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Il declino della sinistra in Europa: persi 16 milioni di voti in 7 anni

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Il declino della sinistra in Europa: persi 16 milioni di voti in 7 anni

Grün ist das neue Rot, il verde è il nuovo rosso. Il gioco di parole scelto dal quotidiano tedesco Bild per le elezioni bavaresi riesce a riassumere, in un colpo solo, due momenti di rottura per la politica tedesca: l’exploit dei Verdi e il tracollo della Sozialdemokratische Partei Deutschlands, il partito social democratico calato dal 20,6% del 2013 al 9,6% nel voto del 14 ottobre 2018.

Un’umiliazione consacrata dalla discesa sotto l’asticella psicologica del 10%, ma passata quasi in sordina rispetto ai numeri effettivi della débâcle. Forse perché la crisi delle forze socialdemocratiche è in atto da anni e non accenna, per ora, a ridimensionarsi. Tanto per dare un occhio alle cronache italiane, gli elettori della provincia di Trento hanno voltato le spalle al centrosinistra con il voto al candidato (salviniano) Maurizio Fugatti. La fine di un rapporto amministrativo durato 20 anni e l’ennesimo tabù ideologico infranto dal segretario della Lega.

Niente di nuovo. Nelle ultime tornate elettorali, secondo un calcolo del Sole 24 Ore, i principali partiti socialdemocratici di quattro paesi Ue (Germania, Francia, Italia, Spagna) sono riusciti a bruciare l’equivalente di circa 16 milioni di voti. Una flessione alimentata dalla fuga della loro vecchia base elettorale nelle direzioni più disparate, inclusa la destra o formazioni estranee alla famiglia del Partito socialista europeo. La coalizione che dovrebbe spaventarsi di più per un’emorragia di consensi che rischia di trasformarlo da asso portante a voce periferica nell’Eurocamera, dopo un voto ad alto tasso di emotività come quello che si registrerà per le elezioni del maggio 2019.

I numeri del disastro
La cifra totale è la somma dei voti persi dai principali partiti socialdemocratici nel corso delle ultime due tornate elettorali, affrontati da ciascuno in un periodo compreso fra 2011 e 2018. In Francia il Parti socialiste è sprofondato dal 28,6% al primo turno della candidatura di Francois Hollande nel 2012 (10.272.705 voti) al 6,36% di Benoît Hamon nel 2017 (2.291.288 voti, un “passivo” di 7.981.400 voti circa). In Italia il Partito democratico, rimasto la principale sigla di centrosinistra del paese, è andato in picchiata sotto al 20% nelle politiche di marzo 2018, passando dai 17 milioni di voti di Pierluigi Bersani nel 2013 ai quasi 12 milioni di Matteo Renzi quest’anno (il totale si riferisce ai voti ottenuti sia alla Camera che al Senato. Se osserviamo solo la Camera, il centrosinistra è crollato dai 10 milioni del 2013 ai 7,5 del 2018).

In Germania, con un anno di anticipo rispetto al voto bavarese, la Spd era già caduta al 20,5% dei consensi nelle elezioni federali del 2017, perdendo 40 seggi e il 5,2% dei suffragi rispetto al 2013 (da 11,2 a 9,5 milioni di voti, lasciando per strada 1,7 milioni di preferenze). In Spagna il Partido Socialista Obrero Español è calato dai poco più di 7 milioni del 2011 ai 5,45 milioni del 2015 (valore quasi identico ai voti conseguiti nelle elezioni del 2016, confermando una perdita di 1,5 milioni di consensi e sei punti percentuali nell’arco di un quinquennio circa). Alla contabilità generale si potrebbero aggiungere casi altrettanto clamorosi, come la fine dell’egenomia progressista nel «paradiso del welfare» scandinavo: la Svezia. Lo Sveriges socialdemokratiska arbetareparti, il partito socialista locale, si è ridimensionato nelle elezioni 2018 fino al 28,6% dei consensi,il peggior risultato messo a segno nell’ultimo secolo.

A CHI SONO ANDATI I VOTI DI SPD
Fonte: Infratest dimap

Dove vanno gli ex elettori
L’elettorato in fuga dalle vecchie forze socialdemocratiche si è riversato un po’ ovunque, spartendosi fra sigle apprezzate perché «davvero di sinistra» (si veda l’exploit francese di Jean-Luc Mélenchon, capace di cannibalizzare i voti dei socialisti nel 2017), genericamente anti-sistema (il Movimento cinque stelle in Italia) o anche all’estremo opposto dello spettro politico, come la stessa Alternative für Deutschland in Germania. È vero che ci sono oasi come la Baviera, dove la delusione per la Spd si è sfogata - pacificamente - su un partiti di impronta liberal: gli elettori in rotta con i socialdemocratici hanno scelto i Verdi (con un “travaso” di 200mila voti), la stessa Csu (100mila voti) e solo in minima parte la Afd (30mila voti). Ma la tendenza, spiega il politologo Marco Revelli, è quella di un «voto di vendetta» contro partiti di una sinistra accusati di aver smarrito la sua stessa agenda: occupazione, tutele del lavoro e delle retribuzioni, in alcuni casi accesso a servizi base come sanità e istruzione. «Sullo sfondo c’è la crisi più generale dei partiti di massa, come testimoniano le sofferenze delle stesse Csu e e Cdu - dice - Il centrosinistra è stato colpito con più violenza perché ha perso la fiducia dei blocchi sociali dove aveva seminato di più, la classe lavoratrice e il ceto medio».

L’errore, secondo Revelli, è di aver sottovalutato le conseguenze della globalizzazione e, soprattutto, di essersi «illusi che una posizione moderata avrebbe pagato. È successo il contrario - aggiunge - i vecchi elettori si sono sentiti traditi e si sono radicalizzati, abbracciando il populismo in risposta al vuoto dei socialdemocratici e di un “riformismo” che si è tradito redistribuendo dal basso verso l’altro e non dall’alto verso il basso». Anche i segnali più rasserenanti, come il caso bavarese, vanno letti in un contesto preciso. Un conto è il voto in un Länder ricco e appena sfiorato dalla questione migratoria. «Un conto è quello che succede nella Bassa Sassonia - dice Revelli - dove l’Afd arriva al 20%». Ai due blocchi sociali già citati, classe lavoratrice e ceto medio, se ne aggiuge uno di carattere anagrafico: i giovani. Le nuove generazioni, un tempo vicine alla sinistra, hanno sposato la logica di un «voto di vendetta» scaricato sulle forze socialdemocratiche. Nel caso dell’Italia, a favore di Lega e Cinque stelle. «Ovviamente non è nuovo il fatto che i giovani votino agli estremi - dice Lorenzo Pregliasco, cofondatore della società di analisi elettorale YouTrend - A essere cambiato, semmai, è il fatto che ora i partiti socialdemocratici vengano visti come il nemico assoluto».

Le eccezioni alla regola: Grecia, Portogallo (e Spagna), Inghilterra
In realtà non mancano le eccezioni. In Grecia, nonostante le turbolenze con i suoi ex alleati, Syriza (il partito di Alexis Tsipras) è riuscito sia a imporsi come forza popolare sia a mantenere Atene sotto al cappello delle istituzioni europee, guidandola fuori dal programma di aiuti europei. Il nome di Tsipras è emerso più volte come quello di un possibile candidato a un “fronte progressista” in vista delle elezioni europee del 2019, anche se l’ipotesi sembra tramontata. Il Portogallo, fresco di upgrade da parte dell’agenzia di rating Moody’s, è governato dal 2015 da una coalizione fra socialisti, verdi e sinistra radicale che ha traghettato l’economia lusitana verso buoni ritmi di crescita (Pil a +2,3% nel secondo trimestre dell’anno) e riduzione del debito pubblico. Gli stessi socialisti spagnoli sono riusciti a restare a galla grazie alla stampella di Podemos, una forza che si colloca nel «populismo di sinistra» e ha appena dato il via libera a un accordo per una manovra congiunta in chiave anti-austerity. Un altro esempio di forza in crescita nei confini europei, o quasi, è il Labour party di Jeremy Corbyn: il leader dell’opposizione nel Regno Unito è riuscito a far lievitare i laburisti inglesi fino al 40% delle elezioni 2017, in rialzo di quasi 10 punti rispetto al 30,4% dell’ultimo voto prima del terremoto Brexit (2015). Corbyn, parlamentare di lungo corso, è riuscito a resuscitare i rapporti con l’elettorato spostando a sinistra la linea del partito e recidendo i legami con l’età di Tony Blair.

A differenza dei colleghi europei, la sua leadership è valsa al partito un incremento di oltre 3,5 milioni di voti nell’arco di due anni. Un boom spinto dalla popolarità che il “vecchio” Corbyn è riuscito a maturare con giovani, lo stesso blocco anagrafico che altrove diserta le urne o ripiega in massa sulla destra. «Jeremy Corbyn è stato capace di mobilitare i giovani britannici, e quindi dare energia a una porzione dell’elettorato laburista - dice Jan Rovny, esperto di politica europea in cattedra alla Sciences Po di Parigi - Corbyn rappresenta qualcosa ancora più a sinistra del suo, il che lo rende simile alla sinistra radicale del Sud Europa». Più difficile capire quanto il modello sia esportabile nel resto del Vecchio continente, in una sfida che i laburisti possono permettersi di ignorare: le europee del 2019, le prime senza la partecipazione del Regno Unito. Rovny si aspetta una crisi generale dei partiti socialdemocratici, abbandonati dai loro bacini elettorali storici e incapaci di dare rappresentanza al nuovo proletariato. «Cioè il precariato, disorganizzato a livello politico e tendente all’astensione» dice Rovny, ipotizzando una diaspora clamorosa in vista del voto per il rinnovo dell’Eurocamera. «Gli ex elettori di sinistra - spiega - finiranno per dividersi per la sinistra radicale (dove esiste), i verdi, i liberali, l’estrema destra. E molti, semplicemente, staranno a casa».

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