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Libia, perché il vertice di Palermo è il primo passo su una…

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Diplomazia difficile

Libia, perché il vertice di Palermo è il primo passo su una strada in salita

Chi si limitasse alla stretta di mano, con tanto di sorrisi, tra i due rivali della Libia - il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, e Fayez al-Serraj, premier del Governo di accordo nazionale di Tripoli (Gnc) - potrebbe dedurne che è stato un successo insperato. Chi, invece, preferisse evidenziare la mancata partecipazione di Haftar alla plenaria della Conferenza, e soprattutto il brusco abbandono del vertice da parte della delegazione turca, avrebbe gli argomenti per affermare il contrario. Probabilmente la conferenza sulla Libia organizzata dal Governo italiano non è stata né l’uno, né l’altro.

Non un «una pietra miliare», come l’ha definita l’inviato speciale dell’Onu Ghassan Salame, ma nemmeno un fallimento. È stato un altro passo in avanti su un percorso che tuttavia appare ancora in salita e pieno di insidie. Il vertice ha fatto comunque emergere aspetti non secondari. A cominciare dal ruolo della Russia, intenzionata a riempire quel vuoto diplomatico (e non solo) lasciato dalla Casa Bianca, apparentemente non molto interessata alle sorti del Nord Africa. Se a Palermo non sono arrivati né il presidente Trump, e neppure il segretario di Stato Mike Pompeo (entrambi invitati), per la Russia vi erano il premier Dmitrij Medvedev e l’esperto viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov. Divenuta nella crisi siriana il mediatore da cui non si può prescindere, la Russia, che da tempo intrattiene relazioni più che amichevoli con il generale Haftar, si appresta a giocare un ruolo importante anche per la Libia. Le potenziali contropartite commerciali, quando partirà la ricostruzione, oltre a quelle energetiche, sono un ottimo motivo per continuare su questa strada.

Ha suscitato un certo clamore l’abbandono della delegazione turca. Non è un segreto che il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi sia un convinto sostenitore di Haftar. E come Haftar, è un acerrimo nemico del movimento islamico dei Fratelli musulmani. La Turchia, insieme al Qatar, è invece uno degli sponsor più influenti del governo di accordo nazionale (sostenuto dall’Onu), ma soprattutto dell’ala legata alla Fratellanza musulmana. L’esclusione del vice presidente turco Fuat Oktay al lungo incontro avvenuto la mattina tra Haftar, Serraj, Conte, il presidente egiziano, il premier russo e altri leader dei Paesi mediterranei, è stata motivo di profonda irritazione. Prima di abbandonare la Conferenza, in anticipo, Oktay ha tuonato: «Non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia. Lasciamo questo incontro profondamente delusi».

Ma trovare un consenso unanime era pressoché impossibile. Il premier Conte ha ben compreso che, quando si parla di Libia, è consigliabile la cautela. D’altronde anche durante l’ultima conferenza voluta dal presidente francese Emmanuel Macron, in maggio, le buone intenzioni non sono state seguite da fatti. Tutt’altro. Ci si era impegnati – pur solo verbalmente – per organizzare elezioni il 10 dicembre e poco mancava che già in settembre una coalizione di milizie facesse cadere il governo di Tripoli.

Al-Serraj e Haftar sono ancora distanti su molti argomenti. Anche se Haftar si è espresso a favore della permanenza del premier di Tripoli fino all’appuntamento elettorale che dovrà disegnare l’assetto della nuova Libia. A Palermo nessuno ha voluto indicare una data precisa per queste elezioni. Possibilmente in primavera, ha auspicato Conte. D’altronde oggi non esistono le condizioni. Organizzare elezioni senza istituzioni rischia di peggiorare la situazione. E le istituzioni libiche funzionano male, quando funzionano. Un trasferimento del potere necessita di un contesto istituzionale coerente e ordinato che garantisca un suo svolgimento pacifico. E ha bisogno di un quadro di legalità in cui siano delineati con precisione i poteri, le responsabilità, le regole dei futuri governanti. Senza dimenticare l’impegno da parte di tutti gli attori coinvolti ad accettare i risultati che usciranno dalla urne. In questa direzione sarà importantissima la Conferenza nazionale, probabilmente in Libia, tra le varie anime del Paese. Qui a Palermo tutti si augurano che avvenga già a inizio gennaio. Si augurano.

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