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Porti franchi dell’Est Europa «buco nero» per riciclaggio ed…

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L'Inchiesta |l’allarme del parlamento europeo

Porti franchi dell’Est Europa «buco nero» per riciclaggio ed evasione

Se è vero che l’occasione fa l’uomo ladro, allora i porti franchi disseminati nei cinque continenti di tentazioni sembrano offrirne parecchie per contrabbandieri, trafficanti di droga e armi che vogliono riciclare, nascondere merci o anche semplicemente evadere le tasse. Al netto, logicamente, di chi all’interno delle zone e dei porti franchi opera rispettando le leggi e le regole. E se l’appetito vien mangiando, beh, non c’è che dire, di mense imbandite nei porti franchi il mondo ne offre sempre di più, come testimonia il rapporto del Parlamento europeo “I rischi di riciclaggio ed evasione fiscale nei porti franchi”, appena dato alle stampe.

Zone e porti franchi

Le zone franche sono aree, generalmente collocate nei pressi dei confini nazionali, nelle quali le merci di provenienza extraeuropea sono importate senza tasse di sdoganamento, altre imposte, balzelli o obblighi commerciali.
I porti franchi sono magazzini all’interno delle zone franche che, in origine, erano semplicemente degli spazi all'interno dei quali venivano stoccate merci in solo transito, a partire da oggetti d'arte, pietre preziose, oro, oggetti di antiquariato e collezioni di vino pregiato.

«La nuova generazione di porti franchi – si legge però nel rapporto dell’Europarlamento – è tagliata a misura di collezionisti d'arte di alto profilo». Sono diventati, con il tempo, ambienti confortevoli ed esclusivi all’interno dei quali, oltre ad ogni tipo di servizio per clienti, fornitori, venditori e acquirenti, si trovano perfino gli uffici finanziari nei quali portare a buon fine le trattative che, oltretutto, sono sgravate di Iva.

Una ragnatela globale

Il rapporto, curato da Ron Korver, riporta i dati più aggiornati dei porti franchi nel pianeta, che sono cresciuti e stanno continuando ad aumentare sensibilmente se è vero che erano “appena” 100 nel 1975 per raggiungere il numero di circa 3mila in 135 Paesi nel 2008.

Queste, almeno, sono le stime del Gruppo di azione finanziaria internazionale con sede a Parigi, l'organismo intergovernativo che dal 1989 elabora e sviluppa strategie di lotta al riciclaggio dei capitali di origine illecita e, dal 2001, anche di prevenzione del finanziamento al terrorismo. Il fatto che le statistiche siano ferme a 10 anni fa rende l'idea di un vuoto conoscitivo e informativo che deve essere colmato nel nome della trasparenza e della collaborazione globale tra Stati.

Appena oltre il valico

Grazie all'obbligo di comunicazione alla Commissione europea che grava sugli Stati membri, l'Europarlamento con questo rapporto calcola che nell'Unione europea le zone franche sono 82. In Croazia ce ne sono 11, in Lituania 10, nella Repubblica Ceca, in Spagna e Polonia sette ciascuno, in Romania e Bulgaria sei ciascuna, quattro a testa in Grecia e Lettonia, tre in Estonia, due in Finlandia, Francia, Germania e Italia (Trieste e Venezia). Cipro, Danimarca, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Slovenia e Regno Unito hanno una sola zona franca. In pratica, sette zone franche su dieci sono in paesi dell’Est europeo.

In questa “ragnatela” globale mancano però i porti franchi che non rientrano nell'Unione europea come ad esempio quello svizzero di Ginevra che, sempre per restare attaccati ai confini italiani ma fuori dall'ambito Ue, è tra i più importanti al mondo, così come quello del Principato Monaco e – dall'altra parte del mondo – Singapore, Pechino e lo Stato americano del Delaware.

L’ELENCO IN EUROPA
Ottanta zone franche attive nella Ue. Dati al 17 novembre 2017. (Fonte: Parlamento Europeo - Ottobre 2018)


Trasparenza cercasi

Per una volta almeno il Lussemburgo è all'avanguardia nella trasparenza, rispetto agli altri Paesi della Ue. È l'unico, infatti, ad aver già recepito per legge dal luglio 2015 – all'interno del “Le Freport” – la quinta direttiva antiriciclaggio che, nel resto d'Europa, diventerà obbligatoria da gennaio 2020 per gli operatori finanziari che ancora mancano all'appello. Dunque le autorità dei porti franchi saranno chiamate – come le altre categorie professionali – a segnalare le operazioni sospette all'Unità finanziaria del proprio Paese.

Dal 2020 dunque l'Unione europea, grazie alla piena entrata a regime della quinta direttiva, solleverà (dovrebbe sollevare) il velo che solitamente, altrove, copre chi vuole nascondersi dalla legge, dal Fisco o dai creditori. Oltretutto, fino al 2020, in tutti i porti franchi della Ue la registrazione sul valore del bene dipende esclusivamente da un'autodichiarazione, «che lascia un significativo spazio ad una “sovra” o “sotto” stima del bene», spiega il rapporto. E questo, nel caso dell'arte, spalanca le porte alla speculazione.

Il porto franco del Lussemburgo è il solo nel quale è necessario dichiarare chi sia il beneficiario effettivo del bene. Solo in questo piccolo Stato nel cuore dell'Europa – che per altri versi è invece un'oasi felice per evasori, elusori e speculatori, tutti sapientemente coperti da leggi che ne rendono dunque lecite le attività – esiste una banca dati degli effettivi beneficiari, che non possono dunque celare la propria identità dietro una società offshore, un trust, una fondazione, uno studio legale o una galleria d'arte.

Fatta la legge...

Nelle conclusioni del suo rapporto l'Europarlamento è chiaro. «I porti franchi sono favorevoli alla segretezza – si legge testualmente – . Nelle loro procedure preferenziali assomigliano ai centri finanziari offshore, offrendo anch'essi alti livelli di sicurezza e discrezione e permettendo che le transazioni vengano effettuate senza attrarre l'attenzione delle autorità fiscali».

Eppure c'è il rischio concreto che, anche dal 2020, tutto cambi affinché nulla cambi. La quinta direttiva europea antiriciclaggio sembra infatti fare a pugni con il Codice delle frontiere dell'Unione. I porti franchi vengono infatti espressamente previsti della direttiva ma non nel Codice che li considera alla stregua delle zone franche.

Per l'Europarlamento i due termini sono equivalenti quanto agli effetti distorsivi sulla concorrenza e ai rischi di evasione a riciclaggio ma, evidentemente, c'è bisogno di intervenire legislativamente per chiarire quelle che, pudicamente, il rapporto chiama «incongruenze che possono seminare confusione».

I vantaggi fiscali a Trieste

Trieste e Venezia sono inseriti nel rapporto dell'Europarlamento sui porti franchi e i rischi di riciclaggio ed evasione fiscale anche se in realtà la loro storia è peculiare e difficilmente omologabile alle altre. Trieste ha dovuto attendere il 2017 e il decreto attuativo n.368, che riconosce all'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale il ruolo di “gestore unico” del regime di porto franco.

In questo modo vengono attribuiti all'Autorità portuale il potere di modificare l'area dei punti franchi, di autorizzare attività di manipolazione e/o trasformazione industriale nei punti franchi e di fornire informazioni agli investitori, potenziare i collegamenti ferroviari, vigilare sul rispetto delle regole di utilizzo delle infrastrutture e promuovere e gestire la formazione.

Le caratteristiche del regime di favore del punto franco di Trieste offre dunque all'Autorità portuale la possibilità concreta di coordinare i processi necessari all'utilizzo efficace degli strumenti che l'allegato VIII e i decreti commissariali del 1953 e del 1959 avevano già disposto, come base normativa di un regime speciale caratterizzato da una duplice valenza: quella della franchigia doganale che consente ai punti franchi di essere terreno fertile per la realizzazione e lo sviluppo di poli logistici avanzati in cui è possibile fornire valore aggiunto alle semplici operazioni di carico/scarico delle merci; quella di favorire lo sviluppo di un porto inteso come punto per il transito e per lo sviluppo di attività economica.

Facciamo un esempio: chi importa ed esporta a Trieste avrà 60 giorni di tempo per pagare tutte le imposte doganali a partire dall'Iva. Negli altri porti italiani le somme devono essere invece pagate in anticipo. In un'intervista del 26 febbraio di quest'anno al sito Triesteallnews, il presidente degli spedizionieri dello scalo e di Confetra Friuli-Venezia Giulia Stefano Visintin, tra le altre cose ha dichiarato che il porto franco «non è un paradiso fiscale. Pur essendo territorio dell'Unione Europea, è doganalmente posto al di fuori dell'Unione Europea. Questo, in un mondo globalizzato e informatizzato, non è un limite, ma un vantaggio».

Segue l'esempio di una società turca che rifornisce di parti di ricambio le imprese automobilistiche europee, che hanno bisogno di ricevere i ricambi in massimo 48 ore e che sono preoccupate per l'instabilità nelle relazioni diplomatiche con il Paese di produzione. «Avendo il proprio magazzino al porto franco di Trieste – spiega Visintin – la società turca può contemporaneamente mantenere la proprietà della merce, controllare il proprio magazzino, pagare il dazio d'importazione solo quando spedisce la merce a destinazione (tra l'altro dopo 180 giorni) e consegnare i ricambi il giorno dopo ai propri clienti».

Con una sentenza recentemente passata in giudicato, la Commissione Tributaria Regionale per il Friuli-Venezia Giulia ha ulteriormente confermato la perdurante vigenza della normativa speciale che disciplina le zone franche del porto di Trieste e che è destinata a prevalere sulla normativa nazionale successivamente intervenuta.

Nella sentenza si ribadisce che il Porto Franco di Trieste è «un'area soggetta ad una specifica regolamentazione, che ha le sue radici nel Trattato di pace di Parigi del 1947 e nei successivi provvedimenti di integrazione e attuazione. L'intento di queste norme era dunque quello di creare una zona di libero scambio all'interno del Porto di Trieste, aperta ai traffici marittimi anche internazionali esonerandola dall'imposizione sulle merci dei dazi doganali o di altre tasse equivalenti. Emerge dunque un'esenzione dai dazi doganali e da qualunque altro gravame imposto sulle merci, allo scopo di favorire l'importazione e l'esportazione e l'incremento del volume di traffico del Porto stesso, la cui normativa speciale è destinata a prevalere rispetto alla normativa eventualmente contrastante».

Nonostante questa spiccata specialità c'è chi non si accontenta. Il 15 settembre di quest'anno il vicesindaco di Trieste Paolo Polidori ha invocato l'applicazione dello status di porto franco Internazionale, considerando «Trieste come primo esperimento di zona dove vige una sorta di flat tax per sperimentare gli effetti sul sistema economico in seguito all'abbassamento di imposte e tasse».

Il porto franco di Venezia

La Venice free Zone (Vfz) è il punto franco doganale del Porto di Venezia.
Le merci provenienti da Paesi extra Ue possono rimanere nella Venice free zone mantenendo la extraterritorialità estera. I dazi non verranno pagati al momento dell'esportazione definitiva nel caso in cui le merci siano destinate a paesi extra Unione Europea e saranno altresì pagati soltanto al momento dell'immissione in libera pratica se le merci sono destinate al mercato interno all'Unione Europea.

Nella Vfz la merce stoccata può essere oggetto di manipolazione (come reimballaggi, etichettature, ventilazione, spolveratura, trattamenti antiparassitari); vincolata al regime di perfezionamento attivo per le merci da riesportare; vincolata al regime di trasformazione sotto controllo doganale, un regime che consente di importare merci extracomunitarie da sottoporre a lavorazione applicando i dazi solo al momento dell'immissione del prodotto finale sul mercato europeo.

Poiché le merci introdotte nella Vfz circolano in sospensione dei diritti doganali e sono introdotte in una zona franca interclusa, non è richiesto il deposito di garanzia. Inoltre, per la merce introdotta non c'è l'obbligo di versare l'Iva dopo 90 giorni dalla data di emissione della fattura nel caso la merce non sia ancora stata spedita.

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