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Brexit, solo un nuovo referendum può rompere l’impasse

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londra nel caos

Brexit, solo un nuovo referendum può rompere l’impasse

(Epa)
(Epa)

Il copione si sta dispiegando come largamente previsto con l’eccezione di qualche inattesa fuga in avanti. Non erano scontate fino a ieri le dimissioni di Dominic Raab né era certo il guanto di sfida lanciato da Jacob Rees Mogg alla signora premier per nome e per conto dei brexiters più inaciditi. Che il passaggio al vaglio dei colleghi di governo fosse periglioso lo aveva messo in conto anche Theresa May che fra le doti, o i difetti, vanta una determinazione estrema, ai limiti della cocciutaggine. E, infatti, per ora promette di andare avanti in un viaggio che, tuttavia, non è affatto certo la vedrà trionfare alla meta.

Tutto è quantomai possibile, dopo ieri, nello psicodramma di un divorzio anglo-europeo innescato da Londra e che Londra non sa come portare a compimento, ma per il momento sposiamo la tesi del navigato Ken Clarke, eurofilo ex ministro di Margaret Thatcher. «Theresa May non sarà rimossa, le toccherà andare avanti perché non si sa con chi sostituirla»: parole che condannano al fallimento il tentativo avviato da Jacob Rees Mogg. Vedremo nel weekend se sul tavolo del 1922 Committee, organismo interno al partito che regola il traffico degli aspiranti leader Tory, arriveranno 48 lettere di altrettanti deputati, il minimo per lanciare la sfida per la guida dei conservatori e quindi del Paese.

È lo scenario più imminente, assolutamente possibile, ma francamente non (a tutt’oggi) probabile. Se dovesse accadere e Theresa May dovesse perdere lasciando il posto a un brexiter (il pensiero ovviamente corre a Boris Johnson, non più popolare come un tempo e soprattutto debole nella base parlamentare) potrebbero esserci nuovi tentativi negoziali con l’Ue in una dinamica di crescente distacco da Bruxelles, verso un’intesa commerciale di libero scambio in stile canadese. È la carta che gli eurofobi continuano a sventolare, ma anche questa ipotesi non avrebbe – crediamo – i numeri per passare a Westminster.

Solo un nuovo referendum ha la forza di rompere l’impasse che la guerra per bande Tory (ma anche Labour) ha creato. Fino a qualche mese fa era giudicato impossibile, oggi non è solo possibile, ma probabile. Sul terreno se la giocano due scenari prevalenti: una vittoria parlamentare di Theresa May se riuscirà a trovare i voti ai Comuni minacciando il ricorso a elezioni anticipate e quindi l’ipotizzata vittoria del Labour; un ritorno alle urne per un nuovo referendum. Il quesito dovrebbe essere diverso da quello del 2016, si ipotizzano tre opzioni da sottoporre agli elettori che possano contemplare il “sì” al deal negoziato dalla premier, l’uscita dall’Ue senza alcun accordo, la permanenza nell’Unione.

A favore di un nuovo referendum è schierata la maggioranza (ma non la leadership ) del Labour, una minoranza dei Tory, tutti i nazionalisti scozzesi e i LibDem. Se le file dei conservatori crescessero un po’ a Westminster ci potrebbero essere i numeri per una mozione parlamentare in tal senso.

Resta da vedere l’atteggiamento che avrà Theresa May. La premier è aggrappata al suo accordo, un brutto accordo che però non poteva essere diverso vista l’interpretazione radicale data dal partito di governo al senso ultimo del voto del 2016, letto come la volontà popolare di lasciare mercato interno e unione doganale. Una lettura opinabile - si tratta di opzioni che non sono mai state sottoposte agli elettori - che ha subito chiuso ogni spazio di manovra negoziale. Con quelle premesse Theresa May non avrebbe mai potuto guadagnare un “bell’accordo”, solo uno “strappo”. Quello voluto e vagheggiato dai brexiters. Di questo la premier è, crediamo, consapevole ma ritiene di aver mediato fra l’esigenza economica del Paese e l’unità di un partito a pezzi. Per farlo ha travolto tutte le “linee rosse” negoziali che si era data, accettando inevitabilmente la linea di Bruxelles. Ora resta da vedere se avrà la statura politica di uno statista, ovvero la forza di cancellare anche l’ultima “linea rossa”, convocando, per il bene di un Paese stanco come mai prima, un nuovo referendum.

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