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Brasile, Bolsonaro «caccia» i medici cubani (che curano 29 milioni di poveri)

Medici cubani e sanità pubblica brasiliana rappresentano, da tempo, un matrimonio di interesse politico tra il governo de L'Avana e quello di Brasilia. Ora c'è crisi. È troppo presto per sapere come verrà ricordata, nei prossimi decenni, la figura di Fidel Castro. “La storia mi assolverà” è la frase, celeberrima, pronunciata proprio da lui, in un'arringa autodifensiva. Quella del 16 ottobre 1953, a Santiago di Cuba, in cui venne accusato di insurrezione armata dopo il fallito assalto alle caserme di Moncada e Bayamo del 26 luglio, avvenuta pochi mesi prima. Nel gennaio del 1959 il trionfo rivoluzionario di Fidel e la destituzione di Fulgencio Batista.

Il peso politico della sanità cubana
Sessantacinque anni dopo l'arringa e due dopo la sua scomparsa, la sanità pubblica di Fidel continua a essere un potente strumento di politica internazionale. Cuba esporta medici in molti Paesi latinoamericani e africani. In cambio di petrolio, alimenti e servizi.
I partner “commerciali” ne apprezzano, da sempre la professionalità e la presenza sul territorio. Tuttavia, in qualche caso, la partnership con il governo de L'Avana viene considerata scomoda. Il presidente eletto del Brasile, Jair Bolsonaro, ha annunciato di voler modificare le regole dell'accordo di cooperazione sanitaria con Cuba: in particolare l'idea è quella di sospendere il programma “Mais Médicos” , più medici, e il ritiro dal Paese di oltre 8 mila dottori cubani.

Bolsonaro in carica dal 1° gennaio
Una decisione che ha provocato uno scontro interno alla politica brasiliana tra enti locali e presidenza. Un mese e mezzo prima dell' insediamento di Bolsonaro, che avverrà il primo gennaio 2019, questa è la prima “grana”.
Le autorità municipali brasiliane hanno chiesto al presidente eletto, Jair Bolsonaro, di non modificare le regole dell'accordo di cooperazione sanitaria con Cuba: un comunicato congiunto del Consiglio nazionale delle strutture sanitarie municipali (Conasems) e del Fronte nazionale dei sindaci brasiliani (Fnp) avverte che il ritiro dei medici cubani comporterebbe una diminuzione drammatica dell'assistenza medica di base per oltre 29 milioni di brasiliani.

Medici sul territorio
Le due associazioni rivelano che il ritiro dei professionisti cubani rappresenterebbe uno “scenario disastroso” per almeno 3.243 Comuni, spiegando che «dei 5.570 Comuni del Paese, solo 3.228 (il 79,5%) hanno un medico grazie a questo programma. Non solo: il 90% dell'assistenza medica per la popolazione indigena è garantito da cubani».

Il presidente Bolsonaro non sembra disposto a recedere, spiegando che ha richiesto tre modifiche all'accordo sanitario - convalida dei titoli, possibilità per i medici cubani di portare con sé la famiglia e la garanzia che le retribuzioni che ricevono vadano al 100% a loro e non al governo dell'Avana - aggiungendo che «sfortunatamente Cuba non le ha accettate». Immediata la replica del governo cubano che ha annunciato il ritiro dal Brasile dei medici, definendo «offensive e minacciose» le dichiarazioni di Bolsonaro.

È probabile che la vicenda non si esaurisca in questo scambio di (s)cortesie tra i governi di Brasilia e L'Avana. Ma è difficile prevedere se la spunterà l'arrogante Bolsonaro che rilancia proclami razzisti e omofobi o il tropicalismo dell'immobilità radicato a Cuba.

Sarebbe interessante ascoltare l'opinione di Eduardo Mascarenhas, celebre psicoanalista di Rio de Janeiro, eletto poi alla Camera dei deputati. Si occupava dell'anima, certo, ma anche dei problemi della società. E per non rinnegare la sua, di anima, quella carioca, riceveva le sue pazienti sulla battigia di Copacabana. Encomiabile la sua autenticità: «Da freudiano non concepisco una relazione psicoanalitica che non sia una storia erotica». Era coltissimo, bello e generoso.

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