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Addio «Idea Man»: la scomparsa di Paul Allen, cofondatore di Microsoft

NEW YORK - “Idea man” così si definiva Paul Allen, aveva 22 anni quando con Bill Gates, l’amico di 19 anni con il fiuto per gli affari, decisero di fondare una società, che sarebbe poi diventata Microsoft. L’anno era il 1975. Qualche tempo dopo i due ragazzini di Seattle intervistati da Fortune, davanti a uno dei primi terminali con lo schermo nero e i caratteri bianchi, parlavano del loro sogno: «Portare un computer in ogni casa e su ogni scrivania».

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Provate a chiudere gli occhi. Siete in un ufficio, un qualsiasi ufficio. Davanti a voi oltre ai tavoli vedete solo schermi. Lo stesso se immaginate il panorama urbano su un autobus o in un vagone della metropolitana: gran parte dei presenti sono rivolti verso un terminale, uno smartphone che è un pc più piccolino. Il sogno di quei due ragazzi è stata una rivoluzione che ha cambiato il mondo.

“Idea man” ieri se ne è andato. Aveva 65 anni, travolto da una rara forma di linfoma non Hodgkin’s con cui conviveva dal 1982, che aveva già battuto una volta nel 2009, ma che era rispuntato un mese fa da qualche cellula del suo fisico.

Allen aveva lasciato Microsoft nel 1982 dopo la scoperta della sua malattia, quando l’amicizia con il suo socio storico si era deteriorata. Ma è sempre rimasto un riferimento nel mondo tech, un guru, un visionario, l’uomo delle ideee: si eccitava per le scoperte scientifiche, appassionato di neuroscienze, studi sul cervello e intelligenza artificiale. Continuava a immaginare futuro. E a investire: aveva accumulato negli anni un portfolio multimiliardario nelle più svariate società: tech, media, ricerca scientifica, real estate, sistemi di lanci spaziali. Negli ultimi tempi aveva speso miliardi di dollari anche in filantropia, ma in modo eclettico, come era lui: proprietario e azionista delle squadre professionistiche di calcio e football americano di Seattle e di quella di basket di Portland. Aveva finanziato musei scientifici, spedizioni alla scoperta di navi della Seconda guerra mondiale sepolte negli Oceani, fino alle scommesse nelle start up aerospaziali. Sempre guidato da quella curiosità e quella fame per la conoscenza che caratterizzavano il personaggio. Un vulcano.

All’inizio dell’era dei computer le grandi società come Ibm erano soprattutto interessate all’hardware. Cercavano di migliorare le velocità dei processori, e di rendere più piccole le macchine. Allen e Gates puntarono tutto sul software, i programmi che dovevano far girare quelle macchine: sarebbero stati la conseguenza logica dei microchip, sempre più piccoli e con sempre maggiore rapidità di calcolo, inseriti dentro i pc. Hanno avuto ragione: Alla fine degli anni Novanta, dopo 25 anni dalla fondazione della società dei due ragazzini di Seattle, i sistemi operativi Microsoft facevano girare il 90% dei personal computer nel mondo.

Allen aveva lasciato la società prima dell’esplosione di Microsoft, negli anni in cui veniva lanciato Windows, prima del rilascio del software di editing World. Fu lui a sviluppare i primi sistemi operativi Ms-Dos e sempre lui a suggerire a Ibm di lanciare i mouse con i due tasti.

La storia del dopo è nota. E per un bizzarro scherzo del destino è simile a quella degli altri due cofondatori rivali di Apple: Steve Jobs e Steve Wozniak, l’alter ego di Allen. Il successo planetario di Microsoft fece aumentare a dismisura il patrimonio di Bill Gates che divenne, giovanissimo, l’uomo più ricco del mondo. Ma spinse anche la fortuna dei suoi collaboratori: nel 1992 un quinto dei dipendenti di Microsoft, oltre duemila persone, divennero miliardari. Gates rimase ceo della società fino al 2000, prima di decidere di lasciare per dedicarsi alla sua attività di beneficenza nel terzo mondo con l’omonima fondazione gestita assieme alla moglie: ha un patrimonio stimato di circa 90 miliardi di dollari, secondo solo al fondatore di Amazon Jeff Bezos.

Allen nonostante l’addio prematuro di Microsoft prima della sua esplosione planetaria, ha accumulato anche lui una ricchezza di circa 22 miliardi di dollari grazie al pacchetto azionario che conservava come cofondatore. Nella sua biografia pubblicata nel 2011 intitolata, appunto, “Idea Man”, ritornò più volte sull’addio a Gates, il suo chiodo fisso, l’incubo di una vita: «A un certo punto – scriveva – era impossibile andare avanti perché non si capiva chi comandava. Ma il segreto del nostro grande successo, almeno all’inizio, è stato proprio quello di riuscire a mettere insieme la mia visione con la sua attitudine innata per il business». Creatività e pragmatismo.

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