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Apple, Tim Cook e la privacy: «Così non funziona, servono nuove regole»

Durante la International Conference of Data Protection and Privacy Commissioners di qualche settimana fa a Bruxelles, il Ceo di Apple, Tim Cook, aveva parlato lungamente di privacy e degli sforzi che il mondo della tecnologia deve fare per tutelarla. In uno dei suoi passaggi chiave aveva detto: «Alla Apple non smettiamo di cercare di produrre nuove tecnologie sperando di migliorare il mondo. Ma sappiamo che le tecnologie non possono migliorare il mondo se non cerchiamo di rispondere alla domanda: “In che tipo di mondo vogliamo vivere?”».

In un’intervista concessa ad Axios, Cook è tornato sull'argomento, dicendosi fermamente convinto della necessità di un regolamento: «In generale – ha detto il Ceo di Apple - non sono un grande fan della regolamentazione. Mi sento da sempre un grande sostenitore del libero mercato. Ma quando questo libero mercato non funziona dobbiamo ammetterlo. E qui non ha funzionato. Penso che sia inevitabile allora un certo livello di regolamentazione».

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Cook ha spiegato che le aziende tecnologiche non realizzano prodotti intrinsecamente buoni o cattivi, ma dovrebbero essere consapevoli che i loro prodotti possono essere utilizzati per scopi malevoli. Ed è tornato a parlare del troppo tempo passato sullo smartphone, raccontando che era solito prendere il suo iPhone troppe volte durante il giorno. Il Ceo di Apple ha detto di aver ridotto le notifiche del suo device per esserne meno dipendente, e grazie alla feature inserita in iOS 12 - che consente di verificare il tempo che passiamo sullo smartphone, suddividendolo per app e attività – è riuscito a rilevare che il suo tempo speso sul dispositivo sta diminuendo.

Altro tema affrontato è quello della parità di genere, con la Silicon Valley che nei fatti si è dimostrata molto più maschilista di quanto appaia. Anche in questo caso Tim Cook ha detto che si deve migliorare: «La Silicon Valley ha accolto molte persone, di diversi ceti sociali. Ma dal punto di vista della parità di genere, sono d’accordo al 100% che ci sono delle mancanze. Ma sono fiducioso. Mi aspetto un miglioramento importante. Dobbiamo chiedere e chiederci cosa possiamo fare di più».
La privacy prima di tutto
Le uscite di Cook a favore del rispetto della privacy degli utenti sono ormai tantissime. E questa intervista ad Axios è solo l’ultima sortita. Negli ultimi tempi il Ceo di Apple sta strizzando l’occhio a una legge federale americana sulla tutela dei dati, e a più riprese ha sostenuto la bontà del Gdpr europeo tanto da volerlo replicare negli Stati Uniti. Sempre Cook, è intervenuto a gambe unite quando le cronache internazionali si sono concentrate su scandali come quello di Cambridge Analytica.

Proprio in quell’occasione, Cook ha parlato di privacy come «diritto umano», attaccando ferocemente Facebook: «Noi potremmo fare tonnellate di soldi se monetizzassimo i nostri clienti, se i nostri clienti fossero i nostri prodotti... ma abbiamo scelto di non farlo: non intendiamo trafficare nella vostra vita personale. Per noi la privacy è un diritto umano, una libertà civile». Tesi che riportano a galla un vecchio episodio che catalizzò per settimane l'attenzione dei media di tutto il mondo: l’iPhone del terrorista di San Bernardino e la decisione di Apple di non aiutare l’Fbi in nome della riservatezza. Ma in fondo, questa, è la linea di Cupertino un po’ da sempre. L’azienda fondata da Steve Jobs ha creato un impero anche sull’inviolabilità dei suoi sistemi operativi. E ne va fiera ancora oggi.
Una strategia oculata
Ma perché Tim Cook sta conducendo queste crociate in nome della privacy? La risposta è racchiusa in quella che è una strategia ben precisa della casa di Cupertino. Oggi Apple, che con Amazon si contende lo scettro di azienda più florida al mondo, ha un vantaggio competitivo notevole rispetto a molte altre big company della Silicon Valley: non ha poggiato il suo business sull’offerta di servizi gratuiti in cambio dei dati personali. E sfilarsi da questo stillicidio di informazioni mal tutelate è molto semplice, per il produttore degli iPhone. Del resto, quando esplode uno scandalo come quello di Cambridge Analytica, il mondo si schiera in modo compatto contro Facebook. Nessuno si chiede, però, quanti utenti iPhone utilizzino quella applicazione.

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