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L’Est Europa ha bisogno di 500mila lavoratori (ma non vuole…

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IL PARADOSSO

L’Est Europa ha bisogno di 500mila lavoratori (ma non vuole immigrati)

(Reuters)
(Reuters)

A pochi giorni dal referendum sulla Brexit, a Londra, è comparsa una scritta spray sull’ingresso un’associazione culturale polacca: go home, andatevene a casa. Un rigurgito razzista, fra i tanti riversati sui migranti europei ed extraeuropei nella campagna in vista del voto. Il governo polacco insediato oggi a Varsavia usa toni simili per i cittadini stranieri, specie se di confessione musulmana. Eppure proprio i migranti, inclusi i rifugiati che fanno litigare l’Europa, potrebbero essere la via di uscita da una crisi che incrina la crescita del Paese: la carenza di lavoratori, un deficit cronico che si nasconde sotto alla percentuali delle stime di crescita.

Secondo i calcoli di Coface, un’agenzia francese di credito all’esportazione, i quattro Paesi del blocco Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria) contano un totale di oltre 520mila posizioni vacanti nel secondo trimestre 2018 in settori come industria, servizi e costruzione. Solo in Repubblica Ceca, i profili scoperti sono lievitati dalle 122.809 unità del secondo trimestre 2016 alle oltre 270.500 unità del terzo trimestre dell’anno in corso. In Polonia, dove i ruoli scoperti sono aumentati da 93.815 a oltre 164mila nello stesso periodo, il 54,9% dei datori di lavoro nelle costruzioni dice che la carenza di risorse qualificate è una «barriera» allo sviluppo del proprio business. Senza il fabbisogno di organico lamentato dalle imprese, anche internazionali, la macchina rischia di fermarsi e travolgere i ritmi di espansione del Pil ingranati da qualche anno. A Varsavia e fra i vicini di casa.

Il cortocircuito fra crescita, demografiae carenze di lavoratori
In effetti l’intero blocco dell’Europa dell’Est si trova stretto nella tenaglia fra una crescita superiore alla media Ue e una carenza di forza lavoro che è figlia, anche, di dinamiche demografiche sfavorevoli. Per limitarsi al blocco di Visgrad, la Commissione proietta un ritmo di crescita medio del Pil in termini reali al 3,5% (+3,1% la Repubblica Ceca, +3,2% l’Ungheria, +3,7% la Polonia, + 4,2% la Slovacchia: l’Italia è ferma al +1,2%), mentre il solo segmento delle costruzioni polacche attende un’espansione del +8,2% nell’arco del 2018. Fra gli altri fattori che spingono la crescita, giudicata «moderata» rispetto alla corsa di qualche trimestre fa, ci sono consumi privati, rialzo dei salari (anche per tentare di rendere più appetibile il mercato) e una generosa inieizione di fondi europei, incassati senza troppi imbarazzi fra uno scontro e l’altro con l’establishment comunitarie. Solo nel 2017, a quanto risulta dai dati della Commissione europea, i paesi dell’asse di Visegrad hanno incamerato finanziamenti da Bruxelles per oltre 22 miliardi di euro.

Eppure l’evoluzione positiva del tessuto economico, affrancato da decenni di controllo dell’Unione sovietica, inciampa su «buchi» di forza lavoro che hanno un’origine sia demografica che economica: la combinazione tra un tasso di natalità in picchiata e l’enorme flusso di migrazioni verso l’Europa occidentale, un fenomeno che ha svuotato i Paesi delle stesse risorse ora cercate dalle imprese attive in patria. Una stima delle Nazioni Unite, riportata anche dal Financial Times, proietta la popolazione complessiva dei quattro Paesi in calo dagli attuali 64 milioni a 55,6 milioni. «Le carenze di lavoratori stanno crescendo nelle regioni dell’Europa centrale - conferma al Sole 24 Ore Grzegorz Sielewicz, economista Coface - Per quanto riguarda lo specifico delle costruzioni, un vuoto di forza lavoro è diventato un ostacolo alla richiesta di attività. E per giunta i cambiamenti demografici saranno per lo più negativi». Skanska, una multinazionale svedese delle costruzioni, è attiva nell’Europa orientale con centinaia di commesse. Oggi sulla sua pagina Careers sono pubblicati 409 annunci di lavoro per personale qualificato: 119 solo per la Polonia, 73 per la Repubblica Ceca e altri 4 sull’Ungheria. L a Polonia sta colmando parte della lacuna con afflussi dall’Ucraina, ma il ricambio non sembra sufficiente.

II paradosso dei migranti e il freno degli stipendi
Del resto proprio i Paesi più affamati di risorse si stanno schierando contro qualsiasi politica di apertura all’immigrazione, un bacino fondamentale di forza lavoro qualificata. L’Ungheria oggi è a corto di 82.750 lavoratori fra industria e costruzioni (dati Coface), ma il suo primo ministro Viktor Orban ha guadagnato buona parte della sua reputazione politica sulla linea dura contro qualsiasi flusso dall’esterno. La stessa Polonia, che pure ospita oltre un milione di ucraini, è governata dalla destra nazionalista di Diritto e giustizia. Un partito che ha fatto incetta di consensi nelle zone rurali del Paese sbandierando lo spettro di una «islamizzazione», oltre a boicottare insieme all’asse di Visegrad i tentativi di riforma del regolamento di Dublino. Se l’obiettivo fosse quello di un controesodo, il ritorno in patria dei milioni di cittadini persi a favore di Europa occidentale e Regno Unito, i quattro governi dovrebbero darsi di fare per cambiare il livello medio delle retribuzioni domestiche.

La fuga di milioni di cittadini verso i mercati continentali è nata, all’inizio degli anni ’90, dall’opportunità di capitalizzare le proprie competenze in uno scenario più florido di quello abbandonato alle spalle. Quasi 20 anni dopo, la situazione sembra rimasta identica. Dati Eurostat riferiti al 2014, l’ultimo anno a disposizione, mostrano che la paga media lorda oraria nel settore industria, costruzione e servizi viaggia sui 5,6 euro l’ora in Polonia, 5,3 euro in Repubblica Ceca e Slovacchia e 4,8 euro in Ungheria. Nell’Unione europea si alza a oltre 15 euro, in Gran Bretagna l’asticella supera i 18 euro. Nella sola Polonia, nel 2015, lo stipendio medio netto di un adulto senza figli si aggira sui 4.645 euro, per scendere a a 3.350 nel caso dell’Ungheria. Nell’Ue la media cresce sopra i 13.700 euro annui. Vaglielo a spiegare, al milione di polacchi residenti nel Regno Unito, che è davvero meglio «to go home», tornare a casa.

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