Mondo

Lo yuan resterà debole, ma non «manipolato»

  • Abbonati
  • Accedi
L'Analisi|Valute e commercio

Lo yuan resterà debole, ma non «manipolato»

Lo yuan cinese è il sorvegliato speciale nello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina
Lo yuan cinese è il sorvegliato speciale nello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina

Quota 6,94 è già stata infranta il 18 ottobre, anche se solo in un minimo di giornata. E la soglia psicologica di 7 yuan per un dollaro, mai superata dal 2008, è sempre più vicina, soprattutto dopo l’ultimo dato sul Pil cinese, che nel terzo trimestre è cresciuto del 6,5%, meno delle attese. Per trovare un passo altrettanto lento, bisogna tornare ai tempi bui della recessione del 2008-2009.

L’indebolimento della moneta cinese rispetto al biglietto verde è inesorabile e continuerà ancora a lungo, anche perché l’altro lato della medaglia è la forza del dollaro, sostenuto da un’economia che, secondo l’Fmi, viaggia sopra il proprio potenziale, spinta dagli effetti prociclici della riforma fiscale, e che costringe la Federal Reserve a rendere meno graduale il rialzo dei tassi di interesse. Con buona pace per gli strali del presidente Usa Donald Trump, che accusa la Banca centrale di «essere impazzita», le minute dell’ultima riunione del Fomc puntano nella direzione di nuove strette entro la fine dell’anno.

SORVEGLIATO SPECIALE

Dall’inizio dell’anno, lo yuan ha perso circa il 7% sul dollaro. I rapporti di forza tra le valute sono da sempre parte del confronto tra Stati Uniti e Cina sul commercio. Uno yuan più debole non contribuisce a stemperare le tensioni e sterilizza parte delle tariffe imposte dalla Casa Bianca contro il Made in China. Alla guerra dei dazi potrebbe così affiancarsi una guerra delle valute, avvitando in modo sempre più pericoloso la spirale che già avvolge le due superpotenze.

Un salto di intensità nello scontro potrebbe arrivare se gli Stati Uniti decidessero di “bollare” la Cina come manipolatrice dei cambi. In altre parole, se Washington affermasse che Pechino pilota lo yuan verso il basso in modo da dopare il proprio export, guadagnando un vantaggio ingiusto a scapito delle aziende Usa (e non solo).

Finora, però, gli elementi oggettivi per compiere questo passo mancano, a detta dello stesso dipartimento del Tesoro Usa, che ogni sei mesi mette sotto esame la Cina (e altri cinque Paesi sospetti: Germania, India, Giappone, Corea del Sud e Svizzera). Da quando il presidente Donald Trump è alla Casa Bianca, il Tesoro ha già stilato quattro report sullo yuan e quattro volte ha assolto Pechino, sebbene sempre con riserva. L’ultimo report è stato diffuso il 17 ottobre ed esprime «preoccupazione» per la mancanza di trasparenza della Banca centrale cinese.

In campagna elettorale, Trump aveva minacciato di dichiarare la Cina «manipolatrice» dei cambi nel giorno stesso del suo insediamento. Con le elezioni di midterm alle porte, e il Partito repubblicano in difficoltà nei sondaggi, c’era il timore che fosse arrivato il momento per mantenere la promessa. Gli Usa non dichiarano un Paese «manipolatore» dei cambi da oltre venti anni, quando “marchiarono” proprio la Cina, tra il 1992 e il 1994.

Dopo la diffusione del report, la moneta cinese è scesa a un minimo da gennaio 2017 di 6,942 dollari, salvo poi recuperare e tornare in area 6,93. Secondo alcuni analisti, le autorità cinesi avrebbero cercato di resistere al deprezzamento dello yuan, per non offrire pretesti a Washington (a settembre, la Pboc ha venduto 17,2 miliardi di dollari di riserve valutarie). Queste considerazioni potrebbero ora venire meno, senza dimenticare però che la moneta resta sotto osservazione e tra sei mesi il Tesoro Usa ripeterà l’esame.

Da aprile, da quando cioè il Tesoro ha pubblicato il report precedente, lo yuan ha perso il 9% contro il dollaro, ma rispetto a un paniere delle principali valute internazionali, la flessione è stata meno marcata. Come ha riconosciuto la settimana scorsa a Bali il direttore dell’Fmi, Christine Lagarde: «Vediamo sempre più Paesi, compresa la Cina, lasciare i cambi liberi di fluttuare. L’Fmi - ha aggiunto Lagarde - ha appoggiato la decisione di Pechino di far fluttuare il cambio e incoraggiamo le autorità cinesi a procedere su questa strada».

La Cina fa accendere solo una delle tre spie utilizzate dal Tesoro Usa per individuare una manipolazione della moneta. Il primo indicatore si accende quando il surplus nello scambio di beni con gli Usa arriva a quota 20 miliardi di dollari: la Cina è 37 nel 2017 e a 390 nei 12 mesi fino a giugno 2018. Il secondo scatta se il Paese sotto osservazione ha un surplus di partire correnti di almeno il 3% del Pil: la Cina è allo 0,% secondo il Tesoro Usa. Il terzo allarme suona in presenza di interventi diretti sul mercato dei cambi «persistenti», «unidirezionali», «ripetuti» e pari almeno al 2% del Pil in un anno: per il Tesoro Usa, gli interventi cinesi sono stati «limitati quest’anno».

Le polemiche sui cambi, annose, rischiano in questa fase di esacerbare le tensioni tra Stati Uniti e Cina sul commercio. Le prime due economie mondiali si sono già scambiate raffiche di dazi su centinaia di miliardi di dollari di interscambio. Se l’obiettivo della Casa Bianca è ridurre l’enorme deficit bilaterale nello scambio di beni, il fronte sembra però destinato ad allargarsi: la settimana scorsa, il vicepresidente Usa, Mike Pence, in un discorso passato un po’ in sordina, ha definito la Cina un «competitore strategico», un «rivale », un «avversario». E ha aggiunto che Pechino sta cercando di «influenzare la politica interna americana » e di interferire sul voto di midterm. Accusa, quest’ultima, ribadita dallo stesso Trump.

© Riproduzione riservata