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Migranti, perché una marea umana si muove dall’Honduras agli Stati Uniti

Ana ha lasciato quattro figli e due genitori uccisi, Pedro ha perso il lavoro, Nolvin non ne ha mai avuto uno. Un giorno d’ottobre hanno letto i post su Facebook di un attivista che chiamava a raccolta e si sono uniti alla carovana che da settimane attraversa l’America centrale e come meta ha gli Stati Uniti. Carovana che sembra una marcia ed è invece l’esodo di migliaia e migliaia di persone - nessun report si avventura a dare una cifra precisa.

GUARDA IL VIDEO / Elezioni Usa, Trump punta sull'immigrazione per conquistare gli indecisi (di Riccardo Barlaam)

Si mettono in fila, formano colonne, camminano anche per nove ore dal confine del Guatemala al Messico. Lasciano violenza, sopraffazione, povertà, a nessuno importa più di tanto che una volta arrivati al confine non sarà affatto facile attraversare quei chilometri di barriere che li separano dalla meta. Dall’altra parte sono già schierati 5.200 soldati inviati dal presidente che hanno l’ordine di dare supporto, cioè traposrteranno materiale per rinforzare quelle barriere che da due anni Donald Trump si ostina a chiamare muro. Le regole d’ingaggio delle truppe, è stato precisato qualche giorno fa, non prevedono «operazioni mortali». Nessuno insomma ha l’ordine di sparare.

La carovana intanto cammina, spera, diventa argomento di campagna elettorale: «sono una minaccia» ripetono lo stesso Trump e i repubblicani mentre la minaccia prende forma in casa, un unabomber della Florida che manda pacchi esplosivi a ex presidenti, leader e sostenitori dell’opposizione democratica, e un estremista antisemita che riesce a uccidere undici persone innocenti in una sinanoga di Pittsburgh nonostante avesse palesato tutto il suo odio e i suoi propositi di violenza sui social network.

Migliaia di migranti in marcia sul ponte tra Guatemala e Messico

Ma Trump non cambia nulla nella sua strategia, «è un assalto al nostro Paese, quelli in marcia sono soprattutto criminali, killer e terroristi del Medio Oriente» dice durante i comizi; né è scalfito dall’obiezione che l’immigrazione negli Stati Uniti diminuisce costantemente dal 2008, calcola l’Economist, anzi rilancia l’idea di abolire il diritto di essere citizen per chi nasce sul suolo americano, quello jus soli sancito nel quattordicesimo emendamento alla Costituzione ratificato nel 1868, perno d’America che Trump e con lui diversi repubblicani vogliono ridiscutere. E i democratici non hanno una linea se non quella di opporsi alla Casa Bianca.

Intanto migliaia di honduregni, salvadoregni, guatemaltechi, nicaraguensi sono in cammino. Hanno fiducia nelle autorità messicane anche se nessuno si vuole fermare in Messico, i ristoratori per la strada allungano acqua, medicine e tortillas, la polizia non tenta più di fermarli coi lacrimogeni e assiste alla marcia ai lati delle strade, forse non è un caso che tutto questo stia accadendo adesso.

Il primo dicembre a Città del Messico si insedia il nuovo presidente Andrés Manuel López Obrador, conosciuto anche come Amlo, a posto di Enrique Peña Nieto. Tutto lascia supporre che il Messico non sarà più il “poliziotto di Washington”; analisti nell’area già vedono lo scontro tra un populista di destra come Trump e un populista di sinistra come Obrador. Obrador guida un movimento nazionalista di sinistra, viene già criticato perché accusato di voler fare del Messico il prossimo Venezuela, ma promette di dare un visto ai migranti che cercano lavoro. Cosa che certo non piacerà a Trump perché tutti coloro che rimarranno in Messico in modo legale prima o poi proveranno a varcare il confine.

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