anche questo segnala che le aziende turche si stanno preparando alla gelata in arrivo dei consumi.

Con la lira così deprezzata (ha perso il 40% da inizio anno) la ripresa potrebbe arrivare magari tra qualche mese dall’export se però il ciclo economico globale non volgerà anch’esso al brutto. Ma l’Europa, mercato principale di sbocco di Ankara, sembra in una fase di rallentamento. Quanto agli Stati Uniti, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva scatenato un contenzioso commerciale legato alla detenzione del pastore protestante Branson con cittadinanza americana.

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Poi la svolta che ha portato Erdogan ad abbassare i toni di scontro con Washington per sperare di evitare gli effetti di una crisi economica che si prospetta sempre più dura. Forse Erdogan ha subito pressioni da quella cerchia di imprenditori vicini al governo sempre più in difficoltà con i pagamenti dei debiti contratti in valuta forte a tassi più bassi. Si stima che ci siano 180 miliardi di dollari di debito estero turco che andrà in scadenza tra quest’anno e il luglio 2019, equivalenti a quasi un quarto del suo Pil annuo.
Lo afferma uno studio della banca di investimento americana JPMorgan evidenziando il rischio di una forte contrazione per l’economia colpita dalla crisi valutaria da inizio anno. Certo l’economia del paese della Mezzaluna sul Bosforo ha messo a segno un 7% di crescita nel primo trimestre, poi scesa al 5,2% nel secondo trimestre e ora si prevede un calo ancora maggiore. Ma l’indebitamento estero è troppo elevato e la corsa andrebbe raffreddata per evitare i pericoli del surriscaldamento con l’inflazione al 18% nel mese di agosto.

La montagna di debito estero
Le società private turche si sono indebitate ma ora potrebbero non avere i dollari e gli euro necessari per ripagarli. Questo è dovuto al fatto che la Fed sta attuando una politica monetaria restrittiva. Il dollaro più forte rende sempre più costoso per i debitori turchi rimborsare il loro debito in valuta forte mentre incassano in lire svalutate. Due filiali austriache di banche turche hanno fatto funding in Austria, offrendo tassi interessanti, e lending in Turchia, ma ora sono sotto stretta osservazione dell’autorità di vigilanza austriaca sui mercati (Fma).
Mentre le precedenti crisi del debito sono state causate dai mutui subprime e, in seguito, dei debiti sovrani europei, questa volta, e sarebbe la terza crisi in dieci anni, la preoccupazione si concentra sulle società dei mercati emergenti che hanno preso a prestito dollari ed euro. Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), il sistema bancario italiano è esposto per 16,9 miliardi di dollari verso la Turchia, cifra gestibile. Le nostre banche vengono nettamente dopo la Spagna (il Paese più esposto con 84 miliardi di dollari), la Francia (37), la Gran Bretagna (18,8) e gli Stati Uniti (17,7), e la Germania (17,5). In totale l’esposizione delle banche internazionali verso la Turchia è pari a 264,8 miliardi di dollari.

Il debito pubblico
Il debito del governo turco non è grande (42,7% del Pil secondo Eurostat) rispetto alle dimensioni dell’economia del paese della Mezzaluna sul Bosforo. Ma lo stato ha garantito ingenti somme di prestiti del settore privato spesso per infrastrutture faraoniche che, in caso di insolvenze aziendali, potrebbero trasformare una responsabilità privata in un incubo dell’Erario. In un segnale di crescente cautela degli investitori, il costo per l’assicurazione dei titoli di stato turchi (Cds) contro l’insolvenza è triplicato da inizio anno.

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