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Giro di vite della Casa Bianca su ricercatori e studenti cinesi

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Giro di vite della Casa Bianca su ricercatori e studenti cinesi

In epoca di tensioni tra gli Usa e Pechino, accade che una prestigiosa università americana blocchi due ricercatori cinesi per paura che informazioni sensibili e progetti di studio prendano la strada della Cina. Succede alla scuola di specializzazione di medicina della Johns Hopkins di Baltimora.

Un episodio che rischia di non rimanere isolato. La Casa Bianca ha infatti avviato iniziative per limitare l’ingresso di studenti universitari, specializzandi e ricercatori cinesi. Accusati di rubare i segreti della proprietà intellettuale americana.

Il muro che, mattone dopo mattone, l’amministrazione Trump sta alzando va contro la logica che sottostà ormai alle ricerche scientifiche nell’era globale, dove la collaborazione tra scienziati di diversi Paesi è diventata la norma. Le iniziative anti cinesi sono partite da Washington. Via via si diffondono nelle università e nei centri di ricerca tecnologica.

La Scuola di specializzazione di Medicina della Johns Hopkins University di Baltimora, nel Maryland, ha bloccato un programma di scambi con due ricercatori cinesi per i rischi sulla proprietà intellettuale, in risposta a una indagine federale lanciata dal National Institutes of Health (Nih), l’agenzia federale che supervisiona i programmi di ricerca in Medicina. «Per questo motivo la Johns Hopkins School of Medicine ha temporaneamente bloccato la nomina di due visiting professor cinesi nel dipartimento di Neurologia a causa di preoccupazioni espresse dal Nih alla ricerca biomedica e alla perdita di proprietà intellettuale» ha scritto il giornale cinese South China Morning Post. La notizia non è stata ripresa dalla stampa americana. La portavoce dell’università Jennifer Nicolas, contattata, non ha rilasciato dichiarazioni.

Ad agosto il direttore della Nih Francis Collins è stato ascoltato dalla Commissione sanità del Senato Usa sulla necessità di introdurre procedure più rigide per accettare i ricercatori stranieri nei programmi di ricerca finanziati dallo Stato. Collins ha proposto la creazione di nuovo Comitato per migliorare la selezione dei progetti di scambio Usa-Cina. E dopo l’audizione ha inviato una lettera a 10mila istituzioni accademiche e di ricerca legate alla medicina per indagare sulle fonti di finanziamento dei programmi di scambio e anche per lanciare un alert. La Scuola di medicina della John Hopkins ha attivato un’unità anti-frode ed è stata la prima ad alzare la mano: sarebbero stati alterati i documenti con cui due ricercatori cinesi indicano le fonti di finanziamento. Ma non c’è niente di segreto. Il governo cinese nel 2008 ha lanciato un piano chiamato “Migliaia di talenti” per promuovere l’alta formazione dei ricercatori cinesi all’estero e non è un mistero che ne finanzi la formazione e la permanenza all’estero. Il piano da allora ha aiutato circa 7mila ricercatori cinesi a studiare fuori dalla Cina, gran parte sono arrivati negli Stati Uniti.

La stretta americana sugli scambi accademici si aggiunge a quella sui visti: a giugno il Dipartimento di Stato ha deciso una restrizione nelle politiche di rilascio dei visti per i laureati che arrivano negli Usa per specializzarsi. La nuova policy è estendere la durata dei visti, finora concessi per 5 anni, solo per un anno... Insomma, l’America first di Trump traslata alle accademie. Cosa che ha complicato non poco la vita dei migliaia di ricercatori stranieri, non solo cinesi, che intraprendono un percorso di studio pluriennale: a fine anno sono costretti a uscire dagli Stati Uniti, facendo un passaggio in Canada, per poi rientrare con un visto turistico in attesa del rinnovo. Rinnovo che è diventato sempre più complesso. I visti di un anno vengono applicati ai ricercatori di aviazione, robotica, e ingegneria meccanica. Ma verranno presto allargati ai programmi di specializzazione di matematica, scienze, tecnologia. Il motivo ufficiale è la “sicurezza nazionale” in cui può rientrare tutto.

Il muro dell’amministrazione Trump però può rivelarsi un clamoroso autogol. La Cina ha un’arma micidiale in mano che è quella dei flussi turistici, nei quali rientrano anche i viaggi per motivi di studio. I cinesi lo scorso anno hanno speso 60 miliardi di dollari negli Usa. Da maggio a settembre di quest’anno i cinesi che hanno ottenuto un visto turistico sono stati 102mila: il 13% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017 stando al Dipartimento di Stato. Un boicottaggio del governo cinese a viaggiare negli Usa potrebbe costare molto caro.

Negli ultimi quindici anni la ricerca cinese è salita al secondo posto al mondo per numero e qualità di pubblicazioni, dietro proprio agli Usa. Fino agli anni 80 Pechino pesava per appena l’1% sul totale della ricerca scientifica mondiale. Adesso arrivano dalla Cina il 16% delle pubblicazioni scientifiche. Una ogni sei circa: 1,8 milioni di articoli pubblicati all’anno. Gli scambi culturali tra università e i progetti condivisi sono diventati la regola, favoriti proprio dalla presenza di ricercatori cinesi nei laboratori delle università americane e delle aziende hi-tech californiane. Sono sempre meno frequenti le pubblicazioni firmate da un solo scienziato. Per dire: la ricerca che nel 2012 ha portato alla scoperta del Bosone di Higgs è stata firmata da tremila scienziati di tutto il mondo. Cinesi compresi

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